La fotografa delle montagne in alta quota ci racconta la sua storia e la sua passione per questa arte, nata fin dalla più tenera età
Tutti ti stanno conoscendo perché ti piace molto la fotografia. Da dove nasce questa passione?
Io ce l’ho sempre avuta. Fin da bambina. I miei familiari avevano uno stabilimento balneare. E a quei tempi esistevano i fotografi che passavano di stabilimento in stabilimento con tutto il loro caravanserraglio di fondali fotografici. Per fare le foto ai bagnanti.
E ai bambini…
Si. Quindi la base del mio approccio alla fotografia era allo stabilimento della mia famiglia. Quello con cui ho avuto a che fare è stato lo storico Foto Giglio, che adesso non esiste più. Io ero la prima da dover fotografare. Se non mi faceva la fotografia gli buttavo la sabbia nella macchina fotografica!
Eri un poco pestifera….
Si lo ammetto. Da quel momento mi è sempre piaciuto fare fotografia. Ma era un poco un problema perché io da bambina la macchina fotografica non ce l’avevo. È una cosa che può sembrare strana. Ma successivamente sono riuscita a fare fotografia. A 13 anni abbiamo lasciato lo stabilimento balneare e siamo andati ad abitare in una casa nella piena campagna della zona del Tonfano. Ed è stata mia nonna, una donna molto energica, che mi ha segnalato che allo studio fotografico Foto Sabella cercavano qualche ragazza da tenere in laboratorio. Mi chiese se volevo andarci. Io andai e mi presero a lavorare.
Quindi il tuo esordio nella fotografia risale al tempo in cui esisteva ancora la pellicola per fare foto…
Si. Tutto il lavoro che sta dietro la produzione della fotografia finale. Asciugare le foto, ecc… Poi nel tempo ho imparato a stampare foto in bianco e nero. Successivamente a colori. E nel percorso ho sviluppato la mia voglia di fare la fotografa.
Fino a che età sei rimasta a fare la praticante?
Fino a che avevo 26 anni. Ma devo precisare che noi, nel laboratorio, eravamo 5 ragazze. Come dice il proverbio: il calzolaio va in giro con le scarpe rotte. Nessuna di noi aveva una macchinetta propria. E per fare le foto quelle rare volte che volevamo si chiedeva al padrone la macchina in prestito.
La tua prima vera macchina fotografica quando è arrivata?
Nel 1988. Avevo 45 anni. Quando è nato mio nipote, me lo ricordo benissimo. È stato un regalo.
Una macchina fotografica che utilizzava la pellicola, giusto?
Si, esatto.
E come ti piaceva fotografare: scatto riflessivo o scatto facile?
Io ho sempre avuto lo scatto facile. Molto facile. Anche i rotolini di pellicola da 36, che erano i più capienti in commercio, finivano subito. Il problema poi era la stampa delle foto per vedere il risultato. Con la pellicola non potevi sapere subito la resa fotografica, come adesso con il digitale.
Come hai risolto questo problema?
All’epoca esisteva un servizio di stampa da parte di una catena di videoteche locali, che faceva il suo bravo lavoro ad un prezzo ragionevole.
E se non mi ricordo male regalavano anche l’album per tenercele dentro.
Si esatto. Oltre ad un ingrandimento.
Dal 1988 in poi hai sviluppato la tua arte fotografica anche con altre macchine, giusto?
Si. Ho portato avanti la mia voglia di fare fotografia. Anche in digitale.
Il salto effettivo al digitale quando è stato?
Nel 2005. Con la mia prima reflex. Ma è nel 2012 che ho avuto la mia accelerata. Casa mia da qualche anno è nella zona di Massarosa vicino al rinomato campo dei fiori di loto. Che io mi curo da quando sono dei virgulti fino alla fioritura.
Che sono anche un tuo soggetto fotografico…
Praticamente sono stata io a farli conoscere in tutto il mondo, con le mie foto.
Come è stato il tuo impatto con il digitale?
Da principio ero un poco scettica. Sono molto complicate le macchine reflex rispetto a quello che ho sempre usato nella mia vita. Uso una macchina digitale di una nota casa fotografica ma francamente non la conosco tutta. Ne uso una parte molto limitata. Io vado molto ad occhio. Molti mi dicono: “Fai delle mostre”. Ma io non ne faccio. Quando vado alle mostre, considero le foto tutte ‘finte’. Hanno del lavoro certamente di fotoritocco. E a me le foto ‘finte’ non piacciono.
Ti piace lo scatto pulito, diciamo così…
Si. Io sono sempre stata molto analogica. Oggi esiste un grosso lavoro sulle foto. E io sono rimasta quella che sono sempre stata: una fotografa. Io vado poco alle mostre degli altri perché sono tutti bravi i fotografi di oggi. Ma con lavoro di fotoritocco sugli scatti!
Dalla tua attitudine di fotografare alla voglia di fare foto ‘in quota’ sugli aerei e sugli elicotteri, come si arriva?
Ti devo confessare una cosa…
Dimmi…
A me da bambina sarebbe piaciuto andare a fare la hostess. Ho sempre amato volare.
È da questo la volontà di andare a scattare anche in cielo?
Si. Non solo le montagne, ma anche i paesaggi, il lago della zona. Anche il mare costiero. In deltaplano, col paramotore.
Per concludere: cosa consiglieresti a chi si vuole approcciare alla fotografia? Oltre al fare foto, si intende…
Ci vuole occhio clinico. Quello che si potrebbe chiamare occhio fotografico. Una sorta di istinto nel saper catturare l’immagine nel momento che si compone al tuo sguardo. Io mi reputo una autodidatta. E da autodidatta che non ha grosse esigenze di fare esposizioni o lavori particolari, non faccio corsi. Un corso però può essere un momento importante per chi vuole fare professionalmente. O per chi vuole approfondire. Per me la fotografia, se posso dirtelo…
Prego, dimmi…
Per me fare fotografia è una sorta di istinto. Anche un servizio pubblico. Io raccolgo immagini per tutti quelli che in un dato momento non possono essere dove sono stata io. Non ho bisogno di grande acclamazione pubblica. Se anche ci fosse una sola persona che apprezza il mio lavoro, io sono contenta così.
Matteo Baudone, giornalista. E’ nato a Pietrasanta nel 1984.

