IN ITALIA, VERONA - di Giovanni Villani

La rinascita del Teatro Ristori, un pezzo di storia di Verona

di GIOVANNI VILLANI – Tutto cominciò tra i vicoli Circolo e Valle, dove abitava gente che sbarcava in qualche maniera il lunario.

Il suo grande passato, la dedica alla grande Adelaide Ristori, mentre era ancora vivente, i nomi di altri celebri interpreti che vi hanno calcato il palcoscenico, non meritavano di cadere nell’oblio. Così quel teatro, situato a pochi metri dal centro di piazza Bra, dopo la chiusura degli anni Ottanta, è tornato a rivedere la luce, grazie alla lungimiranza dell’Accademia Filarmonica di Verona che ne ha disposto un progetto di recupero ed a Cariverona che si è incaricata del relativo restauro. Il Teatro Ristori di Verona è tornato così pienamente funzionante con i suoi 500 posti, affidato alle cure di un direttore musicale che sa il fatto suo, come il violinista Alberto Martini, che da tre anni predispone un accurato programma, dove oltre alla musica barocca, vi confluiscono, danza, jazz, sinfonico, prosa e soprattutto un serio progetto, Educational, per il pubblico più giovane.

Tutto cominciò in quello slargo di case, situato tra i vicoli Circolo e Valle. Niente di nobile, niente di particolare, dove vi abitava gente che sbarcava in qualche maniera il lunario: una zona povera, sebbene a poche centinaia dal centro. I nomi dei vicoli si riferivano ad un certo Nicolò Circolo, daziario, che vi aveva vissuto con la numerosa famiglia e Valle, che non alludeva certo ai nobili del Sacro impero romano, ma piuttosto alla piega del terreno in discesa dalla adiacente via da Pradaval.

Verona era allora saldamente in mano austriaca, sede del comando generale in Italia, con il maresciallo Radetzky a guidare il famoso Quadrilatero e il generale von Scholl a progettare il recupero della cinta cinquecentesca del Sanmicheli, l’arsenale, il doppio sistema dei forti attorno alla città, l’ospedale militare, le diverse caserme destinate ai reparti di cavalleria e fanteria. La presenza costante di tanti militari (Radetzky ne volve ben 120 mila) garantiva un diffuso benestare a molti e poi c’erano i cantieri che impiegavano muratori, idraulici, operai e manodopera minuta. L’amministrazione austriaca, a differenza di quella precedente francese, promuoveva l’attività incentivando la realizzazione di iniziative diverse. In quegli anni Trenta dell’Ottocento vi erano in città quattro teatri (come attualmente) pubblici, attorno ai quali si muoveva un mondo di singolari personaggi, instancabili promotori di eventi, di cartelloni, di comici e primedonne, di polemiche. Ma mancava un teatro diurno per spettacoli estivi all’aperto. Ci provarono in molti ad allestirne uno, ma l’unico destinato a sopravvivere fra le imprese messe in campo in quegli anni fu il teatrino di Agostino Sardi: quello che poi sarà dedicato ad Adelaide Ristori.

Sardi era un uomo sbrigativo, dalle idee chiare, che conosceva perfettamente il mondo veronese, dallo sguardo veloce, di poche parole (così lo dipingevano), mano lesta alla bisogna. Si era fatto dei soldi con la produzione e la vendita di acquavite e non era stato estraneo alla conduzione di un teatro diurno in piazza Cittadella. Forse fu proprio da quella avventura che sentì poi la chiamata vocazionale per lo spettacolo.   

Fra i vicolo Circolo e Valle c’era lo slargo che aveva acquistato qualche anno prima, insieme alle poche casupole e a un paio di orti. Lì propose di impiantare una pista e delle panche per spettacoli equestri e acrobatici. Le autorità comunali approvarono il suo progetto a condizione che fosse riuscito a far sgomberare le casupole dalle cosi dette “femmine di licenziosa condotta che attualmente vi stanno”. Per qualche anno non si parlò d’altro, ma nel 1841 Sardi tornò alla carica con un’idea ambiziosa: basta cavalli e acrobati, ma un teatro vero.

Il suo fiuto gli dice che il pubblico c’è. La gente ha voglia di assistere a commedie divertenti, drammi con cui piangere, cose semplici senza tanti fronzoli, che vanno dritte al cuore. I lavori cominciarono nel 1843, ma le spese andarono oltre il previsto e Sardi fu costretto ad usare strutture di legno per completare la costruzione del teatro.

L’inaugurazione avvenne il 1 luglio 1844 con “la rappresentazione spettacolosa mimica de La disfatta di Ramasano ossia la festa interrotta”, portata in scena dagli attori della compagnia Chiarini e Petrelli. Il pubblico del teatro Sardi era eterogeneo come gli spettacoli che si susseguivano sulla sua scena. Al drammone strappalacrime faceva seguito la farsa equivoca. Poi via sedie a panche e il teatro diventava una festa con balli, musica e maschere, quindi tornava teatro per un concerto e più tardi ancora con comici e acrobati. Un teatro eclettico, con cui Sardi aveva bruciato i tempi e si era imposto alla città senza per altro disturbare le realtà già esistenti, soprattutto il solenne Filarmonico. Offriva spettacoli diversi e diversificati, novità e stravaganze, musica e prosa, balletti e mimi.

Purtroppo le sue intuizioni non furono altrettanto brillanti sul versante economico. Sardi fu costretto ad associarsi con il possidente Gaetano Zagolini che in breve divenne il nuovo proprietario e che nel 1849 cambiò il nome al teatro facendolo diventare il Valle. L’amministrazione austriaca intanto stava trasformando la città con ristrutturazioni importanti, professionalità e uomini nuovi, provocando un certo sviluppo urbanistico e un diffuso benessere testimoniato dal tenore di vita, dalla signorilità dei palazzi, dalla ricchezza dei commerci e dalla gioiosità dei tempi ricreativi. Nel 1844 era intanto nato a Verona un altro teatro: il Nuovo. Un teatro moderno nella concezione e nei programmi da mettere in scena. Tra i suoi fondatori alcuni nomi della nobiltà cittadina: i Miniscalchi, i Serego Alighieri, i Giusti del Giardino, i Pellegrini, gli Albertini. Per l’inaugurazione del 12 settembre 1849 sarà rappresentata la nuova opera di Verdi: Attila.

Il Teatro Valle di Gaetano Zagolini continuava però la sua vita artistica aprendo soprattutto le sue porte alla prosa. Fu così che nel giugno del 1854 il quotidiano Collettore dell’Adige cita – parlando della Reale Compagnia Drammatica Sarda – la presenza sulla scena di Adelaide Ristori. L’attrice aveva allora 32 anni, era nata a Cividale del Friuli, figlia d’arte era nipote di Francesco Augusto Bon, di Luigi Bellotti Bon e Laura Bon. Mattatrice della scena tragica, non faceva mistero della sua italianità. Due anni prima si era sposata con il marchese Giuliano Capranica del Grillo, patrizio romano, cugino ed unico erede di quel marchese Onofrio del Grillo, reso popolare nel 1981 dall’interpretazione di Alberto Sordi nel memorabile film di Mario Monicelli.

Adelaide Ristori era donna di vivace intelligenza e di forte personalità. Non era una sprovveduta e sapeva il fatto suo: aveva imparato a vivere in società, era istruita e conosceva perfettamente il francese e l’inglese, tanto da riscuotere entusiastici consensi in giro per il mondo. Con il marito aveva stabilito una singolare intesa: lei era di fatto il capocomico e lui fungeva da amministratore e da suo procuratore. Insieme formavano una coppia formidabile. A Verona, Adelaide Ristori aveva trovato eccezionali rispondenze. Tra lei e il pubblico si stabilì una sorte di immediata intesa sentimentale. Il patto venne suggellato nella serata del 7 febbraio 1856, quando lei si presentò in scena con il suo cavallo di battaglia: Maria Stuarda di Schiller. Per l’occasione i prezzi di ingresso erano quasi raddoppiati e per far fronte a tutte le richieste si era approntato in platea una catasta di sedie sotto la loggia. Chi non aveva il posto numerato delle poltrone dava due soldi all’incaricato e si prendeva dalla catasta una sedia portandosela dove gli piaceva di più, dietro comunque l’ultima fila degli scranni. Chi non poteva pagare se ne stava in piedi, appoggiato a qualche colonna della loggia. Nelle serata di maggior affluenza si innalzava immancabilmente la voce del buttafuori che ammoniva: “Strinseve par piaser” (stringetevi per favore).

Quella sera, per la grande affluenza di pubblico, le porte del Valle vennero aperte alle 17,30. Maria Stuarda iniziò alle 19.45. Il giorno dopo la Gazzetta Ufficiale scriveva tra l’altro; “…La signora Ristori tiene fra le mani la chiave di tutti gli affetti, come il dio degli antichi che scatenava a suo talento le tempeste, ella a suo tempo sa suscitare tutte le passioni; nel terzo atto non era più la Ristori che giganteggiava sul palco scenico, ma Maria Stuarda rediviva colla sua bellezza, colla forza dei suoi affetti, coll’irresistibile potenza del suo sguardo, col fascino tremendo delle sue grandi sventure, colla fierezza del suo accento e della sua voce. Nel quinto atto, allorché tutti l’abbandonano, ella si rivolge a Dio; e la serenità dei suoi ultimi momenti dimostra che Dio l’ha esaudita; la grande artista s’è ispirata in quelle ineffabili storie dei primi tempi del Cristianesimo, in quelle morti magnanime, in quei martiri eroici; e la sua voce, i suoi sguardi, il suo gesto, le sue lagrime, tutta la sua persona rivelano la sublime vittoria della virtù sulle passioni, l’inenarrabile trionfo della Religione sulle fragilità umane, un pio e completo abbandono di tutto ciò che è terreno, per gettarsi credente e fiduciosa nella braccia di Dio. Tanta abbondanza di pregi non poteva suscitare che entusiasmo. Applausi unanimi e reiterati, migliaia di poesie, ritratti e infine una serenata al suo alloggio hanno compiuto la solennità”.

Venne perfino pubblicato un volumetto che conteneva una cantata di Ettore Scipione Righi e la bellezza di ben 104 poesie di autori diversi, tutti inneggianti ad Adelaide Ristori. Quella sera Gaetano Zagolini decise di cambiare nome al suo teatro. Basta Teatro Valle: da quel momento il teatro si chiamò Ristori. Sulla scena del suo teatro, Adelaide Ristori ritornò altre tre volte per memorabili rappresentazioni.