OLTRE LA LINEA - di Giovanni Lorenzini

Versilia Noir. 27 giugno 1989: un doppio suicidio ancora con molte ombre

Sono passati trenta anni da quel 27 giugno 1989 ma nessuno – fra quanti di occuparono del caso – ha mai sposato in toto la versione ufficiale degli inquirenti di fronte ai due corpi, un uomo e una donna, trovati senza viva all’interno di un’auto parcheggiata in una vecchia cava dismessa sulle colline che incorniciano il paese e il lago di Massaciuccoli.
Suicidio voluto e cercato, collegando l’abitacolo con il tubo del gas di scarico. ‘Avvelenamento da ossido di carbonio’ spiegò il medico legale dopo l’autopsia. D’accordo, i due corpi, in avanzato stato di decomposizione, non presentavano alcun segno di violenza ma quando intorno alle 21 arrivò la notizia nuda e cruda senza particolari, di una coppia trovata senza vita dentro un’auto in una zona isolata, il primo pensiero andò al ‘Mostro di Firenze’ che fino a quattro anno prima aveva seminato terrore, morte e dolore nelle campagna attorno al capoluogo toscano. Con il passare dei minuti, con il turbinio di cronisti catapultati dalla sedie di redazione di una domenica estiva sul fronte della notiziona, però l’ipotesi della presenza del mostro inizio a perdere consistenza. Rimaneva il giallo, non tanto dell’identità delle due vittime (l’uomo e la donna avevano una relazione) ma sui motivi che avevano spinto a quel gesto. Un giallo nel giallo, perché all’interno dell’auto, accanto ai corpi delle due vittime, venne trovata la carta di identità di una terza persona del quale non si sapeva niente. Gli investigatori improvvisarono una battuta nelle vicinanze: zona impervia, la notte illuminata dalla luna e dalle torce, ruzzoloni (memorabile quello di un fotografo che ci rimise anche l’attrezzo del mestiere) e niente di niente.
Due corpi senza vita e una carta identità di una terza persona: quanto bastava per disegnare i contorni di un vero giallo nel quale le ipotesi, le più disparate avrebbero potuto farsi largo e rimanere in piedi fino a quando non sarebbe uscita fuori la verità. Ma quale verità? Chi poteva sapere qualcosa era ‘terza persona’. Dove era finito? Quale legame aveva con le due vittime? Gli inquirenti avevano però già in mano una parte della soluzione del giallo perché ‘il terzo uomo’ era già stato intercettato quindici giorni prima da una pattuglia dell’Arma lungo la via Pietra a Padule, la strada che attraversa il paese di Massaciuccoli e collega la provincia di Lucca a quella di Pisa, quasi sul confine fra i comuni di Massarosa, Lucca e Vecchiano. Il 14 giugno i quotidiani avevano riportato una breve notizia del ritrovamento in quell’area di una persona mal vestita, che non ricordava il suo nome, in stato di semincoscienza, sprovvisto di documenti. Uno sbandato? Un clochard? Un senza fissa dimora arrivato chissà da dove? Nessuno del paese lo aveva mai visto in giro, né quel giorno né in quelli precedenti. Mistero su mistero.
Due settimane dopo, unendo i due episodi – con la conferma che la carta di identità trovata sull’auto apparteneva all’uomo sbandato trovato mentre camminava senza meta lungo la via Pietra Padule – gli inquirenti cominciarono a comporre il puzzle: i tre si conoscevano, spesso erano stati visti assieme e stavano progettando di rilevare la gestione di un ristorante nella zona di Livorno. Ma cosa li aveva portati nella cava della morte? Tutti e tre avevano deciso di farla finita? Perché il ‘terzo uomo’ non aveva seguito la sorte dei due amici? C’era un patto fra di loro? La lunga lista degli interrogativi è rimasta senza risposta perché il ‘terzo uomo’ da quel giorno non si è più ripreso, la sua mente ha rimosso ricordi e pensieri.
 Così il mistero di quei due suicidi inspiegabili è rimasto in piedi tagliando oggi il traguardo dei trenta anni.