TANGENTI TEATRO REGIO TORINO. Il delitto perfetto

di ALDO BELLI – L’ex-sovrintendente William Graziosi condannato dal giornalismo della Casta, ecco la sentenza di trasferimento ad Ancona.

A differenza della carta stampata, dove la cronaca nera con il tempo perde di attualità, il Web rappresenta un eterno presente: la redenzione o la riabilitazione del fine pena non cancellano la macchia. Nasce così il Diritto all’Oblio: il diritto delle persone a non essere più menzionate per fatti di cronaca che li hanno riguardati in un passato remoto non più corrispondente alla loro vita attuale.

Il problema sorge quando l’Oblio anziché garantire la dignità della persona e la sua effettiva realtà, si trasforma in perdita della memoria funzionale a nascondere la verità. A questo punto, non è più un problema che riguarda la legge, ma la coscienza, l’etica del giornalismo potremmo dire.

Due anni. Nel maggio 2020 esplodeva il rogo mediatico del Teatro Regio di Torino (il sovrintendente William Graziosi, e il suo collaboratore Roberto Guenno). Corruzione e concussione, insomma tangenti e profitti personali. In quel contesto (infiorettato da regolamenti di conti personali: il mondo della Lirica non è solo bel canto, ma anche un grande bordello di innamoramenti e tradimenti indicibili) proseguì il lavoro degli inquirenti che si concluse con la richiesta di rinvio a giudizio il 31 marzo 2021. Condannati dalla cronaca prima ancora di essere giudicati in un’aula di tribunale. L’unica aula nella quale finora hanno risuonato i loro nomi è quella del giudice per le indagini preliminari di Torino (16 settembre 2021): la sentenza, tuttavia, si rivelò difforme alle aspettative della Casta della Lirica, e si liquidò in poche righe conservando naturalmente il cappio nei titoli. La sentenza con la quale il giudizio su Graziosi è stato trasferito al Tribunale di Ancona non è stata mai pubblicata. Lo facciamo noi oggi.

TOSCANA TODAY è stata, forse, l’unica testata giornalistica in Italia ad avere offerto una folta e documentata informazione ai lettori sul caso del Regio, attenendosi sempre e rigorosamente ai fatti. Il motivo può essere così sintetizzato: nessuno di noi ha interessi con la Casta della Lirica, e potrei aggiungere che quando (grazie anche ai documenti da noi pubblicati) veniva a delinearsi dietro le quinte un quadro di malagestione meritevole di salire sulla cronaca, Torino si stava avviando alle elezioni comunali e il PD doveva tornare a governare Torino. Non svelo nessun segreto nel dire che 9 su 10 di coloro che si occupano di cultura in Italia – giornalisti compresi – appartengono alla sinistra militante. Esito finale: il Teatro Regio di Torino viene commissariato, complice il sindaco Cinque Stelle, e il commissario nominato dal ministro PD. Sul passato una pietra tombale.

Giornalisti con la licenza di uccidere. Quando si uccide qualcuno – come direbbe il procuratore Scalambri, Todo Modo, uno dei capolavori di Leonardo Sciascia – occorre sempre un movente: e il movente era semplice, direi quasi banale: impedire che venisse alla luce il disastro economico del Teatro Regio, una gestione ultradecennale interamente attribuibile al Partito Democratico (un buco nascosto di circa 10 milioni di euro e delibere illegittime dell’amministrazione del sindaco Fassino, bilanci falsi, è stata la Ragioneria Generale dello Stato ad attestarlo, nel silenzio del Ministero vedi combinazione anch’esso marcato PD). Il neo-sovrintendente Graziosi, nell’impeto della gloria (non capita tutti i giorni per un estraneo alla Casta diventare numero uno del Regio di Torino) non si rende conto di quale pentola stia scoperchiando. E poi si fida anche dei Cinque Stelle, la nuova politica illibata che ha vinto a Torino.

I magistrati inquirenti fanno il loro mestiere: a torto e a ragione, esistono vari gradi di giudizio del proprio operato. Per un certo tipo di giornalisti, invece, di gradi ne esiste soltanto uno, la condanna a priori come nel caso di Graziosi e Guenno: spesso per compiacenza con il potere e talvolta solo per vanità. In entrambi i casi, comunque, rendendo un cattivo servizio alla libertà d’informazione.

Nella sentenza del Giudice per le Indagini Preliminari di Torino si legge: “Conclusioni del PM: chiede emettersi sentenza di incompetenza territoriale” trasferendo il processo al Tribunale di Ancona. I magistrati che hanno condotto l’inchiesta, dunque, prendono atto degli accertamenti disposti dal Giudice. L’impianto probatorio sulle tangenti del Regio scricchiola. “La condotta” di Graziosi “risulta in parte condotta all’estero e solo in parte in Italia. Con riferimento a tale ultimo aspetto, è doveroso constatare che le indagini hanno svelato esclusivamente l’esistenza di accrediti operati sul conto corrente acceso a Jesi, non essendovi finora emessa prova che riconduca qualcuna delle elargizioni avvenute ai comuni insistenti nel circondario di questo Tribunale”. In sostanza di tangenti incassate o di favori beneficiati da Graziosi al Teatro Regio di Torino, a distanza di due anni non c’è traccia. Ad ancona sarà processato, ma si deve dedurre per fatti del suo lavoro che non riguardano il Regio di Torino.

Se i reati commessi ad Ancona da William Graziosi saranno tali da giustificare il pubblico ludibrio non saprei. Per il momento, l’unico dato certo è che a Torino Graziosi è stato condannato dalla “libera informazione” e tale rimane per la Casta della Lirica. Per lui le porte dei Teatri rimangono chiuse. Come dire, un delitto perfetto. Giacché nessuno, di questo delitto, risponderà mai.

(PS: Roberto Guenno, musicista dipendente del Regio, notoriamente colpevole di essere contro il Potere Sindacale che da decenni governa il Teatro: ancora ad oggi non è dato sapere quali profitti abbia ricevuto illegalmente da Graziosi. Non ho citato Alessandro Roberto Ariosi – l’altro indagato per ipotesi di reato con Graziosi – poiché essendo un Potere della Lirica – senza niente togliere alla sua competenza professionale internazionale – il caso di Torino non gli ha fatto né caldo né freddo, proseguendo normalmente a lavorare e a scritturare in tutti i Teatri).