Home VIOLENZA E DINTORNI- di Daniela Lucatti Finalmente uomini in piazza contro la violenza sulle donne

Finalmente uomini in piazza contro la violenza sulle donne

by redazionetoscanatoday

Qualche settimana fa, a Piacenza, è sceso in piazza, per quanto mi è dato sapere per la prima volta, un corteo di uomini che ha sfilato per la città manifestando contro la violenza sulle donne. Proprio il giorno prima, durante la presentazione del testo ”il sangue delle donne” presso l’Associazione casa della Donna di Pisa, discutendo della situazione attuale delle donne (ancora oggi e nei nostri evoluti paesi) tutt’altro che paritaria, avevo espresso l’opinione che il vero cambiamento, seppur lento, sarebbe iniziato quando tutti quegli uomini, che a parole si ritengono convinti del diritto di ogni donna ad autodeterminarsi e scegliere come condurre le proprie vite, avrebbero avuto il coraggio di scendere in piazza e metterci la faccia, differenziandosi in modo visibile dai loro compagni prevaricatori e violenti.


E’ stato quasi incredibile rendersi conto, proprio il giorno dopo, che un gruppo di genere maschile aveva effettivamente manifestato in questo senso. Fino a quel momento erano esistenti svariate associazioni di uomini impegnate a diffondere un’indispensabile riflessione su un nuovo modo di essere tali e ad operare in questa direzione. Associazioni, queste, moltiplicatesi negli ultimi anni che, seppur diverse l’una dall’altra, sono unite nel comune percorso del contrasto alla violenza maschile contro le donne.


Tutte sono anche concordi nell’individuare nella cultura patriarcale la genesi della violenza di genere sebbene poi, a seconda della tipologia e orientamento politico, diano più o meno spazio ai percorsi psicologici individuali, ai gruppi terapeutici o ai gruppi di condivisione-riflessione. I primi passi in questa direzione (della condivisione tra uomini che parlano di loro e tra loro del loro modo di essere e del loro vissuto di “maschi”) furono fatti, circa un trentennio fa, dai cattolici di base di Pinerolo tra i quali un membro fondamentale, sempre attivo, avanguardia politico-ideologica, è Beppe Pavan che abbiamo avuto l’onore di avere a Pisa qualche anno fa, come formatore dell’Associazione Nuovo Maschile, presente sul territorio pisano.


Tra questi gruppi, avanguardie della necessità di un cambiamento e per questo impegnati con primaria valenza politica, quelli facenti parte di Maschile Plurale. Il proliferare di centri e associazioni che operano con uomini che non controllano gli impulsi e/o che si interrogano sul rapporto con l’altro genere è stata un’ ovvia, anche se lenta, conseguenza della lotta femminista e della nascita dei Centri Antiviolenza e non poteva essere se non così, visto che la violenza di genere è unilaterale e viene agita dal genere maschile (che se ne deve fare carico) su quello femminile (per chi non ha approfondito l’argomento, preciso che questa non è un’opinione del mondo femminista ma una realtà accertata e monitorata dai maggiori organismi internazionali, che continuamente promuovono misure nel tentativo di porvi rimedio).


Naturalmente non possiamo non pensare che il fenomeno avrà fine solo quando, cambiando la cultura che sta alla base del convincimento millenario della legittimità del predominio maschile, cambierà il modo di essere-sentirsi uomo. Questo perché, se è vero che donne più consapevoli di loro stesse e dei loro diritti sono più in grado di non subire abusi, è anche vero che sempre più spesso, quando questo accade, se gli uomini non sono in grado di accettarlo, semplicemente le uccidono in modo fisico (i femminicidi sono ormai una mattanza strutturale che non mostra flessioni numeriche), morale (stalkeggiandole fino ad impedire loro una normale esistenza) o ricattandole usando le figlie/i. Quindi è importante tutto il nostro sostegno ai centri per uomini maltrattanti e agli uomini che ricercano insieme un nuovo modo di rapportarsi con l’altra metà del cielo, badando però a non fare confusione, pensando che le già quasi inesistenti risorse pubbliche (in relazione all’entità del fenomeno maltrattamento e ai bisogni delle donne che subiscono violenza e che per questo riportano enormi conseguenze psicologiche, fisiche ed economiche) vadano in parte stornate su questo settore, che deve essere invece capace di autofinanziarsi, se veramente pensa di operare in modo politicamente corretto in contrasto alla violenza di genere.


Affermo questo perché (anche se è brutto dirlo) sembra che ultimamente la violenza sia diventata un business, un’opportunità professionale o assistenziale. E’ di fondamentale importanza distinguere i Centri Antiviolenza nati da donne come luoghi di pensiero con l’obiettivo di fare cultura di genere e percorsi femministi di autodeterminazione e Centri Maschili che operano in linea e sinergia con questi, dagli innumerevoli altri nati appunto con motivazioni sanitarie, assistenziali o professionali. I Centri Antiviolenza e i centri che intervengono sugli uomini in contrasto alla violenza di genere, hanno come caratteristica basilare quella di essere luoghi politici dove viene portato avanti, parallelamente all’intervento di supporto a vario livello (accoglienza e ascolto, sostegno psicologico e/o legale ecc,) un continuo e profondo lavoro di studio, analisi sociale e culturale o, meglio, controculturale, con un operare continuo di sensibilizzazione sulle tematiche della differenza. Purtroppo tante persone si improvvisano “esperte” di violenza non avendo la seppur minima idea della complessità , della professionalità e dei saperi necessari e sempre in divenire, che si acquisiscono in anni di pratica, continui confronti, studi e formazioni permanenti.


A proposito di improvvisazioni di chi proprio non ha idea di quello che propone in questo settore, pur definendosi “esperta/o”, vi porto l’esempio di quello che è accaduto proprio qualche mese fa. Un’assessora del nostro Comune, per fortuna fatta dimettere, era riuscita a partorire il folle disegno di “una casa per maltrattanti” che, a parte le amare risate che una tale proposta sollecita (così gli uomini che agiscono violenza sarebbero stati liberi di uscire, raggiungere serenamente le loro vittime e realizzare molto più facilmente i loro propositi), avrebbe oltretutto usato denari delle/i cittadine contribuenti, compresi quelli delle stesse vittime (e dei centri che le sostengono) per le quali non ci sono mai sufficienti risorse per potersi ricostruire un’esistenza dopo il trauma della violenza subita (a Pisa si direbbe per buttarla sull’assurdo “becche e bastonate”). Non aveva pensato, l’assessora, che la casa per gli uomini che agiscono violenza, anche quella comunque pagata da tutte/i noi anche se più volentieri, era già stata pensata: e si chiama carcere.


Queste “divagazioni” (relativamente al focus iniziale) si sono affacciate da sole, quasi automaticamente perché i collegamenti che affiorano affrontando il tema della violenza di genere sono infinite e necessiterebbero approfondimenti certamente non possibili in un solo articolo. Considerazioni che si sono affacciate perché è pensando a quegli uomini di Piacenza, che coraggiosamente sono scesi in piazza, che mi sono chiesta perché non siano stati proprio i Centri per uomini che, come dicevo, sono ormai davvero tanti e hanno la loro rete di collegamento-coordinamento, a pensare di compiere un forte atto di presenza politica, organizzando loro stessi una manifestazione nazionale di soli uomini contro la violenza, dando un messaggio chiaro di differenziazione da un modello di virilità prevaricatrice e abusante. Naturalmente non è certo importante arrivare primi o secondi; non è questo il problema ed è fatto importantissimo che ci sia comunque stato chi ha iniziato un cammino di responsabilità di genere, al quale va tutto il nostro plauso.


L’unica cosa che mi sento di suggerire è che le prossime volte (che spero sull’esempio di Piacenza saranno vicine nel tempo e molto più partecipate) lo striscione riporti non uno slogan rivolto alle donne (in quello degli uomini scesi in piazza era scritto “libere di scegliere” e “uomini per le donne”), ma rivolto a loro, al loro sentirsi e voler essere diversi, qualcosa che metta in evidenza il loro sentimento di vergogna nel sentirsi accomunati ad un maschile arcaico e violento, il loro essere capaci di sopportare il rifiuto tipo ”può accadere di non essere scelti” o “liberi dall’ossessione del possesso e della gelosia” o ancora “i veri uomini non sono terrorizzati dalla libertà perché vogliono sentirsi scelti”.

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