OLTRE LA LINEA - di Giovanni Lorenzini

VERSILIA NOIR 1992. Uno sparo nella notte

Ci sono storie che riviste a distanza di anni provocano ancora una grande emozione e un dolore interiore perché ‘ma sì, poteva capitare anche a me’. Come a te, come a tutti. Un dolore forte perché i ricordi di quei momenti – stiamo parlando di un tragico episodio del gennaio 1992, quindi 27 anni fa – tornano a farsi largo nella memoria, lasciando ancora una lunga scia di sgomento. Prima di tutto per i familiari della vittima, ma anche per chi, da testimone privilegiato, ha dovuto raccontarli. Si può morire a 25 anni, nell’immediata periferia di una cittadina come Viareggio, per un colpo di pistola esploso a casaccio da una persona? Si può morire per un proiettile vagante, purtroppo, dove c’è un conflitto. Ma è difficile accettare una morte del genere in una città tranquilla in tempo di pace. Sembra impossibile che la memoria ci faccia ricordare questa tragica verità, ma questa (purtroppo) è la storia. E’ l’8 gennaio 1992, una tranquilla serata invernale: una giovane coppia, dopo avere trascorso la serata in una pizzeria di Viareggio, in auto sta percorrendo la via di Montramito, destinazione Stiava: a casa, ad attenderli, c’è il figlioletto, rimasto con i nonni. All’improvviso, uno sparo: il giovane alla guida dell’auto (un militare della Guardia di Finanza che lavorava a Livorno) ha appena il tempo di frenare, scendere barcollante e cadere sull’asfalto. La sparo altro non era che un colpo di pistola, esploso non si sa da chi e proveniente da dove, che ha colpito il conducente al collo. Per lui, non c’è più niente da fare: la ferita è mortale. Scene indimenticabili. Il dolore e la disperazione della moglie. Lo sgomento di quanti cercano di prestare i primi soccorsi. Ma chi ha sparato? E da dove arrivava il proiettile? Domande che nell’immediatezza rimangono senza risposta. L’unica certezza è che non si è trattato di un agguato: i testimoni non hanno visto nessuno. 

LA PRIMA importante risposta arriva due giorni dopo, quando gli inquirenti – con il lavoro dei dai periti balistici – riescono a definire un aspetto molto importante: il proiettile che ha ucciso il giovane finanziere padre di famiglia è un calibro 10.4 quasi certamente di un’arma antica, forse da collezione. Un’arma che avrebbe potuto essere in dotazione ai carabinieri reali nei primi anni del ‘900. Non è certo l’arma di un killer che voleva uccidere il giovane. Ma rimane l’interrogativo di fondo: chi ha sparato? E perché? Il giallo viene risolto a metà mese quando un ragazzino di 17 anni si presenta in commissariato autoaccusandosi di avere sparato per provare una pistola trovata sulla via di Montramito. ‘Ero da solo in scooter, avevo bisogno di fare un bisogno corporale – raccontò -: nel posto dove di sono fermato, ho trovato l’arma, non so chi l’avesse abbandonata, per curiosità l’ho presa in mano, non so neppure io come sia partito il colpo….’. Un colpo mortale. Una verità tragicamente ‘banale’ (sulla ricostruzione-confessione si addensarono molti dubbi) ma un fatto era certo: quel colpo di pistola fu proprio esploso a casaccio. Una pistola Glisenti, da collezione, finita chissà come in mano al ragazzo. Il resto di quei giorni fu la continua disperazione dei familiari del giovane morto e il processo a carico del ragazzo al Tribunale dei minorenni. E oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo, come sempre è bene ricordare per non dimenticare….la banalità del Male.