IN ITALIA, VERONA - di Giovanni Villani

“Chiamata alle armi” del sindaco Federico Sboarina

di GIOVANNI VILLANI – Una autentica “chiamata alle armi”, quella lanciata pochi giorni fa dal sindaco di Verona, Federico Sboarina. L’argomento del suo allarmato annuncio: la pesante situazione economica di tre caposaldi dell’economia veronese: La Fiera internazionale, VeronaFiere con i suoi noti saloni dell’Agricoltura, Vinitaly, Samoter, ecc, l’aeroporto Catullo e la Fondazione Arena col suo festival lirico.

Tre caposaldi – portano centinaia di milioni di indotto alla città – che a causa della pandemia in corso hanno bisogno di essere rilanciati (e quindi di essere potenziati finanziariamente) attraverso un consistente aumento del capitale sociale. Il richiamo del sindaco è rivolto in particolare ai soci dei tre enti, “affinché partecipino concretamente” al rilancio, sottolineando che “investire su questi asset è essenziale per la ripresa economica di Verona dopo il covid e che ogni euro investito, ad esempio sulla nostra Fiera, genera ricchezza in termini di ricaduta su tutto il territorio”.

Più chiaro di così il sindaco non poteva esprimersi, anche perché ad esserne investita per prima era chiaramente la Fondazione Cariverona, oggi forse l’unica entità in grado di poter fronteggiare la situazione. Cariverona ha già fatto sapere tuttavia che “gli organi preposti alla sua governance sono già al lavoro su strategie e gestione istituzionale, con un’attenzione all’inizio di un anno che si annuncia particolarmente impegnativo”. E che i dossier riguardanti fiera ed aeroporto in particolare, sono aperti già da tempo sul tavolo della sede di via Forti.

Tuttavia la posizione della fondazione è già nota. Sull’aeroporto, di cui è socia con il 2,5%, il presidente professor Alessandro Mazzucco aveva espresso alcune perplessità sulla gestione con Save, chiedendo passi in avanti su strategie industriali e investimenti, per affrancare il Catullo da una posizione ritenuta di vassallaggio nei confronti di Venezia, ma di aspettarsi veramente un piano industriale all’altezza della situazione.

Ora, che è giunto il momento di rinnovare i patti parasociali con Save ed evitare che un aumento di capitale porti alla perdita della maggioranza dei soci pubblici, questi temi si ripropongono con una forza anche più superiore. Quanto a VeronaFiere, Cariverona aveva manifestato, ancora nella primavera 2020, la sua disponibilità ad aderire all’aumento di capitale sociale da 30 milioni purché a certe condizioni. E cioè che la fiera non restasse una società per azioni solo sulla carta, ma fosse gestita con tutte le attenzioni e precauzioni necessarie al caso.

Un nodo che pare irrisolto, dal momento che Cariverona, in questa come in altre vicende, ha una visione completamente privatistica, che punta pertanto ad ottenere un reddito dai suoi investimenti. Un concetto che il presidente Mazzucco aveva già espresso chiaramente a proposito dell’utilizzo degli immobili (la storica sede di Unicredit di via Garibaldi, oggetto del recente piano Folin) per la loro cessione ad una grande catena albergiera. Tutto questo anche se contrasta con le idee del Comune di Verona che continua a sottolineare la storia e la missione anche sociale di Cariverona, nata e prosperata in parallelo all’impegno di tutta la città.

Proprio parlando di VeronaFiere, il suo statuto prevede che un soggetto esterno per acquistare quote della società debba avere il gradimento del 60% dell’attuale base sociale. Cancellare tale norma renderebbe più facile l’ingresso di nuovi soci, o renderebbe più agevole un inglobamento di Verona da parte di altre città italiane o straniere, incontrando magari maggiori rischi, ma anche possibili maggiori vantaggi.