Home LA PIETRA DI MINERVA - di Giancarlo Altavilla Numero chiuso, troppi medici: Vi ricordate? E adesso…

Numero chiuso, troppi medici: Vi ricordate? E adesso…

by Giancarlo Altavilla

Il numero chiuso nelle facoltà di Medicina è stato governato da un’ottica di mero risparmio di spese, il Paese è stato privato di giovani medici, e il SSN è stato falcidiato di risorse

Carenza di medici, di infermieri, di presidi ospedalieri e di strumenti di diagnosi e cura. È quel che sentiamo dire e ripetere in questi giorni, quando un virus micidiale sta ponendo a dura prova il Paese. A fronte dell’emergenza sanitaria “Covid-19”, esplosa nelle regioni del nord d’Italia, si è manifestata l’obiettiva insufficienza dei mezzi a diposizione, umani e materiali. E nella prospettiva di un allargarsi dell’emergenza nelle regioni del sud del Paese, la previsione della vulnerabilità del sistema sanitario è nella consapevolezza di tutti.

Si dirà (qualcuno vorrebbe che si dicesse) che l’emergenza provocata dal Covid-19 è talmente grande e imprevedibile che l’incapienza dei nosocomi d’Italia è essa stessa un effetto del virus, la cui eccezionalità confligge con la organizzazione buona e normale di un settore altrimenti idoneo e bastevole.

Sicuramente è così, ma solo in parte.

Quel che accade è anche l’effetto di un antefatto culturale, politico e finanziario, che il Covid ha solo esaltato e aggravato. L’Italia del 2020 è il paese che abbiamo costruito negli ultimi lustri, sintetizzando idee brevi di sviluppo e progresso che, mi sarà perdonata la sinteticità, riassumo così. In tempi più risalenti, abbiamo considerato statisti personaggi che hanno finanziato il benessere con il debito. L’Italia ha speso quel che non aveva, e, spesso, ha speso assai male.

Qualche opera pubblica strapagata e non sempre utile, e poi, soprattutto, assunzioni a fini più sociali che produttivi, successivi prepensionamenti, finanziamenti di apparati politici e burocratici di assoluta sterilità, utili solo alla giostra di una politica insaziabile, trattamenti pensionistici come variabili indipendenti dalla relativa contribuzione, aeroporti casuali e dirimpettai, nuovi atenei utili solo ad accrescere il numero delle cattedre da assegnare, casse mutue trasformate in USL, poi in ASL, in un progressivo incremento di costi e perplesse funzioni manageriali (di attribuzione politica).

A questa mensa succulenta, acquisita la certezza popolare delle magnifiche sorti e progressive riservate all’umana gente italica, è seguito il diffuso amore per l’edonismo e il liberismo. L’Italia è il paese del sole e della bellezza, la sua forza sono il mare, le montagne, i monumenti. E basta allora con l’ottocentesca industria pesante, la chimica, la siderurgia, la metalmeccanica.

Ma via, l’Italia è bene che si concentri sul vino, la cucina, l’arte, il commercio mega store, e sul terzo e il quarto settore, magari il quinto. Gli operai, i sindacati, le lotte di classe: basta.

L’approdo di cotanta strategia è stato il liberismo per tutti: mercato e concorrenza. Il primo, che deve autoregolarsi da solo, escluso l’intervento dello Stato (a protezione di certi settori strategici o di qualche residuo diritto del lavoro); la seconda, che premia il migliore, con buona pace del ‘peggiore’. E son sicuro che molti di noi ricordano, negli anni del fulgido progresso berlusconiano, le tre “I” (impresa, inglese e informatica).

In questo bel contesto di modernità, il pizzaiolo non era più un lavoratore autonomo ma un imprenditore della ristorazione, il barbiere non era più il figaro (qua o là) del quartiere, ma l’hair stylist del capello, il laureato in legge è diventato giurista e quello in economia, economista, e l’ambizione più diffusa è divenuta, per le fanciulle, fare le veline, per i ragazzi, giocare al pallone.

Ma mentre tutto questo avveniva e coinvolgeva le più larghe schiere della società, lo Stato, usciti di scena, per ragioni più penalistiche che anagrafiche, gli strateghi dello sviluppo a debito, ha mutato la marcia e, ad opera di nuovi e prodi (è ovvio che è un aggettivo e non un cognome, no?) condottieri, ha preso la nuova rotta del risanamento nazionale, ovvero dei tagli e dei risparmi, ovvero (per non abbandonare di botto la suggestione della modernità) della spending revew.

Cosa c’entra tutto questo con la crisi italiana del sistema sanitario?

C’entra eccome. Nei tardi anni ’90 del secolo scorso, si è superato in Italia il democratico mondo del diritto allo studio (le cui origini sessantottine in effetti confliggevano con il fausto liberismo di fine millennio). Fino a quel momento, il diritto di (chiunque volesse) studiare, aveva sancito il libero e incondizionato accesso alle facoltà, in una prospettiva di crescita culturale del Paese, democraticamente ammessa per tutti. Poi non più. Le università hanno inaugurato, come per legge, il così detto numero chiuso, l’ammissione contingentata degli studenti ai corsi di laurea.

Perché? Ecco, qui sta il punto. Secondo i sostenitori di questa nuova prospettiva, le università dovevano formare le nuove generazioni nell’ambito di discipline non casuali, ma tenendo conto delle future esigenze della società. E quindi (al netto della stranezza di una applicazione di questo principio non a tutte le facoltà, ma solo ad alcune), a Medicina dovevano iscriversi tanti studenti quanti sarebbero stati i medici necessari dopo la conclusione dei loro studi.

L’efficientismo di questa impostazione ha fatto strame dei suoi detrattori. Il diritto di studiare doveva coniugarsi con quello di lavorare, quindi la corrispondenza numerica tra studenti e futuri lavoratori era senza dubbio una formula efficiente. Si voleva forse nutrire la disoccupazione con laureati in medicina inutili rispetto alle esigenze del sistema sanitario nazionale?

Il numero chiuso a Medicina

No, certo che no. Peccato però che la verità era tutta un’altra.

Il numero chiuso è stato l’effetto di un progressivo mancato finanziamento degli studi e delle università. Nella logica scellerata dei tagli di spesa, anche la formazione dei nuovi medici è stata condizionata dalla insufficienza dei mezzi (aule, laboratori, personale, etc.) e così, di anno in anno, il numero dei dottori italiani è diminuito, fino ad essere insufficiente a dare risposta alle esigenze del Paese. Altroché programmazione del numero di nuovi medici: solo tagli e restrizioni (accompagnati, peraltro, ad un sistema di selezione degli ammessi alla facoltà tanto balordo che meriterebbe un’inchiesta).

Quindi, pochi studenti nelle facoltà di Medicina, pochi medici.

Ma lo Stato non si è fermato qui. Di anno in anno ha deprivato il servizio sanitario nazionale della possibilità di assumere medici, non per implementare i servizi, ma già solo per ricoprire i posti lasciati liberi da coloro che erano andati in pensione. E così, il numero chiuso nelle facoltà di Medicina è stato governato da un’ottica di mero risparmio di spese, il Paese è stato privato di giovani medici, e il SSN è stato falcidiato di risorse, economiche e professionali. Questo per anni.

E se solo gli addetti ai lavori sanno che negli ospedali italiani da tempo v’è carenza di strutture, farmaci e presidi sanitari in genere, ai più accorti non sarà sfuggita la politica bocconiana del risanamento dei conti anche per il tramite dello snellimento del numero di ospedali, che, in alcuni casi, sono stati chiusi, in altri trasformati in un simulacro di sé stessi.

In questi giorni, in cui si parla di eroi in camice bianco, di spirito italico, di unione sociale e di tante altre belle suggestioni del cuore, è bene che il pensiero politico e civico di noi tutti ci induca a riflettere, per sbugiardare i politici dalle idee brevi e i fautori del risanamento economico senza progetti e, diciamolo, senza futuro.

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