Home SCHOLE' - di Massimo Gargiulo Scuola: una “Modesta proposta”

Scuola: una “Modesta proposta”

by Massimo Gargiulo

Ciò che scriveva lo scrittore irlandese Jonathan Swift nel 1729 sulla scuola e i bambini ai quali non si era in grado di dare la scuola

Negli articoli scorsi ho accennato a una questione oggetto di dibattito e propaganda tra scuola e politica, quella delle classi sovraffollate. Nel farlo mi sono rivolto anche ad alcune pagine del Talmud babilonese che imponevano criteri numerici (e pedagogici) più avanzati rispetto alla realtà che noi viviamo, malamente celata da proclami e finti buoni propositi. Proprio tale contatto con un pragmatico realismo, quello che vivo quotidianamente nelle aule e quello che tutti noi siamo costretti a constatare nella concretezza delle decisioni o non decisioni della politica, mi stimola a riconsiderare l’attualità della celebre “Modesta proposta”, avanzata dallo scrittore irlandese Jonathan Swift nel lontano 1729 e che di frequente si ritrova nella stampa anche nei nostri giorni. Ne citerò alcuni brani dall’edizione Rizzoli del 1983, evidenziando sorprendenti analogie con la scuola italiana nella crisi da covid.

All’inizio l’autore volge il suo sguardo compassionevole sulle madri costrette a chiedere l’elemosina in strada attorniate dai propri figli:

“Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro ad elemosinare il pane per i loro infelici bambini”.

Ebbene, le famiglie dei nostri alunni, soprattutto i più piccoli, se pure non sono state in strada in cerca di carità, hanno tuttavia dovuto rinunciare a lavorare, o hanno lavorato da casa a prezzo di incastri assai faticosi, in tutto il periodo della didattica a distanza e lo spettro del ripetersi di una simile situazione si aggira nei lugubri corridoi ministeriali.

Ciò che sembra un elemento invece di perfetta analogia tra il testo e la nostra realtà, è l’analisi più generale della crisi con cui Swift prosegue il suo pamphlet:

“Penso che tutti i partiti siano d’accordo sul fatto che tutti questi bambini […] costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana ed utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l’intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese”.

È innegabile: gli aspiranti a un’istruzione pubblica decente sono effettivamente troppi e sarebbe da premiare chi si mostrasse finalmente in grado di trovare una soluzione all’annoso problema. Nel nostro caso del resto dobbiamo essere pronti ad innalzare non uno, ma una serie di monumenti. In effetti da quando – scegliamo questa data per comodità in un processo a dire il vero molto più complesso – l’allora Ministra dell’istruzione Gelmini determinò in maniera rigida il rapporto tra docente e numero di alunni, si è susseguita una schiera di esponenti di tutti i colori partitici che ha promesso la fine dei pollai scolastici, i quali però ad oggi sono esattamente come fu stabilito allora, nel 2008. Ora ai decennali argomenti di carattere pedagogico che avevamo provato ad opporre, si è aggiunta la necessità di creare una distanza tra le bocche tale da impedire il diffondersi del contagio. Si tratterebbe perciò di metterne di meno negli stessi ambienti e di avere più ambienti tra cui dividerle, in ogni caso di avere più insegnanti. Ma, a quanto dimostra la realtà dei non provvedimenti, ciò non è possibile.

Vorrei allora proporre il mio suggerimento ai possibili candidati al monumento, il cui numero cresce perché a ministri e sottosegretari si uniscono ora i commissari. Lo prendo a prestito ancora dalla modesta proposta di Swift:

“Un Americano, mia conoscenza di Londra, uomo molto istruito, mi ha assicurato che un infante sano e ben allattato all’età di un anno è il cibo più delizioso, sano e nutriente che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno, o lessato; ed io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al ragù”.

Molto semplicemente, si trattava di trasformare in cibo e pelletteria i bambini di cui la comunità non si poteva prendere cura. Ovviamente rabbrividisco anch’io di fronte alla barbarie di una simile proposta, che non tiene peraltro conto che noi dovremmo mangiare ragazzi fino ai sedici anni, quando cioè finisce l’obbligo scolastico, la cui carne già troppo esercitata temo non sia altrettanto deliziosa. Però voglio recuperare l’efficace pragmatismo del progetto.

È ora di dire con nettezza basta. Lo Stato ci sta facendo capire a chiare lettere che non può curare e far studiare tutti, anche perché ciò comporterebbe una politica fiscale più attenta ed equa, una ridistribuzione della ricchezza più giusta, e poi scegliere tra l’Irap per le imprese e le aule, tra gli aiuti ai gruppi industriali e gli insegnanti, tra il lavoro precarizzato e i diritti. Ebbene, visto che ormai gli uffici scolastici hanno certificato che non si investe quanto si dovrebbe per avere le condizioni di personale e spazi che consentano la ripresa dell’anno scolastico in presenza, l’unica è ridurre l’altro estremo della proporzione, cioè il numero complessivo degli alunni. Se, come detto, non vogliamo mangiarli, lasciamo che sia la naturale efficacissima selezione sociale a fare il suo. Per una migliore formulazione mi aiuta ancora Swift:

“Una degnissima persona, che ama veramente il suo Paese […] si compiacque di recente, parlando di questo argomento, di suggerire un perfezionamento al mio progetto. Egli diceva che […] sarebbe stato possibile ovviare alla mancanza di cacciagione procurando corpi di giovinetti e fanciulle non al di sopra dei quattordici anni e non al di sotto dei dodici: dato che tanto sono quelli, sia dell’uno che dell’altro sesso, che sono avviati a morire di fame per mancanza di lavoro o di assistenza: ed i genitori, se ancora in vita, oppure i parenti più prossimi, sarebbero ben lieti di liberarsi di loro”.

Il vantaggio risultante anche per noi da un simile approccio diviene chiaro dal passaggio seguente, una volta fatte le dovute equivalenze: “previsto che il mantenimento di circa centomila bambini dai due anni in su non può essere calcolato di un costo inferiore a dieci scellini l’anno per ogni capo, il patrimonio della nazione aumenterà in questo modo di cinquantamila sterline l’anno”. Insomma: aule più vivibili, minori spese per la fiscalità generale, più manodopera giovane e a bassissimo costo per agenzie professionali e organizzazioni di tutti i tipi. Ce n’è eccome per almeno due monumenti! 

(foto: perlinator – licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/mary-pickford-film-muto-triste-1963155/ )

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