VERONA - di Giovanni Villani

Dante fu ispirato anche da Verona?

di GIOVANNI VILLANI – A Verona il grande poeta trascorse più di 7 anni del suo esilio, e i riferimenti alla città e alla sua storia

Anche se non molto conosciuto ai più, Verona è forse la città più importante, dopo Firenze, quando si parla di Dante Alighieri. A Verona il grande poeta trascorse più di 7 anni del suo esilio, e i riferimenti alla città, alla sua storia, ai suoi luoghi e tradizioni all’interno della Divina Commedia sono numerosi, tanto da poter essere strutturati in un vero e proprio percorso letterario che si snoda per luoghi noti e meno noti di Verona. “Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello; sarà la cortesia del gran Lombardo che ’n su la scala porta il santo uccello”.

Quando Dante incontra il suo avo Cacciaguida nel cielo di Marte in Paradiso, questi gli profetizza l’esilio da Firenze e il riparo presso Bartolomeo signore di Verona (il gran lombardo), membro della famiglia della Scala. Dante tuttavia dopo qualche anno, alla morte di Bartolomeo, lasciò Verona, tornandovi in un tempo successivo quando signore della città era Cangrande della Scala. In quest’occasione vide sicuramente il sarcofago di Bartolomeo all’interno del cortile delle Arche Scaligere, e ne descrisse lo stemma con la scala sovrastata dall’aquila imperiale.

“Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier l’opere sue”.

Così continua Cacciaguida, annunciando al suo pronipote l’incontro con Cangrande della Scala, ancora bambino alla corte di Bartolomeo, suo fratello. In Cangrande Dante vide un modello di guida politica illuminata e capace, tanto da dedicargli il Paradiso. Alla corte scaligera si occupò poi della stesura di lettere e documenti diplomatici, come recenti studi sembrano mettere in luce. Ma il suo esilio dovette comunque avere alti e bassi: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Alla fine lasciò così Verona alla volta di Ravenna, dove venne a mancare e dov’ è tuttora sepolto.

Sono numerosi i luoghi di Verona legati alla presenza di Dante e le sue fonti di ispirazione per la Divina Commedia. Almeno per un periodo, venne ospitato proprio nei palazzi Scaligeri che si trovano sull’attuale piazza dei Signori (piazza Dante nell’uso comune dei veronesi). Una targa con la profezia di Cacciaguida ricorda la sua presenza qui e la statua al centro della piazza venne realizzata poco prima dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Dedicare un così solenne monumento al padre della lingua di uno stato, di cui Verona occupata dagli asburgici ancora non faceva parte, fu considerato un atto eversivo. Nella piazza si trova anche il Caffé Dante, uno dei locali storici di Verona, ritrovo di carbonari e cospiratori durante il Risorgimento.

Nelle vicine Arche Scaligere, il cimitero privato della famiglia della Scala, c’è il sarcofago di Bartolomeo della Scala e il mausoleo di Cangrande della Scala, che sovrasta l’ingresso della chiesetta di Santa Maria. Negli anni ’30 il sarcofago di Cangrande venne aperto sperando di trovarvi all’interno una copia autografa del Paradiso o della Divina Commedia. Il volume non esisteva e nella successiva ricognizione del 2004 si riuscì comunque a individuare la sua morte per avvelenamento, avvenuta dopo la vittoria sotto le mura di Treviso.

La chiesetta di Sant’Elena, tra la sede della Biblioteca Capitolare e la Cattedrale, è il luogo dove più forte si può percepire la presenza di Dante a Verona dove egli, nel 1320, tenne quella dissertazione di fisica che è la “Quaestio de aqua et terra”, di fronte ai canonici e agli intellettuali veronesi, come è attestato da una apposita targa murata dell’epoca. La chiesa era di proprietà del Capitolo dei Canonici, un gruppo di prelati che gestiva la Schola annessa alla Cattedrale dove si formavano i nuovi sacerdoti. Proprietà del Capitolo era anche la Biblioteca Capitolare annessa alla Schola, risalente almeno al 517 d. C, la biblioteca più antica al mondo e con quella di Ratisbona in Germania, l’odierna Regensburg, tra quelle ancora esistenti. Non vi sono prove certe che Dante vi abbia condotto le sue ricerche per la stesura della Divina Commedia ma, considerando l’importanza della Biblioteca Capitolare, e il fatto che egli abbia tenuto proprio nella chiesa dei Canonici la sua quaestio, è più di una supposizione. Qualche studioso va ancora alla ricerca di qualche appunto manoscritto di Dante che possa essere nascosto in qualche anfratto della biblioteca. Per gli appassionati di Dante e dell’evoluzione della lingua italiana, la Biblioteca Capitolare conserva l’Indovinello Veronese, il più antico esempio scritto di volgare italiano.

“Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde”. A Verona Dante assistette certamente all’antico Palio, una corsa a cavallo ma anche a piedi, in cui il premio per il vincitore era un drappo di pregiato tessuto di lana verde. E dovette sicuramente rimanerne impressionato tanto da paragonarvi la corsa delle anime dei sodomiti tra le quali incontra il suo maestro Brunetto Latini. Il tracciato della corsa è noto e ripercorribile in più punti all’interno della città. Dante parla anche dell’Abate d San Zeno, Giuseppe, figlio illegittimo di Alberto I della Scala signore di Verona, per il quale ha parole di grande durezza.

Sulla sua presenza a Verona vi sono poi numerosi aneddoti e racconti che, pur non avendo riscontro documentale e storico, sono spesso plausibili e aggiungono grande interesse a un itinerario dantesco. “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!”

Nell’invettiva politica del VI canto del Purgatorio Dante, rivolgendosi all’imperatore Alberto d’Austria, lo invita a venire a vedere come è ridotta l’Italia, devastata dalle lotte di fazione, Guelfa e Ghibellina in particolare. Tra le famiglie coinvolte in questi scontri cita Montecchi e Cappelletti. Molti ritengono che questa sia un’ulteriore prova dei riferimenti storici della leggenda di Giulietta e Romeo. tanto più che Dante venne la prima volta a Verona sotto la signoria di Bartolomeo della Scala, che secondo il racconto era al potere a Verona quando si svolsero i fatti resi celebri da Shakespeare. Il cognome Cappelletti, sarebbe un’altra versione del cognome Capuleti. Lo stemma famigliare presente nell’arco di ingresso alla casa ritenuta di Giulietta è proprio un cappello. Guardando la struttura a gradoni concentrici dell’Arena, non può non venire in mente poi un paragone con la forma a gironi dell’Inferno dantesco. Non sappiamo quando Dante abbia sviluppato questa idea, e se vi sia o meno un’effettiva ispirazione diretta, ma nel suo periodo trascorso a Verona vide senz’ombra di dubbio l’anfiteatro romano ed è affascinante pensare che da lì sia nata la particolare forma dell’Inferno.

“Guarda il calor del sol che si fa vino, giunto a l’oamor che de la vite cola”.

Al compimento della maggiore età anche i figli di Dante dovettero abbandonare Firenze e lo raggiunsero a Verona. Il figlio Pietro, dopo aver studiato giurisprudenza a Bologna divenne notaio. La famiglia si stabilì in un palazzo del centro di Verona, ancora in parte visibile nelle sue strutture medievali, proprio davanti alla chiesa di Santa Anastasia. Fu anche realizzata una cappella di famiglia all’interno della chiesa di San Fermo e Rustico tutt’ora visibile, mentre sul frontone del transetto nella sottostante chiesa inferiore, è ancora bene evidente un grande giglio viola fiorentino, a dimostrazione del sostegno economico degli Alighieri alla chiesa eretta dai francescani.

In seguito, Pietro Alighieri (aggregato all’Arte dei lanaioli) acquistò una tenuta a Gargagnago in Valpilicella. Nel 1500, era rimasta solo una donna a portare il cognome di Dante: Ginevra Alighieri, cosicché, al matrimonio con Marcantonio Serego, discendente di antica famiglia cavalleresca veronese, per non perdere l’illustre cognome, venne fondata la casata dei Serego Alighieri, tutt’ora proprietaria della bella tenuta in Valpolicella che produce vini classici tra cui il celebre Amarone.

(Giovanni Villani)