IN ITALIA, VERONA - di Giovanni Villani

L’arca di Mastino II della Scala: nuovi ritrovamenti

di GIOVANNI VILLANI – Il cimitero della famiglia dei Della Scala si trova in una zona recintata a fianco della piccola chiesa di S. Maria antica, in pieno centro di Verona. Tre arche monumentali lo contraddistinguono: quelle di Cangrande I che sovrasta la porta d’ingresso della chiesa, di Mastino II e di Cansignorio.

La seconda è attualmente oggetto di un profondo studio integrato archeologico e antropologico da parte della Soprintendenza, con alcuni rilievi iniziati nell’autunno scorso. Lo stato dell’arca di Mastino II non è affatto soddisfacente e urgono di lavori di restauro radicali come quelli effettuati per Cansignorio non molti anni fa.

Oggi più che mai urgenti dopo il ritrovamento di alcuni scheletri nella stanza ipogea sotto l’arca, incorniciata dallo splendido recinto gotico all’angolo della via di Santa Maria antica con via Arche.  

Sono intanto quattro i teschi trovati sepolti nel sedime della stanza funeraria, lungo le pareti laterali, ma potrebbero essere anche di più. Si pensa che potrebbero appartenere ai familiari discendenti degli Scaligeri, per esempio a Taddea da Carrara, moglie di Mastino, autrice di un ospizio per trovatelli in via della Pietà vecchia, oppure al figlio Cangrande II. La Soprintendenza guidata dal direttore Vincenzo Tiné, tenterà di dare spiegazioni al ritrovamento, grazie al rilievo digitale tridimensionale donato al Comune dal Rotary Club Verona, presieduto da Renzo Niccolai.

La documentazione è stata elaborata con moderne tecniche dall’equipe di Sandro Parriniello, del dipartimento di ingegneria e architettura dell’Università di Pavia, attraverso telescanner e piccolissimi droni con i quali il complesso dell’arca di Mastino II è stato passato ai raggi X. Ne sono stati tratti non soli rilievi in tre dimensioni – quindi stampati in un modellino – ma anche un’anamnesi sullo stato di salute dell’arca. Ed è stato proprio durante l’attività di ricognizione morfologica del monumento e di diagnostica sul suo punto di degrado, che l’attenzione è caduta su quella stanza sotterranea aperta una sola volta nel 1963, ma poi rinchiusa frettolosamente. Si ipotizzava allora che vi fossero degli scheletri, ma non si andò poi mai più a fondo.

Ora invece l’occhio attento dei ricercatori ha individuato molte ossa nel sedime del terreno e si cercherà di sapere a chi sono appartenute. Se ne interesserà l’archeologa Brunella Bruno della Soprintendenza che aprirà la strada al primo studio archeologico sulle Arche Scaligere. “Non abbiamo mai guardato al sito delle arche dal punto di vista archeologico anziché monumentale, questa è la prima volta e integriamo gli studi con analisi antropologiche – ha spiegato Tiné – Questa ricerca digitale è splendida. Gli scheletri potrebbero essere di Scaligeri o di discendenti e abbiamo persone in grado di capire chi siano”.

Del complesso funerario scaligero è stato accertato solamente lo scheletro di Cangrande, nel 2004. L’arca di Mastino è stata aperta, pare nel Settecento, ma lo scheletro era polverizzato; quella di Cansignorio invece non risulta mai essere stata aperta, mentre nelle tombe minori sono state invece ritrovate altre ossa senza indicazioni precise.

Lo studio attuale oltre a dare il via alla ricerca sulla stanza ipogea, intervento curato dalla direzione Edilizia monumentale e dei Musei comunali, inizierà entro l’anno per gettare le basi anche sull’apertura dell’arca di Mastino II per il restauro completo del monumento. I primi rilievi dell’equipe Parriniello, dallo scorso autunno, hanno usato metodologie integrate per ricostruite in digitale particolari di scritte e aree di degrado del monumento, ma anche dei bassorilievi e delle sculture per le quali è stata fatta una diagnostica e definita la patologia. Ora se ne comprende tutta la morfologia nel dettaglio e gli elaborati tecnici, i disegni, i modelli tridimensionali che potranno essere utilizzati per qualsiasi progetto di conservazione, ma anche come strumento di conoscenza.

“È un duplicato in digitale del monumento – ha spiegato il professor Parriniello – che lo racconta attraverso altri canali e che può avere ben altra visibilità”. Mentre Brunella Bruno – procederà con una indagine stratigrafica del sedime della stanza e anche dell’arca, una volta aperta – ha promesso “una nuova vita per l’arca”. “Volevamo fare qualcosa di socialmente utile – aggiunge il presidente di Rotary Renzo Niccolai, da orgoglioso toscano – con questo service che ci avvicina a Dante, ospite degli Scaligeri, nel suo anniversario”.

L’arca di Mastino II (1308-1351) successore di Cangrande (1291-1329) è un monumento funerario di chi portò la Signoria scaligera all’apice della sua potenza. Il suo dominio si estese infatti su gran parte del Veneto, su Brescia, Parma, la Lunigiana, Massa, Lucca. Sotto il suo governo (lui ancora in vita) si completò il cimitero di famiglia, affidato al “maestro delle arche scaligera”. Lapicidi e scultori rinnovarono, in quell’occasione, anche l’arca di Cangrande e all’interno di un recinto in ferro battuto, ornato di statue, innalzarono il monumento funebre (1345) di Mastino II, che può essere considerato uno dei massimi capolavori gotici del XIV secolo. Si tratta di un monumento a baldacchino in marmo policromo, con due livelli coperti da un padiglione su archi ogivali trilobati, a loro volta poggianti su quattro colonne, che si ripetono nel livello inferiore. Spicca per l’altezza di 17 metri e per il prezioso apparato decorativo, che conserva elementi del repertorio romano-bizantino, con formelle e fasce modanate, bassorilievi, gruppi scultorei sui fianchi, edicole e superficie pittoriche. Di nota, il sarcofago in marmo nei cui quadranti sono scolpite scene religiose e quattro angeli che vegliano il defunto.

Le tombe degli altri esponenti della dinastia comprendono: Leonardino della Scala (Mastino I – +1277) che può essere considerato il fondatore, Alberto I (+1301), Bartolomeo I (+1304), Alboino (+1311), allineai al muro esterno della chiesa.