Sospesi sul filo dell’attesa

Siamo nelle mani dell’imponderabile e possiamo affrontarlo solo se impariamo a pensare a tutti come ad un unico ‘NOI’

Ho sempre desiderato avere del tempo libero quando ero un membro attivo e produttivo di questa società, ma per un medico e madre di famiglia avere due ore per se stessa è un vero miracolo. Si dorme poco, si mangia in fretta, si cucina quando i figli sono a letto, si legge nei ritagli di tempo, si studia fra un paziente e l’altro.

Eppure quando lavoravo a tempo pieno, riuscivo anche a scrivere un racconto ogni tanto, a dipingere qualche ritratto, a ristrutturare vecchi mobili, a disegnare e cucire vestiti. Ma ora che sono in pensione non riesco a fare ciò che avrei voluto. Sarà perché non ho più la stessa forza o perché credere di avere tanto tempo, consuma il tempo. 

E oggi in quarantena, il mio tempo si è ristretto ancora di più.

Anche scrivere è diventato difficile con addosso questa nuova irrequietezza che acuisce l’antica. Tutto il tempo se ne va in attività poco produttive. Non ho fatto un solo schizzo, non ho ripreso il racconto che mi ripromettevo di completare, non ho rimesso in ordine tutte le carte, non ho messo a posto i libri né il garage.

Sono qui in questo tempo, sospesa sul filo dell’attesa.

Quanti in Lucania?

In attesa della svolta definitiva, del farmaco che funzioni, della soluzione miracolosa che ci tiri fuori tutti da questo incubo. In attesa che si possa tornare all’aria aperta a godere del sole e del mare. In attesa dell’aggiornamento delle diciotto. Quanti casi ancora nel mondo? Quanti in Italia? Quanti nella mia Lucania? Quanti nella mia città?

In Basilicata siamo a ventisette con due pazienti gravi in terapia intensiva. E’ poca cosa rispetto alle centinaia della Lombardia. Ma ci colpisce perché bene o male per vie dirette o traverse in Basilicata siamo tutti collegati in qualche modo da lontane amicizie o parentele, chi più chi meno.

Siamo come una famiglia allargata, molto allargata. Una famiglia in cui accadono cose belle, ma anche brutte. E a volte cose brutte che non ti aspetti e in questo tempo sospeso su un baratro di cui attendiamo di vedere il fondo per poi iniziare la risalita, non puoi fare a meno di pensarci e ripensarci. I lucani sono un popolo accogliente, che spezza volentieri il pane in compagnia – dove mangiano due possono mangiare quattro- che considera ancora sacra l’ospitalità,  e certe notizie lasciano sconcertati, certe notizie nate dall’effetto emergenza da nuovo coronavirus, ti spezzano le convinzioni. Qualche giorno fa la regione Basilicata ha rifiutato un posto di terapia intensiva alla Lombardia. Una notizia che rende tristi e fa pensare.  Ma capisco che chi ha preso la decisione in quel momento stava pensando “E se poi servisse a uno di noi?” e ha dimenticato che essere solidali è uno dei capisaldi della nostra cultura e che ‘noi’, siamo tutti.

Effetto coronavirus. Un effetto che stravolge le consuetudini, il normale pensiero, e crea a lungo andare una nuova etica, un nuovo modo di porsi nei confronti delle priorità.

Con tante ore libere e con l’imperativo di rimanere a casa, molti senza il conforto dei figli, troppo lontani e forse più in pericolo di noi, s’inventano nuovi modi di vivere e attività mai pensate. C’è persino chi costruisce mascherine seguendo le indicazioni che provengono dall’onnisciete rete e le distribuisce a parenti e amici. A tal proposito sarebbe opportuno che il ministero della salute dicesse la sua a e desse indicazioni precise sull’utilità di tali iniziative e/o su come costruire mascherine efficaci (tipo di tessuto, numero di strati etc.). Anche a me è stato chiesto di cucirne per la famiglia perché sono medico di lunga esperienza ma anche ottima sarta.

Con Whats app e davanti e alla TV

Ho chiesto lumi al Ministero. Magari si potrebbero fare mascherine di stoffa riciclabili a doppio strato con interno filtrante sostituibile… Non possiamo improvvisare progetti fai da te senza adeguate istruzioni. E’ più pericoloso indossare mascherine non adeguate o indossarle scorrettamente che non indossarle.

Sono tanti i quesiti che ci assillano mentre rimuginiamo sul tempo presente, sul senso della vita e perdiamo tempo con la valanga di messaggi Whats app e di rete e vari programmi televisivi.

Ho iniziato a seguire la serie ‘The walking dead’ e sono caduta nella dipendenza. Niente di più facile in questo tempo amaro voler sapere come finisce un mondo devastato da un virus che prima uccide gli esseri umani, poi li risveglia riattivando solo la parte arcaica del cervello, e privandoli di della loro umanità. E non solo i morti. Mi piacciono i film di horror e fantascienza,  ma questa serie non l’avevo mai voluta vedere proprio per evitare che diventasse una droga.

Ed è diventata una droga. Una droga che, dato il parallelismo con l’attuale  crisi, mi brucia gli occhi fino a notte fonda. Perché lo faccio? Per curiosità, perché il tempo passa più in fretta, perché mi smuove dentro sensazioni oscure…  Non so bene.

Percorrendo con i protagonisti tutti i tragici eventi e cambiamenti cui  la necessità di sopravvivere ad ogni costo  costringe gli esseri umani, è inevitabile fare confronti con l’oggi e identificarsi con i protagonisti. Ognuno di noi vorrebbe essere un Rick Grimes o una Carol Peletier.

E continuo a guardare come se in qualche recondito recesso del mio inconscio ci sia la folle e assurda speranza che arrivando presto alla fine delle numerosissime puntate, spegnendo al più presto lo schermo sull’ultima puntata, sia possibile accelerare anche nel reale il percorso del contagio e portarlo al momento in cui potremo scrivere la parola fine e ricominciare da dove eravamo rimasti.

Come ricominceremo? Ma intanto…

Ma come ricominceremo? Con quali polemiche, con quali propositi, con quanta forza e voglia di far bene?  

Intanto dobbiamo fare i conti con il Virus, con l’economia che crolla, con chi specula nel bisogno e nell’emergenza, costruisce mascherine a caro prezzo e mette maschere sull’ipocrisia, con chi si accaparra appalti milionari con l’inganno, con chi avvalla pretese delinquenziali per tenersi una poltrona in prima fila e con altri che approfittano del momento buio per lanciare appelli che ingannano i buoni sentimenti della massa, proponendo azioni di comodo per pochi ma non  realmente utili alla comunità, come riaprire vecchi e piccoli ospedali chiusi perché mangiavano risorse più utili altrove. Ma nonostante tutto io spero sempre che alla fine di questo nostro ‘The walking dead’, alla fine di questa sospensione nell’attesa, oltre il precipizio in cui siamo caduti si salvi, più esaltato, l’elemento prezioso che contraddistingue l’uomo, il valore irrinunciabile che ci rende ciò che siamo: l’umanità fatta di pietas e pietà, pensiero logico e solidarietà, capacità di perdono e accoglienza, capacità di sopportare il dolore e di non temere l’amore.

Siamo nelle mani dell’imponderabile e possiamo affrontarlo solo se impariamo a pensare a tutti come ad un unico ‘NOI’.