Home LA PIETRA DI MINERVA - di Giancarlo Altavilla Salutiamo Luis Sepùlveda, il coraggio della letteratura

Salutiamo Luis Sepùlveda, il coraggio della letteratura

by Giancarlo Altavilla
Luis Sèpulveda ad Arona

Sepùlveda entra a pieno titolo nel pantheon degli scrittori latino-americani che hanno illuminato il mondo

Luis Sepùlveda era nato a Ovalle, nella Regione di Coquimbo, in Cile, il 4 ottobre 1949, si è spento oggi nell’ospedale di Oviedo, in Spagna. Era stato ricoverato il 29 febbraio nel reparto malattie infettive dell’Ospedale dell’Università Centrale delle Asturie (Huca), a Oviedo, a causa di una polmonite associata al Coronavirus. Era rientrato da un viaggio a Povoa de Varzim, nel Nord del Portogallo, dove si era recato per un festival letterario. Sepùlveda era sopravvissuto al carcere e alle torture del generale Pinochet, due volte arrestato e violentato, per sette mesi costretto in una cella dove non poteva neppure stare in piedi. Nel panorama della letteratura latino-americana entra a pieno titolo nel pantheon degli scrittori che hanno illuminato la coscienza del mondo con il coraggio della letteratura. Toscana Today lo saluta con questo articolo di Giancarlo Altavilla. (AB)

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È morto Luis Sepùlveda, il narratore, lo scrittore, il poeta. Stavo per scrivere che ‘è mancato’, che ‘ci ha lasciato’, che ‘non è più tra noi’, ma invece ho scritto la parola vera e brutale: è morto. La sua vita di viaggiatore, di sognatore e di testimone incantato del mondo si è conclusa in un letto di ospedale, dove, ad ucciderlo, è stato il Covid-19, armato della falce impietosa con la quale ha già reciso tante, troppe esistenze.

Nella morte di Luis Sepùlveda c’è la brutalità della sua causa, l’infezione di un virus sconosciuto, davanti al quale nulla ancora può l’uomo invincibile del tempo sciocco che viviamo.

Quella di Sepùlveda e di tutte le vittime del Covid è una morte nuova, perché tale è la malattia che la provoca, il cui primo effetto è lo sgomento in cui ha annichilito gli uomini invincibili che pensavamo di essere. Gli uomini sono tutti uguali e la loro morte è l’epilogo eguale di tutte le vite.

Ma la morte non è solo la fine della vita, il suggello alla immaterialità di ogni esistenza. La morte è anche materia, quella del dolore, del freddo e del vuoto che lascia tra i vivi, tra coloro che per affetto, per amore, per consuetudine condividevano la vita di chi non c’è più.

E la morte è tanto più dolorosa e materiale quanto più la vita che recide era piena di affetti e di relazioni, sulle quali allunga l’ombra implacabile della privazione per sempre. La morte di uno scrittore è un dolore virale, che si diffonde nell’animo dei suoi lettori e li priva dell’interlocutore muto dei loro pensieri, delle riflessioni e delle emozioni.

Lo scrittore che muore chiude un sipario, e rende finiti gli orizzonti che aveva tracciato, indicato, offerto. Lo scrittore è per sempre, come la sua morte.

Sepùlveda era un interlocutore sognante; sapeva raccontare storie di tenerezza e di lotta e in ogni suo racconto la metafora nascosta nei fatti e nei personaggi rendeva universale tutte le storie. Sepùlveda era un narratore poetico e i suoi libri raccontano mondi che solo chi ha conosciuto la crudezza del vivere sa vedere. Luis Sepulveda era un combattente, perché anche con le parole si combatte, quando sei nato in Cile e non te lo sei mai dimenticato.

Ci mancherà Sepùlveda, mancherà il suo sguardo sul mondo e la sua narrazione delle storie degli uomini. I suoi libri sono il suo regalo, il segno di una vita intensa, in cui vi è stata la politica, la lotta e la sofferenza, ma anche la tenerezza, la curiosità, l’esplorazione dei luoghi e degli animi; e soprattutto v’è stata la voglia di convincerci a volare. Alla sua gabbianella l’ha insegnato il gatto, lui l’ha insegnato a tutti noi, con una confidenza breve: ‘chi osa farlo, vola’.

(foto: AmonSul – licenza a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unportedhttps://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Luis_Sep%C3%BAlveda_Arona.jpg )

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