Unione Europea: passo falso in Medio Oriente

di FRANCESCO SINATTI – La signora von der Leyen simbolo di un’Europa senza politica estera, in Medio Oriente come in Ucraina e nei Balcani.

Un carneficina annunciata dai c.d. “Patti di Abramo”, con i quali, non solo il principe Saudita, Bin Salman, ma tutti gli Emirati Arabi intendevano intavolare una “road map” per la “normalizzazione” con Israele, al più tardi a metà 2021.

L’agenda diplomatica dell’Islam aveva intrapreso la via del dialogo con Israele passando per il progetto “Vision 2030”, con il quale il principe Saudita intendeva modernizzare il “regno”, sostenendo le relazioni commerciali tra Israele e tutta l’area dei paesi del golfo di Aden, sotto l’egida degli USA.

Colpo di scena (nemmeno tanto imprevedibile), attacco Palestinese del 7 ottobre a Israele, con conseguente disastro internazionale di proporzioni incalcolabili, che riporta le lancette della diplomazia medio orientale a dopo la guerra della Yom Kippur, visto che Israele ha proclamato “lo stato di guerra”, ora come allora!

Il cono d’ombra che, per un anno e mezzo, aveva oscurato Hamas e tutte le entità che trovano la loro ragione di vita nella destabilizzazione del Medio Oriente, si sono rimesse in moto spazzando via, in un sol colpo, quello che poteva essere il più importante successo diplomatico dopo gli accordi di Oslo del 1993, azzerando di fatto l’agenda diplomatica del Medio Oriente, e non solo, per i prossimi anni.

La gaffe di Ursula

Come se non c’è ne fosse già abbastanza, l’Unione Europea con la sua presidente è riuscita a complicare ulteriormente il quadro internazionale. Si è recata in Israele (in gran segreto): alcuni paesi membri sono stati colti di sorpresa, prima dal viaggio e poi dalle tappe organizzate durante il soggiorno, infine dalle prese di posizione dell’ex ministro della Difesa tedesco.

“Alcuni governi hanno spiegato di non essere stati informati della visita, e di essere rimasti sconcertati sia dall’incontro con il controverso premier israeliano Benjamin Netanyahu, che dalle parole di pieno sostegno a Israele (malgrado il blocco di Gaza da parte dello Stato ebraico). La presa di posizione ha suscitato reazioni negative anche in alcuni paesi del sud del mondo, una regione nella quale l’Unione europea tenta di mettere le radici”.

Un colpo da manuale in piena crisi. La signora Tatcher de no artri si è fatta subito riconoscere per “felpato” tatto diplomatico e cronometrico “timing, che hanno creato il massimo caos nella diplomazia internazionale, non solo fra i membri della comunità europea, i quali avrebbero invece preferito concertare (con “l’intraprendente” signora Ursula) le linee di politica estera in una zona tanto delicata dello scacchiere mondiale.

La spiazzante iniziativa della signora Von der Leyen a favore d’Israele avrebbe preso tutti di sorpresa, al punto da far pensar male anche i meno “complottisti”, su quale fosse la parte da cui pende il piatto della bilancia dell’Unione (askenaziti), al punto che: “…Dinanzi al caos comunicativo, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha deciso di convocare un vertice… i 27 hanno negoziato un comunicato con il quale rimettono in riga la signora von der Leyen. Condannano sì l’aggressione di Hamas, ma ricordano che ‘il diritto di Israele all’autodifesa”’ deve avvenire ‘nel pieno rispetto del diritto internazionale’. Sottolineano altresì “la necessità di proteggere i civili…” (Roman Beda, Il Sole 24 Ore) 23 ottobre 2023.

Ovviamente, il peso dell’Unione sullo scacchiere medio orientale, grazie a queste “deplorevoli iniziative”, è azzerato, delegittimando, se possibile, le linee già fragilissime di una politica estera dell’Unione Europea totalmente priva di peso politico internazionale, in quanto priva di una ragionevole sintesi fra: interessi degli Stati che la compongono, la compagine che li rappresenta, cioè, l’alto commissario agli Affari internazionali e i vertici della UE. Ecco “il passo falso della signora von der Leyen. Forse pensava di poter agire come fece quando scoppiò la guerra a Kiev. Ma l’Ucraina non è Israele e Gaza non è la Russia. A dire il vero, non è la prima volta che l’ex ministra tedesca commette errori di questo tipo: in altre circostanze, in questi ultimi mesi, si è dimostrata fuori strada rispetto ai paesi membri, ai quali dovrebbe rendere conto”.

Il fallimento della politica estera della UE

L’Unione Europea a 27, oggi 26 con l’uscita della Gran Bretagna dal progetto incompiuto della “grande Europa federata”, a settant’anni dal trattato di Roma ha sancito in via definitiva l’incompatibilità fra gli “Stati nazione” e il progetto definito “Unione sovranazionale” (di sovranità europee), così come cristallizzato negli assetti post-seconda guerra mondiale, salvo qualche aggiustamento ad Est.

La “Brexit”, è stato il primo campanello d’allarme che la visione “d’Unione”, così come concepita dai padri fondatori, era definitivamente fallita: l’antinomia fra “l’Unione di Stati nazione”, con specifiche identità nazionali, mal si concilia con la necessaria cessione di “sovranità” che ne è consegue, senza avere chiari quali dovrebbero essere gli obbiettivi di politica interna e di politica estera. Pertanto, la pletora d’istituzioni interne all’Unione (Commissione e Parlamento) non hanno rafforzato la “leadership di grande soggetto unitario”: cioè a dire, un Europa che esprimesse più ordine e coordinamento negli apparati amministrativi interni alle nazioni aderenti, assistito viceversa ad una sorta sovrapposizione fra entità statuali e sovranazionali che hanno creato superfetazione burocratica priva di senso economico e sociale.

Il risultato peggiore, però, l’Unione a 26, lo ha ottenuto nell’ambito della “visone comune” in politica estera, che ad oggi, tralasciando le formalità diplomatiche e di accordi internazionali, è a tutti gli effetti inesistente: difesa dei confini (della più vasta area comunitaria), risposta militare, oltre all’incapacità di “stabilizzare” all’interno e sui confini esterni (dell’Unione) le situazioni a maggior instabilità.

Le fortissime spinte secessioniste, messe in moto da un “Europa debole”, negli ultimi vent’anni hanno risvegliato (senza esclusione) tutte le “pulsioni irredentiste” di un continente geopoliticamente a cavallo fra conflitti religiosi, identitari e razziali, sopiti solo apparentemente dalle “forzature” dei tratti internazionali che dissolsero tra l’inizio e la metà del ‘900 gli imperi: ottomano, austroungarico oltre alla “grande Germania”, sostituendovi (arbitrariamente) “muri” e confini disegnati con “il righello dei vincitori”!

“L’eterno ritorno” della questione Serba, tensioni fra Belgrado e Pristina

“Mai sottovalutare questioni identitarie, religiose e lingua, di un territorio…” (tra virgolette cito sempre Romano Beda) dovrebbe essere il principio base delle relazioni internazionali! Ma, si sa, “le scarpe del calzolaio sono sempre bucate”, così che, la questione irrisolta del “nazionalismo serbo nei Balcani” ha bussato, fragorosamente e per l’ennesima volta, alle porte di un Europa alle prese con una fortissima “svolta a destra” degli elettorati interni (vedasi l’elezione di Robert Fico alla presidenza della Slovacchia).

Serbia e Kosovo, sono (di nuovo) ai ferri corti per una “pelosa” questione di riconoscimento dei diritti delle minoranze serbe a Nord del Kosovo; la “violazione” ha scatenato la prevedibile rappresaglia serba che non solo ha ammassato truppe e corazzati ai confini kosovari, ma ha pure reagito con una “black operation” (sotto copertura), finita con il sequestro di tre poliziotti albanesi, la morte di tre elementi del “kommando” serbo e un poliziotto kosovaro. La frittata è fatta!

La tensione è salita alle stelle nei Balcani. Considerato che la Serbia è da sempre “la cartina torna sole” dei rapporti fra Russia ed Europa, si può ragionevolmente affermare che questa “fiammata” rappresenta un’estensione del conflitto ucraino, se non nell’immediato, in termini militari, quanto meno a livello di relazioni internazionali, fra gli attori già coinvolti nel conflitto. Ovviamente, Unione Europea “non pervenuta”, per quanto riguarda i negoziati e le relazioni.

I progressi vantati per l’adesione della Serbia, non hanno cambiato nulla rispetto allo “status quo ante”, tutto come prima. I Balcani occidentali non vedono altri ingressi nell’Unione da una ventina d’anni: i progressi verso l’adesione di Serbia, Montenegro e Bosnia, languono a più livelli deludendo le comunità interessate, con l’unica eccezione della Macedonia del Nord (post referendum) che sembra essere più prossima ad un ingresso (salvo eventuali complicazioni bellico-elettorali) nella Nato e nella UE. Del resto, “la stabilità democratica” di quest’area è da sempre “pericolosamente” legata alla capacità dell’Europa di riassorbire nella propria sfera d’influenza questi paesi con il preciso scopo di “stabilizzarli”.

“Un dialogo fra sordi, mediato da un cieco”

Questa definizione dell’ambasciatore Giffoni (2021), sintetizza magistralmente il fallimento del negoziato fra Serbia e Kosovo, fortemente sostenuto dagli USA e mediato dall’Unione Europea, iniziato nel 2013 con l’accordo di Bruxelles dove le parti che s’impegnavano in un percorso diplomatico di riconoscimento reciproco.

Come spesso succede, “il diavolo si nasconde nei dettagli”. La normalizzazione dei rapporti fra Serbia e Kosovo non sfugge alla regola aurea che, in un negoziato il significato delle parole deve essere univoco per entrambe gli attori: il “peccato originale” della mancata svolta della politica dei Balcani sta proprio nel significato di “normalizzazione” delle relazioni fra Serbia e Kosovo che, guardo caso, non è “univoco” per entrambi.

Cioè a dire che se per il Kosovo “normalizzazione” significa: “il riconoscimento de facto dello “status di nazione”, invece da parte della Serbia significa “un aggiustamento; e rispetto delle tutele alle minoranze serbe in Kosovo”. Una sorta di prerequisito ad un riconoscimento all’entità statuale Kosovara, che la Serbia ritiene nell’area d’influenza del suo territorio, sebbene, a maggioranza musulmana.

Gli obbiettivi del negoziato 2013 erano diversi e “mascherati” dall’ambiguità del linguaggio diplomatico sul significato intrinseco della formula: normalizzazione dei rapporti” (linguaggio distruttivo), che ha condotto al fallimento finale non solo del negoziato, ma anche degli accordi Dayton.

Unione Europea, ostaggio della NATO e delle multinazionali

Non sfugge che quanto appena detto è all’origine di quanto accaduto fino ad oggi in Ucraina, la situazione è la medesima, il riconoscimento e la tutele di minoranze “russofone” in Donbas e Donetsk, territorio Ucraino. Analogamente, la Russia si è sentita in dovere di tutelare le popolazioni minoritarie di lingua russa residenti in queste regioni; sebbene la questione sia politicamente più complessa per la presenza degli Stati Uniti e della Nato alle porte della Russia, o se vogliamo nella “madre Russia”, cioè in quello che si può ben ritenere lo stato-nazione che ha dato origine alla Russia all’inizio dell’anno 1000 d.c.

Queste presenze, aggiunte all’azione d’aggiramento dei confini originari della Russia post sovietica, cioè a dire il passaggio di molti Stati definiti “cuscinetto” alla caduta del muro di Berlino sotto l’influenza della Nato, hanno fatto scattare un riflesso condizionato che appartiene alle caratteristiche della nazione Russa: la quale. da sempre, guarda al confine Ovest come una potenziale minaccia d’invasione visti i precedenti di Napoleone e di Hitler. Visione ampiamente giustificata da quanto sta succedendo, da parecchio tempo, nella “sfera” delle così dette nazioni precedentemente dette “neutrali” che sono passate in gran parte sotto la NATO.

La cancelleria Merkel ha avuto un ruolo di abile “cavallo” per aggirare le posizioni russe con gli accordi di Minsk

Il 12 febbraio 2015 a Minsk in esito ai colloqui dei leader di Francia e Germania, Russia e Ucraina, i rappresentanti del Gruppo di contatto trilaterale hanno sottoscritto il pacchetto di misure per l’attuazione del protocollo di Minsk, noto come protocollo di Minsk II. Le cancellerie europee, prendendo tempo, hanno permesso all’Ucraina di riarmarsi e di poter sostenere un offensiva Russa, puntualmente verificatasi, a fronte della concreta minaccia proveniente dall’Ucraina, divenuta teatro di chiare “proiezioni” contro la Russia da parte di una serie di nazioni interessate alla destabilizzazione dell’ordine mondiale, tra cui i principali attori europei. Quest ultimi, etero diretti, hanno sostenuto una deprecabile escalation che non può essere certo parte di una strategia pro-Europea, una strategia che dovrebbe puntare all’uscita dal conflitto il più presto possibile per tutelare i propri interessi economici e politici a livello internazionale.

Non è forse questo il prezzo di una mancanza di leadership e di una chiara linea di politica estera europea? Ostaggio di multinazionali e di governi stranieri che spadroneggiano nella culla della civiltà. Grazie al compiacente ruolo di quinta colonna (i capi di governo europei, ormai vassalli di forze militari straniere e di affari poco confessabili), il tutto aggirandosi nei dintorni del “grande reset” e del cambio di assetti geo politici mondiali. L’Europa e suoi leader di mezza tacca si sono accorti che “gli altri” si stanno dividendo il “mondo” e “l’Europa non sa nemmeno dove sta di casa”. Sic transit gloria mundi…

(foto: sfondo-licenza pxhere -https://pxhere.com/it/photo/714040)

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