Thomas Mann. “Tonio Kröger”

di ESTER MARINAI – Tonio è a tutti gli effetti un Amleto contemporaneo (il fatto che vada in Danimarca non è casuale).

Andiamo adesso a conoscere l’alter ego di Thomas Mann attraverso questo racconto eccezionale, in cui l’autore usa Tonio Kröger per mettere a nudo la propria intimità, fatta di insofferenza al mondo borghese e lotta perenne tra due realtà interiori inconciliabili.

È il caso di affermare che Thomas Mann non si è mai smentito. Indipendentemente dal numero di pagine scritte o dalla tematica affrontata, il suo genio artistico è riuscito sempre a rivelarsi al massimo del suo splendore, facendo prova di una spiccata capacità lirica e di una sensibilità senza eguali.
Simbolismo, immagini poetiche ed evocative, una profonda e complessa analisi introspettiva: queste sono le costanti che hanno reso le opere di Mann autentici capolavori. È in ciò che consiste il mirabile talento di questo scrittore che lo ha consacrato all’immortalità.

Nel 1929, Mann vinse il Premio Nobel per la letteratura. Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non venne insignito di questo riconoscimento per opere illustri come I Buddenbrook o La montagna incantata, bensì per uno scritto forse meno noto ma di un valore letterario non certo inferiore, ovvero Tonio Kröger (1903).

Si tratta di un racconto parzialmente autobiografico, che per l’appunto ruota attorno alla figura del giovane protagonista Tonio Kröger e che ripercorre parte della sua adolescenza ed età adulta.
A differenza dei cosiddetti Bildungsromane (“romanzi di formazione”) ottocenteschi, in questo caso l’autore non narra di un percorso di “maturazione”, intesa come inserimento del ragazzo in una società con modelli e convenzioni borghesi a cui attenersi rigorosamente e a cui doversi necessariamente piegare in nome di una “retta via” da seguire prestabilita unilateralmente. Qua, infatti, non avviene una vera e propria evoluzione del personaggio – il che vale al racconto la classificazione di Anti-Bildungsroman -, ma solo un’acquisizione di maggiore consapevolezza del proprio mondo interiore.

Il racconto si apre quando Tonio ha quattordici anni. Pur essendo molto giovane, il ragazzo si accorge della propria diversità rispetto agli altri compagni di scuola e in particolare rispetto a Hans Hansen, il suo migliore amico. Dalla descrizione che ci viene fornita, Hans è l’opposto di Tonio per eccellenza: estremamente bello, biondo, con gli occhi azzurri, amato da tutti ed eccellente sia nella scuola che nello sport. In poche parole, il ritratto del borghese tedesco esemplare, il paradigma a cui tutti dovevano aspirare.

Tonio, invece, ha un nome esotico e tratti pressoché mediterranei ereditati entrambi dalla madre (proveniente da un “Sud” indefinito, probabilmente dal Sud Europa), a scuola prende voti bassi e passa il tempo a leggere opere letterarie di vario genere e a scrivere poesie. Non dimentichiamoci che Tonio è figlio del console Kröger, proprietario di una ditta di granaglie. Provenendo dunque da un ambiente mercantile, questa sua propensione alla creatività non viene minimamente incoraggiata. Ecco che questo provoca in lui un senso di angoscia, che lo spinge a provare sentimenti contrastanti per Hans: da un lato, lo ama e lo ammira incondizionatamente (un possibile cenno all’omosessualità dell’autore); dall’altro, nutre invidia e desidera diventare come lui un giorno.

Tale malessere riemerge quando Tonio ha sedici anni, l’età del suo primo amore per Ingeborg Holm, una ragazza che pare la versione femminile di Hans Hansen e che non ricambia i sentimenti del giovane.
Nella prima età adulta, Tonio non riesce né a trovare un posto nella società né a provare sentimenti. Nauseato dalla conoscenza dell’ambiente che lo ha generato e dalla mediocrità borghese, decide allora di dedicare anima e corpo alla scrittura – data la sua «facilità di parola» – e diventa uno scrittore molto apprezzato.

Nel frattempo, va a vivere in grandi città europee e intraprende vari viaggi in giro per l’Europa – in Italia, in particolar modo – e si lascia andare ai piaceri della carne. Arriva pertanto a condurre una vita smodata, fatta – per così dire – di trasgressione dei valori borghesi. Il superamento di questo limite in lui suscita, in un primo momento, un entusiasmo fugace; in un secondo momento, lo porta a sentirsi in colpa e a temere un degrado morale irreversibile.

È per questo che, parlando dell’Italia con l’amica Lisaveta Ivanovna, afferma che «tutta quella bellezza [lo] rende nervoso». In tale ottica, il Sud rappresenta la bellezza, la sensualità e il calore della madre; il Nord l’ordine, la compostezza e la freddezza del padre ormai defunto. Il conflitto interiore tra questi due mondi (quello dell’impulsività e quello dell’intransigenza morale) pare risolversi nella decisione di Tonio di trascorrere del tempo in Danimarca e di passare lungo la via dalla sua città natale. Intende, perciò, varcare la soglia per la seconda volta e tornare alle proprie radici.

Per riassumere, gli stadi della vita di Tonio affrontati sono principalmente tre: la prima fase è quella della sua adolescenza tormentata, la seconda della perdizione e la terza del “ritorno alle origini”.
“Ritornare alle origini” significa uscire dal completo stato di apatia che ne deriva e dalla sua condizione di «borghese fuorviato». Il ritorno tanto agognato a Lubecca presagisce semplicemente il riaffiorare dei sentimenti, con quel vento incessante che simboleggia il turbine di vecchie emozioni che si scaglierà contro di lui come il temporale a cui assiste sulla nave diretta in Danimarca. Il tutto si intensifica quando Tonio, nel bel mezzo di una festa da ballo, scorge tra la folla di danesi Hans e Ingeborg. La nostalgia, il rimpianto e l’afflizione adolescenziale tornano a farsi sentire. A quel punto, in quanto scrittore, compie una scelta decisiva per la sua futura carriera artistica: avvicinarsi agli uomini ordinari. Non avere quindi solo un pubblico di “iniziati”, ma anche un pubblico meno esperto, di «esseri felici, amabili e comuni».

Tonio è a tutti gli effetti un Amleto contemporaneo (il fatto che vada in Danimarca non è casuale), in quanto entrambi sono posti di fronte a una verità crudele: il primo, davanti alla grande commedia circostante e alla miseria del mondo; il secondo, davanti alla scoperta dell’assassinio del padre da parte dello zio. Da qui deriva il suo rifiuto della realtà circostante e della mentalità borghese, condiviso da Mann stesso.

Nonostante ciò, la sua ammirazione per il «gregge» non lo ha mai abbandonato, perché in realtà un po’ invidia la felicità e la spensieratezza che solo la mediocrità può fornire. E lui a questo aspira, come lo si desume dalle sue nuove ambizioni artistiche future. Queste, tuttavia, rimarranno pure ambizioni.

Il finale è aperto, ma sappiamo già che il protagonista è sconfitto in partenza: in fondo, ripartire del tutto da zero è impossibile, perché alcune persone sono destinate ad andare fuori strada e a smarrirsi. Per loro non può esistere una retta via da percorrere, non può esistere la salvezza.