Ester Marinai
FOCUS, LA CULTURA, LIBRI E AUTORI, LIBRI e AUTORI - a cura di Ester Marinai

Thomas Mann, “La morte a Venezia” e Siracusa

di ESTER MARINAI – “La morte a Venezia” è una tra le opere più conosciute di Thomas Mann, ma in pochi conoscono il suo legame con Siracusa.

La morte a Venezia è senz’altro una tra le sue opere più conosciute di Thomas Mann, ma in pochi conoscono il suo legame con Siracusa.

La morte a Venezia (in tedesco, Der Tod in Venedig) è indiscutibilmente una tra le opere più conosciute ed amate di Thomas Mann, se non un vero e proprio capolavoro letterario dello scrittore di Lubecca. Contro ogni aspettativa dettata dalla logica, in definitiva non ha poi molto a che fare con la splendida capitale dell’antica Serenissima, quanto con una città ai suoi antipodi, proprio all’estremità del soleggiato Mezzogiorno: Siracusa.

Pubblicata nel 1912, La morte a Venezia ruota attorno alla figura di Gustav von Aschenbach, un nobile monacense di cinquant’anni all’apice della sua carriera di scrittore. Trovandosi ad attraversare un periodo di stanchezza psicofisica e di conseguente crisi creativa, decide di concedersi una pausa e di intraprendere un viaggio al Sud, a Venezia. Là, egli rimane folgorato dall’eterea bellezza classica di Tadzio, un ragazzo polacco di circa quattordici anni in vacanza con la sua famiglia. Ecco che le pulsioni omoerotiche di Aschenbach, fino ad allora represse, emergono dai meandri più intimi del suo Io, accrescendo ancor più la sua irrequietezza interiore. Da quest’amore platonico e dai sensi di colpa che ne derivano ha inizio una fase di progressivo degrado morale e fisico, ultimata dalla contrazione del colera dopo aver mangiato delle fragole e dall’inevitabile morte del protagonista.

Questo breve romanzo è stato redatto dopo un soggiorno di Mann a Venezia con la consorte, e lo si può considerare in parte autobiografico, in quanto legato all’omosessualità sopita dell’autore stesso. Secondo la critica, per la creazione del personaggio di Aschenbach, l’autore avrebbe tratto ispirazione dal poeta e drammaturgo tedesco August von Platen (1796 – 1835). Non a caso, Gustav potrebbe essere interpretato come l’anagramma di August. Aschenbach, invece, richiama Ansbach, luogo di nascita di von Platen. Per di più, August von Platen morì di colera, proprio come Aschenbach, a Siracusa, mentre era in viaggio in Sicilia.

Il colera comparve per la prima volta in Italia nel 1835 e si diffuse così rapidamente da far scoppiare in brevissimo tempo un’epidemia in tutto il territorio italiano. Von Platen sarà stato sicuramente al corrente del morbo che imperversava nella penisola italica all’epoca, ed è proprio per questo che i motivi del suo viaggio in Sicilia risultano tutt’oggi incerti. C’è chi pensa sia voluto partire lo stesso proprio per poter vivere la sua inclinazione verso gli uomini senza il timore di creare scandalo.

Insomma, dopo tutti questi palesi riferimenti a von Platen, sorge spontaneo chiedersi perché Mann non abbia allora scelto Siracusa come ambientazione del suo romanzo. Tutto può essere spiegato solo se mettiamo a confronto le due città.

Venezia è una città d’arte maestosa, da secoli frequentata e abitata da musicisti, artisti, scrittori e intellettuali e costellata di canali. Nell’acqua di questi ultimi, insieme a quella della laguna veneziana, si vedono riflesse una miriade di costruzioni baroccheggianti e i suoi magnifici ponti, il che le conferisce un’atmosfera surreale. Aschenbach viene per l’appunto rapito dalla bellezza senza precedenti di una città in cui realtà e dimensione onirica si confondono, e a egli stesso sembra quasi di muoversi all’interno di un sogno. Non sa, però, che si rivelerà un autentico incubo.

La città nasconde, infatti, un turpe segreto, un male invisibile ed onnipresente che si aggira per le calli mietendo vittime: il colera. Dal 1909, infatti, la malattia tornò nuovamente a infuriare nel Regno d’Italia. Inizialmente, Aschenbach non è al corrente dell’epidemia, ma le descrizioni della città fornite da Mann lasciano presagire un che di morboso e nefasto: l’afa soffocante, il caldo opprimente, la caligine, la nebbia, un sole a tratti malato e a tratti abbacinante che provoca lo stordimento dei sensi e che talvolta lascia il posto a un grigiore plumbeo, le gondole nere che ricordano i feretri, l’odore ubiquo di acido fenico, le innumerevoli calli che appaiono come un tetro labirinto, silenzio tombale e rumori assordanti che si alternano incessantemente. Venezia si presenta come una città sostanzialmente deleteria, malata di un germe che gli abitanti e le autorità stesse si sono prefissati di celare, ma che inevitabilmente fuoriesce. Questo clima di incertezza ha provocato una certa licenza generalizzata e un aumento della criminalità. Il caos regna sovrano. In fondo, Venezia è la città del Carnevale, in cui i ruoli si invertono, gli opposti si conciliano, le leggi si infrangono.

In poche parole, Venezia non è altro che Aschenbach e, in definitiva, Mann stesso, il quale vi ha depositato i suoi stessi timori e sensazioni. Perciò, si presenta come la città più adatta a rappresentare il travaglio interiore che affligge Aschenbach e Mann, di riflesso. La vera malattia in questione è l’omosessualità, da egli percepita come peccato contro natura, aberrazione e oltraggio a Dio, alla dignità e alla morale dei suoi antenati.

Tale germe lo divora dall’interno e ne provoca un degrado morale e fisico che culminerà in azioni prive di senso, come inseguire Tadzio per le calli o imbellettarsi a tal punto da rendersi un grottesco e “finto” giovane. Anche quando Aschenbach scopre cosa sta accadendo, egli non riesce a partire, perché ormai “segue passo passo i segni del demone che si diletta di calpestare sotto i piedi l’umana ragione e dignità” ed è “dominato da esotici traviamenti sentimentali”. Egli è ben consapevole del fatto che ormai è dannato per l’eternità, e arriva ad accettare la sua morte, mangiando fragole pur sapendo che la frutta può essere contaminata. È nella fragola, frutto afrodisiaco il cui colore rosso rimanda al desiderio e alla sessualità, che si concretizza la punizione divina, richiamando alla mente quei peccatori che mangiano fragole del trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch.

Al contrario, a Siracusa, il Sol invictus scaccia le tenebre, tutto illumina e tutto rivela. Sarebbe, quindi, andato inevitabilmente a far luce pure sul segreto che Aschenbach ha invece cercato di nascondere con tutte le sue forze fino all’ultimo dei suoi giorni. Non bisogna dimenticarci che, specialmente nel XIX secolo, la Sicilia e, più in generale, tutta l’Italia meridionale rappresentavano l’oggetto del desiderio di qualsiasi intellettuale. Basti pensare al gusto classicheggiante rinfocolato in quegli anni dagli scavi di Pompei ed Ercolano, dalle ricerche di storia dell’arte antica, dagli studi di antichità classica e dalle due opere cardine del Neoclassicismo di Winckelmann (Riflessioni sull’imitazione delle opere greche e Storia dell’arte antica). Quest’ultimo si era prefissato di fornire un ideale di bellezza che prescindesse dall’epoca storica e dall’area geografica e vedeva nella scultura greca la sua massima personificazione.

Nonostante in origine tale ideale riguardasse esclusivamente le arti figurative, col tempo esso non portò soltanto alla ripresa di un canone artistico, bensì si estese all’intera concezione di estetica del tempo. Venne, dunque, ridestato il culto dell’antica Grecia, il solo antidoto in grado di contrastare il cambiamento apportato dalle rivoluzioni industriali, che si protrasse fino alla seconda metà del XX secolo ed influenzò svariati campi della produzione artistica e letteraria. L’antica Grecia rimanda effettivamente al mito di una vita primitiva, pastorale, idilliaca, a contatto con una natura incontaminata. Inoltre, il concetto dell’unione delle caratteristiche spirituali e di quelle fisiche, che iniziava a circolare nella medicina dell’epoca, e la teoria fisiognomica di Johann K. Lavater (1741 – 1801), che proponeva di “riconoscere il carattere nascosto di un essere umano nella sua apparenza esteriore”, ridestarono il canone di bellezza maschile classico. La proporzione e la perfezione fisica sono considerate un segno di virilità e virtù, poiché si tratta di una bellezza derivante da un corretto comportamento morale. Un sintomo, dunque, di salute e di equilibrio tra corpo e spirito, nonché manifestazione della divinità stessa.

Mann stesso ne fu condizionato profondamente, e La morte a Venezia è la sua opera più ricca di echi classici.

Al tempo, la Grecia non si poteva certo definire una meta ideale. La presenza degli ottomani prima, i moti indipendentisti dopo e l’instabilità politica dal 1832 in poi fecero sì che gran parte degli intellettuali europei preferissero di gran lunga il Sud Italia. Pertanto, molti si riversarono anche nella magnifica Trinacria per poter finalmente ammirare coi loro occhi la vera bellezza in tutte le sue forme. Tra i viaggiatori troviamo, ad esempio, Guy de Maupassant, Alexandre Dumas, Goethe, Oscar Wilde, Samuel Taylor Coleridge, Wilhelm von Gloeden e molti altri.

A causa della colonizzazione greca dell’isola a partire dal VIII secolo a.C., la Sicilia, coi suoi templi ed anfiteatri ben conservati, si presenta come una nuova arcadia, un luogo in cui il tempo si è fermato alla tanto idealizzata ed agognata età dell’oro e l’antica Magna Grecia torna magicamente in vita. Gli artisti ed intellettuali di un’epoca dominata dal Neoclassicismo non potevano non soccombere al fascino atemporale di questa terra, che continua ancora oggi a sedurre milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Un luogo, insomma, fin troppo ameno per potervi proiettare i suoi lati più oscuri. Solo Venezia è l’effigie del suo animo tormentato.

Ciò che accomuna Aschenbach e von Platen non è, quindi, solo l’omosessualità, ma il desiderio di fuga dalla patria natia e di ricerca di un rifugio nel caldo Sud, un luogo lontano da tutto e da tutti, in cui poi si immoleranno sull’altare sacrificale della passione.

Differente è, però, il modo in cui vivono la consapevolezza della loro omofilia. Aschenbach è un personaggio pervaso dalla concezione del peccato e dal senso di colpa, conformemente alla mentalità della propria epoca. È, in poche parole, vittima di se stesso e della società crudele che lo ha generato in grembo e accolto maternamente per poi fagocitarlo. In quanto sovvertitore dei costumi e dell’ordine stabilito in natura da Dio, è convinto che prima o poi l’ira divina si abbatterà su di lui per infliggergli il colpo finale, e, non avendo più nulla da perdere, si lascia morire.

Ecco che quasi pare abbia suggellato volontariamente la propria fine.

Von Platen, al contrario, visse la propria omosessualità in modo assai meno autodistruttivo di Aschenbach e la accettò in modo sereno e libero da costrizioni morali. Se il “suicidio” di Aschenbach può essere considerato una conseguenza di tale società, quello di von Platen è un gesto di ribellione nei confronti della stessa, che, memore di Sodoma e Gomorra, non lasciava spazio alla diversità e alla libertà di esprimere il proprio essere. Una società che instillava i concetti di peccato e onore e seminava il terrore a tal punto da indurre gli uomini a vivere in uno stato di pura agonia, proprio come Aschenbach. Il viaggio intrapreso nell’Italia meridionale nel 1826 e terminato con la sua morte nel 1835 è stato la sua ancora di salvezza.

Lontano da una società opprimente contro cui aveva sempre lottato per mezzo delle sue commedie satiriche, finalmente ha potuto raggiungere la pace interiore e morire felice in nome della bellezza, immerso nello splendore della città di Siracusa e della paradisiaca isola di Ortigia. La luce onnipresente, il calore della gente e il fascino dell’antica Syrakousai che le contraddistinguono scaldano corpo e anima. Il mare, la porta sull’infinito, ci fa comprendere quanto i nostri orizzonti mentali e culturali siano ben limitati rispetto all’immensità dell’universo al di fuori di essi.

In sostanza, chi ha la fortuna di vedere questi luoghi di una bellezza indicibile almeno una volta nella vita ha il privilegio di vivere un’esperienza mistica, che rimarrà per sempre impressa nel cuore e nella mente.
D’altronde, non è un caso che Goethe così abbia scritto dell’isola: “È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita”.

La medaglia in bronzo celebrativa di Von Platen venne coniata nel periodo fascista in un momento in cui si cerca di valorizzare i legami culturali tra Italia e Germania; l’iscrizione celebrativa del poeta tedesco coinvolge il duce in persona che probabilmente ignorava che l’insigne personaggio era omosessuale e potentemente attratto dalla bellezza “greca” dei ragazzi siciliani.