di GIANCARLO ALTAVILLA – La procura della Repubblica di Roma ha concluso le sue indagini: incolpati sono agenti dei servizi segreti egiziani
Verità per Giulio Regeni. È il monito che vediamo stampato sugli striscioni gialli appesi alle finestre dei municipi. È il desiderio di tanti italiani, che non vogliono dimenticare la tragica morte di un ragazzo incolpevole e che vogliono sapere da chi è stato ucciso Giulio e perché. La procura della Repubblica di Roma ha concluso le sue indagini; gli incolpati sono agenti dei servizi segreti egiziani, rei di aver assassinato il ragazzo italiano. Avremo modo (speriamolo) di conoscere i fatti e le loro ragioni.
Quel che si sa è già terribile. Giulio Regeni è stato torturato per nove giorni, picchiato e ripicchiato con violenza omicida, così violentemente da non lasciargli scampo. È morto di botte, di torture, di dolore È morto nelle mani di assassini vigliacchi, che l’hanno rapito, mortificato, offeso e ucciso. Giulio, il ragazzo, lo studioso. Giulio, il ricercatore sorridente, dalla barba timida sul viso intonso.
Non esistono ragioni politiche che possano spiegare l’azione assassina. Non esistono ragioni di diritto internazionale che possano giustificare la rinuncia dell’Italia ad una contestazione diplomatica ferma e coraggiosa; dignitosa. E non esistono ragioni di convenienza economica che possano superare l’immorale violenza di mantenere intatte le relazioni commerciali con uno Stato che diventa ostile quando sottace la verità e impedisce di accertarla.
Dopo l’attentato alle Torri Gemelle d’America, molti giornali italiani scrissero che ‘Siamo tutti americani’; e dopo gli attentati in terra di Francia, qualche giornale scrisse che ‘Siamo tutti francesi’: per esprimere vicinanza alle vittime, sdegno nei confronti delle azioni stragiste. Leggendo le ultime notizie su Giulio Regeni ho pensato alla madre, al suo dolore mortale, fatto dell’assenza eterna del figlio e della violenza che ne ha spento la vita. Vorrei ci sentissimo oggi tutti Niboe.
Niboe aveva sette figli e sette figlie e ne era tanto orgogliosa da sentirsi superiore alla dea Latona, che di figli ne aveva solo due, Apollo e Artemide. La dea volle punire l’orgoglio di Niboe, e ordinò ad Apollo di ucciderne i figli maschi e ad Artemide di assassinarne le figlie. Quando Niboe vide i suoi figli cadaveri, urlò il suo strazio e invocò la pietà di Zeus, pregandolo di farla diventare una roccia, dura, ferma, senza sangue né lacrime, senza il dolore. E Zeus l’accontentò. Ma nemmeno il dio pietoso seppe azzerare il dolore della mater dolorosa: dalla roccia senza vita cominciarono a sgorgare lacrime calde e copiose, ininterrottamente. Si dice che quelle lacrime bagnano ancora la pietra, e che così sarà per sempre, perché eterno è il dolore della madre del figlio assassinato.
Verità per Giulio Regeni.
Giancarlo Altavilla è avvocato amministrativista, cassazionista, professore a contratto all’Università di Pisa
