Ogni paese ha la sua casta, ma un paese normale se la sceglie tra coloro che abbiano le qualità per decidere per tutti e tra queste non è l’ultima virtù quella di sapere che cosa (poter) dire
Mi è ricapitato tra le mani un libro di Massimo D’Alema di alcuni anni fa. Il titolo è un’invocazione, un auspicio, difficile credere che sia una constatazione: ‘Un paese normale’. D’Alema lo ha scritto quando era il segretario del PdS e il suo argomentare, tutto politico, indugiava sulla prospettiva, prossima e vantaggiosa, dei Democratici di sinistra di approdare al governo del Paese.
Nello sfogliare un libro di pochi anni fa, che sembra narrare fatti e situazioni ben più remoti e, diciamo così, anacronistici, quel che mi è sembrato attuale e attualissimo è il titolo, inteso, appunto, quale invocazione e auspicio: un paese normale. Questi sono i giorni del Covid-19, il famigerato Coronavirus, che, oltre a distribuire paure e angosce, ha fornito l’immagine e la certezza che il nostro Paese, nonostante gli auspici del D’Alema segretario, normale (ancora) non è.
Rinuncio, per ovvie ragioni di incompetenza, ad esprimere qualunque considerazione in merito al virus, il cui studio (la natura, l’origine, l’offensività) lascio ottimisticamente all’impegno dei ricercatori. Quel che invece mi preme di esprimere è il senso della miserabile inconsistenza della politica italiana.
Sono convinto che di fronte all’emergenza sanitaria (ma poi di tutte) il dovere primo delle istituzioni sia quello di indicare la via per uscirne. Come? Innanzitutto acquisendo le informazioni, i dati, quali presupposti del decidere. Sia bene inteso, non quelli ‘di quartiere’, forniti dal giornalista appostato davanti ad un ospedale o dal malato che generosamente dichiara come si sente e cosa e con chi abbia mangiato negli ultimi giorni. Mi riferisco alle informazioni e ai dati veri, quelli che provengono dagli enti sanitari e di ricerca di massimo livello, che devono parlare per tutti, ‘decretando’ lo stato delle cose. Da cittadino mi aspetto che solo dopo l’acquisizione delle informazioni, la politica decida, dando seguito agli elementi certi, univoci e attendibili che abbia acquisito con cura.
Il diritto la chiama ‘discrezionalità tecnica’. È quella che condiziona il potere (politico ed amministrativo) con i dati della scienza, i quali rappresentano l’argine all’autonomia decisoria di politici ed amministratori. In genere è facile: la scienza dice quale debba essere il livello massimo di arsenico ingeribile bevendo, e la politica adotta il conseguente decreto sulla potabilità dell’acqua. La scienza indica quale sia il livello massimo di polveri sottili tollerabile nell’aria, e la politica adotta le misure anti inquinamento per le città. E così via.
Con il Coronavirus non è andata così
Nonostante si tratti di una patologia e che la sua origine, la sua diffusione e la sua cura siano – non credo ci sia spazio per il dubbio – questioni mediche e sanitarie, la politica italiana, davanti alla sua virulenza (probabile, eventuale, chissà), ha pensato che il Covid-19 fosse anche un thema sociale, regionale, nazionale nel senso della Nazione italica.
I politici italiani (mi riferisco soprattutto quelli delle periferie regionali) hanno trascurato di acquisire dati scientifici certi prima di assumere decisioni e, soprattutto, prima di esternare i loro illuminati pensieri. Essi, per effetto di un sistema che, a seguito della riforma federalista di Massimo D’Alema del 2001, ha spezzettato il governo della salute pubblica in una costosa e disomogenea sanità regionale, hanno assunto posizioni autonome e autonomiste, aggiungendosi o sostituendosi alla voce (forse un po’ flebile) del ministro e frequentando più le sale stampa che le unità di crisi.
E allora, scuole aperte – scuole chiuse, voli aerei sì, ma anche no, treni e quarantene, solo alcuni. E poi: mascherine esibite in televisione, cinesi ingiuriati perché ghiotti di topi crudi, invocazioni alla chiusura dei porti, notoriamente vie privilegiate per l’ingresso in Italia di virus ed emigranti (e viceversa). E la risposta sociale a questi cattivi maestri della politica politicante, che hanno perso il senso dello Stato (quello che guarda alle cose in una prospettiva nazionale, unitaria ed omogenea), non è mancata.
Abbiamo visto le violenze (assurde e incivili) contro i cinesi sui tram e nelle strade, gli assalti (sciocchi e ingenui) ai supermercati per l’approvvigionamento dei viveri, gli insulti (deprecabili e inquietanti) ai turisti settentrionali recatisi nel Sud d’Italia, i pronto soccorso degli ospedali invasi da questuanti del tampone, etc.
Insomma, diciamolo, una vergogna
È mancata la competenza e hanno latitato il buon senso, la prudenza e l’onestà intellettuale. E quando i politici della paura si sono accorti che, più del Coronavirus, era diventata virale l’ansia della gente e quindi dei consumatori, dei turisti e degli investitori, e che il gioco scellerato dell’emergenza aveva effetti nefasti sulla produzione e sull’economia, la medesima superficialità spesa nel fomentare la paura dell’epidemia è stata resa per tranquillizzare e ammansire. Senza ragione l’una, senza motivo l’altra: in media stat vir(t)us.
E così abbiamo visto riaprire le cattedrali e i musei, e abbiamo sentito invitare tutti (alias, i consumatori, i turisti e gli investitori) a tornare alla normalità, perché, diciamolo, il Covid-19 è una febbre, forse poco di più, ma poco. Non voglio essere frainteso, quella che viviamo è sicuramente una emergenza sanitaria, per le ragioni (scientifiche) che altri ben meglio di me sanno dire. E che il rischio di una epidemia vada governato e sventato, non c’è dubbio.
Ma è deprecabile l’approssimazione politica di coloro che dall’alto dei propri ruoli istituzionali hanno esternato parole qualsiasi, invocazioni estemporanee, soluzioni a-scientifiche. Ogni paese ha la sua casta. Ma un paese normale se la sceglie tra coloro che abbiano le qualità per decidere per tutti e tra queste non è l’ultima virtù quella di saper tacere, prima di sapere che cosa (poter) dire.
Giancarlo Altavilla è avvocato amministrativista, cassazionista, professore a contratto all’Università di Pisa
