Franco Silvestri, presidente Ariacs
Operazione Spartito, VERONA - di Giovanni Villani

TEATRI – Intervista a Franco Silvestri presidente Ariacs

di GIOVANNI VILLANI – Il caos delle leggi sul Teatro, quelle che ci sono non si applicano e quelle che occorrono non si fanno.

Ariacs è l’acronimo di Associazione Rappresentanti Italiani Artisti Concerti e Spettacoli che raggruppa un ampio numero, anche se non tutto l’intero comparto, di agenti-rappresentanti degli artisti della lirica, sinfonica, concertistica. Non è una sigla sindacale, ma una organizzazione di categoria dal momento che tutti i suoi componenti sono imprenditori o società. Ariacs si occupa delle problematiche inerenti il “mestiere” dell’agente che si trova ben descritto in un comunicato diffuso alcune settimane fa e che è reperibile sulla pagina social: di Ariacs, in cui si rimanda per una visione globale. Ne è presidente Franco Silvestri, noto titolare di Lirica International, al quale abbiamo posto alcune domande sullo stato attuale della musica in Italia.

La categoria degli agenti teatrali è legalmente ancora un oggetto misterioso. Non ricordiamo a quando risalga il tentativo di un suo riconoscimento (se c’è stato), ma ci pare si tratti di anni luce.

“Diciamo che lo è dal 2008. Fino a tale data la nostra professione, seppur ancora in maniera sommaria, era regolata dalla legge 8 gennaio 1979 n.8 fino a quando qualcuno decise che era una delle tante leggi inutili e decise di buttarla nel falò, fatto davanti alla Camera dei Deputati, senza pensare che tale pira avrebbe fatto risorgere un Regio Decreto del 1933 che vedeva la rappresentanza come oggi è intesa alla stregua della mediazione sul lavoro. E quindi come un reato penale. Solamente una circolare dell’allora direttore generale del Dipartimento Spettacolo dal vivo, dottor Salvatore Nastasi, ci salvò dalla galera e ci dà ancora oggi la possibilità di operare. Purtroppo l’auspicio di tale circolare, di addivenire in tempi brevi ad una nuova legge nel merito, è stato disatteso. Sono 13 anni che aspettiamo tale legge e la cosa non appare strana se pensiamo ad un Paese che da ben 54 anni aspetta ancora i decreti attuativi della legge 800 del 1967. Una legge che, per le molte rivoluzioni culturali ed economiche avvenute in tanti anni, meriterebbe un serio e profondo ripensamento. È un altro segno che la parola Cultura in Italia serva solo a riempire la bocca di qualche politico, perché alla fine nessuno poi è interessato a far nulla di concreto. Ad essere estremamente pragmatici: tutti a parole stigmatizzano l’infelice uscita dell’ex ministro Tremonti, in realtà però tutti lo pensano allo stesso modo: con la cultura non si mangia!”

Su quali direttive si sta muovendo la rappresentante sindacale di cui lei è presidente per ottenerne una doverosa ufficialità?

“Parliamo meglio delle rivendicazioni di una categoria che è ai margini della filiera, pur essendone uno degli ingranaggi fondamentali. La pandemia che da oltre un anno ha bloccato profondamente il settore ha aperto un vaso di pandora e quanto stiamo facendo è legato alla possibilità di ripartire con nuove regole. Ripartire come abbiamo chiuso significherà, nel breve periodo, seppellire il mondo della cultura dei teatri d’opera, delle sale da concerto, delle istituzioni e, cosa ancor più grave, distruggere quel grande patrimonio artistico che è il lavoro degli artisti di questo paese. In buona sostanza si distruggerà il carattere popolare dell’opera e della musica classica in particolare facendone la nicchia per una élite di ricchi e precludendola alla fruizione dei tanti che dovranno ricorrere ad ascolti di vecchi dischi senza poter assistere agli spettacoli. Insomma un fallimento della democrazia in quanto lo spettacolo dal vivo è il primo momento di democrazia vissuta nella discussione e nella partecipazione”.

Ci illustri qualche punto particolare dolente della vertenza.

“Per rispondere alle sue sollecitazioni ne cito schematicamente alcuni: diritto ad un trattamento economico equo per gli artisti con limitazione non solo nei cachet massimi, ma anche e soprattutto definendo soglie minimali che siano superiori al livello di povertà e di sfruttamento; certezza dei pagamenti e delle scadenze.; revisione di carichi di lavoro (un cantante durante i periodi di prove lavora anche 12 ore al giorno).; riconoscimento delle rappresentanze artistiche come reali collaboratori e consulenti dei teatri e quindi i loro compensi non devono essere riconosciuti solo dagli artisti, ma anche dai teatri.; riconoscimento della distinzione delle professionalità fra i professionisti, gli studenti o, come oggi va di moda dire, gli accademici e gli artisti del coro; ultimo nell’elenco, ma primo nell’importanza regolamentare, il settore che dal 2008 è divenuto un far west senza regole, recentemente portate all’attenzione dei media e degli organi di indagine, come anche sulle condizioni che possono determinare quale preparazione si debba avere per esercitare questa professione. È vero che la lirica e la concertistica non muovono i miliardi del calcio, ma ci chiediamo per quale ragione il procuratore/agente/rappresentante di un calciatore debba essere riconosciuto e debba abilitarsi alla professione mentre quello dei cantanti, no”.

La legge Veltroni sulle fondazioni liriche del 1996 è ormai obsoleta. Ci sono avvisaglie di apportarle qualche modifica o miglioramento dal momento che l’azienda musicale pubblico/privata ha mostrato di non funzionare?

“Beh, se vogliamo anche la 800/1967: ha 54 anni e non è stata mai definitivamente attuata. Faccio solo un esempio della sua mancata attuazione. Nella 800/1967 si prevedeva che una città sede di ente lirico avesse un teatro di proprietà e che i sindaci dovessero attivarsi per questo. In una città come Verona, ad esempio, questo non è stato fatto. Nella legge 800/1967 vi erano delle norme, rispondenti ad uno spirito, che tutelavano gli interpreti italiani e questo oggi è disatteso in nome di un rispetto delle leggi europee che, comunque, non sono rispettate negli altri paesi. Ha mai visto scritturare nei grandi teatri internazionali un comprimario non autoctono? I casi si contano sulle dita di una mano e, lo sottolineo, parliamo di teatri con 200 alzate di sipario l’anno!

Certo la legge Veltroni non solo è obsoleta ma è stata anche concepita male nella sua applicazione. Come puoi attirare i privati se non gli dai la possibilità di defiscalizzare totalmente il loro intervento o se, per mille ragioni, non dai loro la possibilità di usare l’istituzione come un veicolo pubblicitario vero che trascenda la sola possibilità di apparire con il logo nelle locandine piuttosto che nelle promozioni?

Ma c’è un altro vulnus che riguarda la trasparenza, in quanto la costituzione in fondazione di diritto privato esonera dal produrre ai richiedenti – anche se si tratta di organismi della pubblica amministrazione che sono di fatto soci fondatori (stato, regioni, comuni) – molti documenti amministrativi se non quelli minimali richiesti dalle norme sulla trasparenza. Vorrei ricordare che in diverse città d’Italia, sedi di fondazioni, molti Consigli Comunali hanno richiesto l’accesso agli atti che sono stati sistematicamente negati in nome dell’essere organismi di natura privata. Faccio notare che dal 15 gennaio scorso è sul tavolo del ministero una interrogazione parlamentare a firma dell’onorevole Cristina Patelli che chiede se sia il caso di ripensare ad un ritorno alla natura pubblica delle attuali fondazioni lirico sinfoniche. Non so se per la risposta si dovranno attendere 54 anni…”

Non sono certo i tempi migliori per parlare di una legge riforma per le fondazioni lirico sinfoniche, ma non sono nemmeno i tempi per continuare a mungere lo Stato per colmare i loro inveterati debiti. E’ d’accordo?

“Guardi, questo aspetto lo può tranquillamente desumere dalle relazioni che periodicamente il commissario alle fondazioni dottor Sole ha prodotto al Ministero e alle commissioni della Camera e del Senato. Pagine e pagine di relazioni che sono solo parole buttate al vento, completamente inascoltate. Se solo si desse ascolto, non ad Ariacs che conta assai poco, ma a coloro che sono stati preposti dal Governo a questi incarichi ci sarebbero gli estremi per rifondarle tutte, con un azzeramento immediato di tutti gli organi. Il problema è che si va avanti con tante inutili toppe e, dalle nostre parti, c’è un proverbio che dice: el tacòn l’è pezo del buso, che tradotto significa che il rattoppo fa più danno del buco”.

Non vorremmo sbagliare, ma ci pare che anche di recente il ministro Franceschini abbia dovuto trovare 40 milioni per aggiustare bilanci in profondo rosso di qualche fondazione che correva il rischio di non riaprire più i battenti.

“Solo? Beh, quei quattrini forse riuscirebbero a sanare – e non del tutto – una sola fondazione. Non vorrei confondesse i 40 milioni trovati dal ministro per la piattaforma “chili” sullo streaming della cultura, altro aspetto che Ariacs, ma anche Agis e tante altre sigle hanno vibratamente contestato in quanto lo streaming è la condanna a morte dello spettacolo dal vivo.

Che fine ha fatto l’applicazione della Legge n° 112 del 7 ottobre 2013, che col suo art. 11 dettava disposizioni urgenti per il risanamento delle fondazioni lirico sinfoniche? E il divieto di ricorrere a nuovi indebitamenti? Si parlava di seri provvedimenti, come libri contabili in tribunale e chiusura della fondazione.

“Ha fatto la fine di tante altre leggi dello stato che sono inapplicate o più o meno abilmente aggirate. Vogliamo parlare della 175/2017 che piena di sani provvedimenti è continuamente disattesa? Ne parlavo in questi giorni con uno dei parlamentari che l’ha redatta, l’onorevole De Giorgi del Partito Democratico. Come sempre le leggi o non ci sono o anche quando ci sono in questo paese non si applicano, a meno che non servano a vessare chi non ha voce o chi non occupa posti al sole o non goda di protezioni politiche. Mi permetta un altro esempio molto attuale e di questi giorni riguardante i ristori. Per quanto riguarda la categoria dei manager dello spettacolo è stato disposto che l’accesso ai ristori fosse subordinato alle verifiche di regolarità fiscale e contributivo, in gergo detto “durc” e questo indiscriminatamente da chi fattura 100.000 euro o 1.000.000 di euro. Qualcuno mi deve spiegare perché per altre categorie di imprenditori, come attestano le circolari dell’Agenzia delle Entrate, tale verifica non è stata prevista.

Con questo non si vuole, non mi si fraintenda, giustificare l’evasione contributiva, ma avremmo voluto che almeno si considerasse che per le microimprese in crisi (quelle con fatturati veramente bassi, e parlo di fatturati, non di redditi), l’irregolarità contributiva è divenuta una necessità posta dall’aut aut: o campo o pago lo stato. Qua si tratta di aiuti, di sostegni, di sopravvivenza, non di premi. Perché non trattare anche i manager dello spettacolo alla stessa tregua di gelatai, pizzaioli, albergatori, palestre e altro?

Certo, scendono in piazza il settore della ristorazione e tutti drizzano le orecchie perché sono tanti. Chiediamo qualcosa noi e nessuno ascolta perché 100 aziende dello spettacolo non contano nulla, specie in tema di consenso elettorale (che è poi quello che muove ogni iniziativa politica). Ma la legge non dovrebbe essere uguale per tutti? Ma questa domanda che pongo, lo so benissimo, è pura retorica! Vorrei concludere dicendo due cose.

La prima è che comunque da un anno a questa parte Ariacs siede a pieno titolo al tavolo delle trattative con le istituzioni e ha avuto la possibilità, seppur con tanto lavoro, di ottenere riscontri anche in ambito parlamentare da tutte le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione e questo ci fa ben sperare pur comprendendo che i tempi della politica sono tempi estremamente lunghi.

La seconda considerazione è un appello che facciamo: Ariacs ha ottenuto il riconoscimento ministeriale come associazione di alto valore culturale e quindi può beneficiare della opzione che ogni cittadino può esercitare nel destinare il 2 per mille della sua dichiarazione dei redditi. Chiaramente Ariacs non ha finanziatori di alcun genere e ha un bilancio veramente risibile fatto delle esigue quote associative annuali. È evidente che qualche euro in più ci permetterebbe di essere un pochino più incisivi nelle nostre campagne per la cultura e per la valorizzazione della lirica e della concertistica. Chiediamo pertanto a tutti coloro che vogliono bene al grande patrimonio di questo paese, che speriamo presto venga riconosciuto anche come patrimonio universale dell’umanità, di sottoscrivere a favore di Ariacs il 2 per mille sulla propria dichiarazione dei redditi che, beninteso, per il contribuente non costituisce alcun costo aggiuntivo. Basta indicare nella apposita casella il numero di codice fiscale di Ariacs 97015510155 e per questo ringraziamo fin da ora tutti.”