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Viviamo in un presente con ipotesi di futuro

by Alessia Ricci
Alessia Ricci (Forte dei Marmi, psicologa

L’isolamento oltre ad amplificare le già esistenti fragilità può provocare gravi danni psicologici

Stiamo vivendo un’emergenza sanitaria mondiale, un periodo difficile e complesso in cui se amiamo una persona la dobbiamo tenere a debita distanza. I parenti e gli amici li vediamo solo tramite videochiamate. Sembra tutto molto surreale ma è la realtà in cui siamo stati catapultati. Le strade profumano di primavera e amuchina, fuori per necessità indossiamo mascherine usa e getta, cucite a mano o nei peggiori dei casi bandane, oltre a un bagaglio di preoccupazioni nazionali. Usciamo finalmente con un sospiro di sollievo per quella mezz’ora d’aria, ma con una morsa allo stomaco per timore della multa, del giudizio del vicino o che possa capitare l’irreparabile. Controlliamo ogni nostro e altrui passo per essere sicuri che le norme siano state seguite, l’ultimo decreto rispettato e la salute mondiale salvaguardata, insomma una grossa responsabilità. Ci sorridiamo, controlliamo e ci evitiamo, ci risorridiamo, controlliamo e ci rievitiamo, poi rientriamo a casa dove è impossibile evitarci e nelle situazioni peggiori può essere anche difficile sorriderci.

La quarantena potrebbe rappresentare un momento in cui finalmente legittimare il dolce far niente, quando tutti corrono e la società accelera la corsa. Spesso diventa complicato rallentare e venir meno al senso del dovere, ma adesso il mondo si è
fermato e noi abbiamo la possibilità di riscoprire il tempo come deve essere percepito realmente: il tempo, quello vero, non più rapido, incessante, progettuale e in costante movimento, ma un tempo interno, di nostra proprietà, dilatato, paziente e statico, di cui abbiamo perso la cognizione del valore.

Tutto è un presente e memoria passata, il futuro non è al momento progettabile né prevedibile e questo ci terrorizza. In pratica viviamo un presente con ipotesi di futuro “sospeso”, il classico stand-by: non sappiamo quando e come ripartiremo. Certo, ci sono le proiezioni statistiche, i numeri, i picchi e i grafici: ma quanto tempo ci vorrà per recuperare quelle garanzie che ci permettevano un’irreale quotidianità? E quanti nel disagio anche prima lo saranno ancora di più dopo?

La pandemia ci ha colpito drammaticamente su tutti i fronti: a livello sanitario, a livello politico, economico, sociale e individuale e quindi di conseguenza può colpirci gravemente a livello psicologico. La prolungata costrizione all’isolamento o la convivenza forzata e la limitazione della libertà individuale mettono a rischio chiunque, anche chi vive situazioni familiari serene. Prima la quotidianità, per come la conoscevamo, ci forniva salvagenti psichici: il lavoro, le amicizie, le attività sportive, la vicinanza degli altri, erano risorse che ci aiutavano a superare le difficoltà. Adesso le abitudini sono state stravolte e tra le mura domestiche ci confrontiamo con la qualità della nostra relazione coniugale o di unione familiare, con il nostro livello di resilienza e con la nostra capacità di annoiarci, intrattenerci e convivere con noi stessi trascorrendo semplicemente il tempo.

L’isolamento oltre ad amplificare le già esistenti fragilità può provocare gravi danni psicologici ed è per questo che oltre alla salute fisica è fondamentale salvaguardare anche la salute mentale di chi è in quarantena.

In questo momento emergono le lacune del sistema, siamo impreparati e incapaci ad aiutare tutti ma questo deve insegnarci quanto sia fondamentale prendersi carico dell’intera comunità senza tralasciare nessuna categoria, solo perché non ne facciamo parte. La speranza risiede nello sviluppare una visione d’insieme: ciò che non ci accade non è poi così distante da noi, e le iniziative di aiuto che mano a mano stanno nascendo, dimostrano che un sentimento di reciprocità verso gli altri si sta insinuando. Un atto di fede finalizzato al dare e non al ricevere, lo spostamento esistenziale dall’avere all’essere.

Cercando quindi una chiave di lettura che vada oltre il mero significato di virus pandemico, il COVID-19 porta con sé una consapevolezza antica ovvero che la relazione è cura. Ci siamo riscoperti vulnerabili e spaventati come quando eravamo
bambini dove la cura era il contatto e qualcuno che ci diceva “andrà tutto bene”. Sembrerebbe quindi impensabile riuscire a dare supporto, ascolto e vicinanza adesso in cui la parola d’ordine è distanza. Invece in questa emergenza abbiamo riscoperto la compassione. La lotta contro un nemico comune ci ha avvicinato, eludendo i confini personali. Ci ha restituito il senso di appartenenza all’umanità, nella sua manifestazione migliore. Avvalendosi del concetto di responsabilità condivisa ci ha
spinto oltre noi stessi e ci ha ricordato che ognuno è il risultato della somma delle azioni di tutti.

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