OLTRE LA LINEA - di Giovanni Lorenzini

Versilia noir, il pomeriggio che spezzò la vita a due dirigenti d'azienda

Nella vita di una comunità – e di chi, dal suo punto di osservazione deve raccontarla sul giornale dove lavora – ci sono episodi e date che rimangono scolpite nella mente. Per sempre. Non solo perché quella notizia valicò i confini locali, arrivando ad essere nel sommario di tutti i tg televisivi della sera ma per l’effetto choccante che ebbe su due famiglie, sulla città e sulla provincia di Lucca: la morte violenta di due dirigenti d’azienda uccisi a sangue freddo da un ex dipendente della stessa ditta, da tempo in cura per una grave forma di depressione ma ugualmente in possesso di un’arma.
Cominciamo dal giorno: 23 luglio 2010, estate, caldo, conto alla rovescia agli sgoccioli prima delle vacanze. Pomeriggio: aria condizionata a palla in redazione. Squilla il telefono. Una voce amica: ‘Hanno sentito colpi di pistola a Piano del Quercione, zona Gifas. Non so altro’. Prime ricerche di conferme. ‘E’ vero ma non sappiamo altro’. Catapultarsi sul posto, la prima regola. Ma nei cinque chilometri e mezzo, verso l’obiettivo, lungo la via di Montramito e la via Sarzanese, le ambulanze e le macchine della polizia e dei carabinieri andavano tutte dirette in quel posto come richiamate dalle note di un flauto magico. Nessuna tornava indietro. Brutto segno, se ad esempio un’ambulanza non fa il cammino inverso, in direzione dell’ospedale. L’arrivo sul posto: lo choc. Ci sono tre morti: chi ha sparato, prima ha ucciso due dirigenti dell’azienda con i quali aveva un appuntamento per discutere di un nuova opportunità di collaborazione, e poi si è suicidato.
Un dramma. Di quelli laceranti. Luca Ceragioli e Jan Hillmer, le due vittime, avevano moglie e figli. Jan era diventato padre da venti giorni. Erano manager dal volto umano, giovani e ben voluti, gente che aveva studiato, fatto la gavetta e che era riuscita a creare un bell’ambiente di lavoro. Fuori dagli uffici, districarsi in quel girone angoscioso e sotto choc, colleghi di lavoro sconvolti, increduli per quel che era accaduto prima, non era facile per chi doveva raccogliere notizie sicure. Né era facile rimanere insensibili di fronte allo straziante dolore dei familiari, ai quali in un primo momento le forze dell’ordine avevano stemperato la tragica realtà.
Tutto il resto è la liturgia del dolore e delle indagini. Con un nodo irrisolto e che a distanza di nove anni continua ad essere martellante e motivo di sconcerto, affastellando ancora interrogativi su interrogativi: come mai ad una persona in cura non era stato tolto il porto d’armi e messa al sicuro l’arma del delitto? Da anni i familiari delle due vittime hanno iniziato una battaglia di sensibilizzazione – coinvolgendo anche parlamentari e dando vita ad un’associazione – su questo aspetto legislativo. Qualche risultato è stato ottenuto. Ma ogni tanto nel mare magnum della cronaca nera nazionale, le armi da fuoco impugnate da menti disturbate seminano il dolore e la disperazione. Come quel 23 luglio 2010 a Piano del Quercione. ‘Benvenuto’. I convenevoli. Le strette di mano. ‘Prima di parlare, prendiamo un caffè’. Poi il piombo mortale.