Ucraina, la censura dell’informazione

di ALDO BELLI – La libertà di opinione e di informazione non genera mai traditori della patria, traditori, se ancora vale la Costituzione.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i giornali internazionali più autorevoli pubblicavano il resoconto dei corrispondenti con la formula di rito che informava il lettore sulle condizioni costrette in cui si trovavano. Come per dire: questo è quanto di vero, ma è possibile che non sia tutto per ovvie ragioni. Della serie: il lettore prima di tutto. L’esempio più eclatante di censura in stato di guerra rimane quello dell’influenza Spagnola esplosa durante la Prima Guerra Mondiale: prese il nome non già per un motivo geografico dell’epidemia, ma perché la Spagna neutrale fu l’unico paese nel quale i giornali poterono pubblicare le notizie sul virus mortale: i contendenti dell’una e dell’altra parte (Italia compresa) concordarono di censurare la propagazione virale per non appesantire l’aria già carica di tensione provocata dalla guerra tra le popolazioni.

La censura dell’informazione in stato di guerra rientra, dunque, tra gli armamenti stessi della guerra: rivolto però non al nemico, ma alla conservazione dello spirito pubblico nazionale coeso con il governo comando supremo. Per questa ragione chi viola la censura viene considerato un traditore della patria. L’esempio illuminante, nel caso odierno, proviene da Mosca dove Putin ha imbavagliato e chiuso tutti i giornali tranne quello che riporta solo la sua voce guerrafondaia.

La riflessione che ne consegue dovrebbe essere semplice. Se la concezione della libertà d’informazione, come dovere di uno Stato di diritto e come diritto dei cittadini, è quella di Putin, qualsiasi censura ovunque avvenga assume lo stesso tenore di Mosca al di là del grado di violenza esercitata nei confronti dei giornali e dei giornalisti. Quanti in Italia hanno puntato il loro indice contro chi esprima liberamente le proprie opinioni sulla guerra in Ucraina, incluso i censori della cartina geografica sull’espansione ad est della Nato, non sono allora molto diversi dalla concezione di democrazia che anima Putin.

La libertà di opinione e di informazione non genera mai traditori della patria, e questo prescinde dalla scontata ragione del popolo ucraino massacrato dal ritorno di fiamma della vecchia Unione Sovietica. Sempre che per Patria in Italia s’intenda ancora quella scritta con il sangue nella nostra Costituzione affinché nessuno fosse mai più privato della libertà di dire e poter dire ovunque la propria opinione.

Giancarlo Altavilla ricorda nel suo articolo l’art.11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“. Con ciò i nostri padri fondatori vollero associare la responsabilità futura dell’Italia verso il mondo con “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino” articolo 52. Per questo gli unici patrioti che riconosco sono quelli che indossano il tricolore della nostra Costituzione. Purtroppo, è ormai evidente la sensazione che la Costituzione in Italia sia diventata un abito da indossare a giorni alterni.