Home VOCI DAL SUD - di Maddalena Bonelli Un 8 MARZO lungo un anno, non un giorno

Un 8 MARZO lungo un anno, non un giorno

by Maddalena Bonelli
Maddalena Bonelli, scrittrice

VOCI DAL SUD. Un mondo in cui si possa camminare al fianco dei mariti, dei figli, dei padri, dei colleghi, non davanti né dietro

Giugno 1979, ultimo esame del corso di laurea in Medicina e chirurgia, ultima domanda: “Signorina mi parli della legge 22 maggio 1978, n° 194”. Un sospiro di sollievo e una risposta da trenta e lode. Una sorta di premonizione mi aveva spinta il giorno prima ad approfondire l’argomento.

La legge del 22 maggio 1978, n. 194, che ha depenalizzato e disciplinato il diritto all’aborto, frutto di anni di lotta, fu partorita in un clima di forti contestazioni e divergenze fra gli stessi gruppi femministi. Fino ad allora, chi si procurava un aborto, qualunque fosse il motivo, rischiava da uno a quattro anni di reclusione e chi l’aiutava, da due a sei anni. Fu il reale riconoscimento di un diritto o anche il mezzo per porre rimedio all’irresponsabilità sessuale degli uomini? Dopo solo un mese la legge fu sottoposta a referendum.

Imbevuta di morale cattolica fino al midollo osseo, andai al voto con grande ambascia perché, pur furiosa per la condizione femminile nel mondo, il mio cuore piangeva per quel grumo di sangue strappato all’utero: per me era un valore da proteggere, mentre per molte delle femministe che andavano in piazza era solo un incidente o la bandiera di una lotta.

Una lotta iniziata in Europa a fine 1700. Durante la rivoluzione francese Olympe de Gouges con i suoi scritti ispirò  gruppi di donne, definite con disprezzo ‘suffragette’, che  rivendicavano il diritto al voto, e non solo. L’opera di Olympe fu tagliata di netto da un colpo di ghigliottina nel 1973. La donna si era spinta troppo oltre e aveva osato criticare Robespierre. Passarono decenni prima che il voto fosse concesso alle ’femmine’. L’8 marzo del 1917 a San Pietroburgo, nel contesto di quella che fu poi denominata ‘Rivoluzione di Febbraio’ (calendario giuliano), un corteo di donne marciò compatto chiedendo la fine della guerra: “Pane e Pace”. Ne seguì la cacciata dello Zar e la conquista del diritto di voto per le donne. In Italia le donne votarono per la prima volta nel 1946 e negli anni sessanta si discuteva accanitamente sulla legittimità dell’uso degli anticoncezionali. 

Matera 8 marzo 2020

Io pensavo poco agli anticoncezionali. L’ho detto, ero cattolica praticante e m’interessavo più alla libertà di scegliere chi sposare che alla libertà sessuale, e odiavo che l’uomo potesse fare ciò che voleva senza essere giudicato, solo in virtù dei suoi muscoli da testosterone. Ero dalla parte delle femministe che urlavano in piazza: “L’utero è mio e lo gestisco io” e litigavo con chi le considerava solo puttane. In me prevaleva la rabbia istintiva di chi deve “sottostare” piuttosto che la vera consapevolezza di un diritto leso e del senso di quella frase.

Molte leggi dopo gli anni settanta hanno garantito i diritti delle donne, ma la vera uguaglianza di genere è ancora ben lontana dall’essere una realtà tangibile e ben radicata nella nostra mentalità, anche in Occidente, e ciò che accade altrove è tragedia pura. Le donne, nella maggior parte del mondo, sono ancora considerate e trattate da esseri inferiori, umiliate, sottomettesse e mercificate impunemente. E dove ci sono le leggi, le autorità -prevalentemente maschili anche in Occidente- chiudono gli occhi. Noi donne abbiamo un marchio a fuoco impresso sulla nostra pelle arcaica, e non c’è laser che possa toglierlo. Non ancora, e non del tutto. E’ una cicatrice inconsapevole che sfida la logica.

Fra tutti i ricordi che ho dell’infanzia, il più forte e fra i più antichi, è la rabbia di non essere maschio, non per sessualità aberrante, né per quell’invidia del pene che Freud teorizza come elemento fondamentale dello sviluppo psicosessuale delle donne fra i tre e i cinque anni: ma per il desiderio di possedere l’agognata appendice che mi avrebbe consentito gli stessi privilegi dei miei cugini maschi. A tre, quattro anni già sentivo l’amarezza di appartenere ad una casta inferiore. In un ambiente dove quasi tutti eravamo sui gradini più bassi della società, le donne erano sempre di qualche gradino più in giù rispetto agli uomini. Io desideravo avere il pene per salire più su, per prendere le mie decisioni senza sentirmi dire sempre: “Tu sei femmina, questo non lo puoi fare e questo non lo puoi dire”. Ancora oggi sento la voce di quella bambina che credeva che qualcosa sarebbe cambiato se avesse indossando i pantaloni. Me li aveva cuciti mamma negli anni cinquanta, per accontentare il mio desidero infantile, e negli anni sessanta lottai in collegio per poter indossare l’illusione del magico indumento.

Quanto è cambiato da allora il mondo, soprattutto qui al sud! Ma noi donne siamo ancora un gradino sotto ai maschi. In politica, negli ospedali, nelle grandi aziende, nell’arte, in letteratura, e in ogni campo, è sempre l’uomo che ha più potere decisionale, più successo. Anche quando noi donne diamo di più, valiamo di più. La strada per la parità di genere è ancora lunga e, dove la situazione dal punto di vista legislativo è drasticamente cambiata, c’è stato e c’è un alto prezzo da pagare.

Molte donne della mia epoca, per conquistare parità e libertà, hanno dovuto varcare la linea sottile che contiene la donna in un’area di peculiare sensibilità, fascino e intelligenza, e si sono addentrate in un mondo di finto sé, dove prevale l’elemento maschile, perdendo parte di se stesse. E spesso lo scopo non è più il diritto alla parità ma un’inversione di ruoli. E anche i maschi, soprattutto quelli del nord Europa, a volte visti come “senza palle”, per timore di essere tacciati di maschilismo, hanno a volte attraversato, in senso inverso, la linea di separazione che distingue l’universo femminile da quello maschile. E’ questo che vogliono oggi le femministe? Spero di no. Ma è il rischio che si corre quando inizia una lotta: le motivazioni iniziali si perdono nei giochi di potere.

Cosa rimane dunque delle suffragette, nelle femministe moderne? Di certo oggi in Europa non rischiano la ghigliottina, ma in molte parti del mondo continuano a scrivere e a gridare contro l’indifferenza e la prevaricazione maschile, nonostante la prigione, nonostante il rischio di tortura e morte. 

A qualcuno dico, non datemi della femminista, perché non lo sono. Sono solo una donna che desidera un mondo in cui si possa camminare fianco a fianco ai mariti, ai figli ai padri, ai colleghi, agli amici, non davanti per prendere i colpi peggiori, né dietro per lasciare loro il passo.

Non saranno solo le quote rosa a renderlo possibile, né le urla in piazza. Anche noi dobbiamo cambiare, riappropriarci di ciò che ci rende uniche e indispensabili per la specie umana,  rivendicare la femminilità come un privilegio e non scagliarla contro il nemico come un’arma. La nostra forza è in questa diversità, in ciò che il maschilista chiama debolezza.

Le braccia delle donne non sono fatte per la guerra, sono plasmate per accogliere e contenere il dolore dell’altro: quello dei figli, degli ammalati, dei genitori anziani, e per proteggere dalla brutalità e dall’orrore che alberga negli esseri umani. Il cuore di una donna sa dare amore e protezione, sa cullare le speranze, sa concepire il perdono. L’intelligenza di una donna va oltre il numeri e oltre l’evidenza, coglie le sfumature più sottili e apre le porte e nuove soluzioni. Vogliamo dunque la possibilità di usare liberamente la nostra diversità a vantaggio dell’umanità, di tutta l’umanità. Non siamo solo badanti, madri, figlie amanti, ma anche scienziate, artiste, medici d’eccellenza, scrittrici e molto altro.

Non ho mai partecipato ad una cena con amiche l’8 marzo. Quel giorno penso sempre alle donne che hanno lottato e sofferto per garantirci la parità di diritti. Si meritano molto più di una cena commemorativa. Si meritano la presa di responsabilità in una lotta ancora lunga. E voi cari compagni di viaggio: insieme, grazie alle nostre diverse intelligenze, al diverso modo di amare, alla diversa forza d’animo e fisica, potremo cambiare il mondo. Per l’8 marzo incartate il ramo di mimosa con questo impegno con voi stessi.   

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