ATTUALITA', FOCUS, SPORT DALLA TV - di Tommaso Gardella

La sfida finale

di TOMMASO GARDELLA – Stanotte inizia la trentaseiesima America’s Cup. Vediamo come stanno i Kiwi, in possesso, si dice, di una barca dalle velocità straordinarie.

Te Rehutai, questo il nome della super imbarcazione in possesso di Emirates Team New Zealand, è stata molto modificata nel corso dei mesi. A partire dallo scafo, scavato per migliorare la penetrazione aerodinamica e per meglio beneficiare dell’effetto suolo – che si manifesta tra scafo e acqua -, tutte le zone che potevano essere spinte al limite del regolamento sono state migliorate, permettendo ai Kiwi di arrivare a picchi di quasi 60 nodi – circa 111 km/h – durante le sessioni di allenamento – in Luna Rossa hanno risposto con: “sono chiacchiere da bar”-.
I padroni di casa partiranno favoriti contro l’equipaggio italiano, ma Prada Pirelli ha tutte le carte in regola per impensierire la corazzata del timoniere Peter Burling e cercherà l’impresa nel Golfo di Hauraki. L’obiettivo è ovviamente quello di portare la Coppa delle 100 Ghinee per la prima volta in Italia.

Conosciamo meglio la barca neozelandese.
Partiamo dal nome giustamente: Te Rehutai in lingua maori – ovvero l’idioma dei nativi neozelandesi -, come da tradizione e come spiegato da Emirates Team New Zealand dopo il varo, significa letteralmente “spuma del mare”. Ma siccome la lingua maori si esprime con pochissimi vocaboli e con essi forma pensieri molto complessi e articolati, grazie anche al linguaggio del corpo, possiamo tradurlo così: “Dove l’essenza dell’oceano rinvigorisce ed energizza la nostra forza e determinazione”.
«Quando si guarda Te Rehutai è chiaro che la forma dello scafo è significativamente diversa da quella della precedente barca – ha detto il progettista del Team NZ Dan Bernasconi – è un equilibrio tra l’accelerazione in acqua e l’aerodinamica nell’aria».

Andiamo allora a scoprire questo equilibrio… precario.
Lo scafo è stato totalmente rivisto da barca 1, adesso caratterizzato da linee sinuose e affusolate, per migliorare l’effetto suolo e avere una migliore penetrazione aerodinamica – se guardato frontalmente ricorda un po’ un trimarano -. Questa particolare forma è dovuto all’estrema ricerca di aerodinamicità, un mantra per i neozelandesi che pur di migliorarla, hanno deciso di affossare il team, all’interno dei pozzetti, fino praticamente alla testa – si vedono a mala pena i caschi dei grinder -. E qui si manifesta la prima problematica dovuto a queste scelte estreme: a parte Luna Rossa, unico equipaggio con due timonieri, tutti gli altri team, avendone solo uno, a ogni virata o strambata devono spostare due o tre membri dell’equipaggio – solitamente il timoniere, il tattico e il randista – e questo significa, oltre che una resistenza aerodinamica all’avanzamento, creare un lasso di tempo nel quale la barca non è completamente sotto controllo. Per ovviare a questo problema, ingigantito soprattutto nelle partenze – determinanti durante gli scontri tra Luna rossa e inglesi e americani – i Kiwi hanno studiando una soluzione, che prevede, secondo quanto riportato da addetti ai lavori e da uomini di Max Sirena mandati a spiare la concorrenza, una sorta di doppio timoniere – dovrebbe essere ….. – ma solo in fase di partenza e, oltre ciò, hanno provato a muovere il meno possibile l’equipaggio durante le manovre.
Qui ci agganciamo alla seconda novità portata dai neozelandesi, che in parte motiva la riduzione di movimento sulla tuga – la parte calpestabile delle barche -, e che sembra studiata ad hoc tempo addietro.
Sostanzialmente hanno creato un riabbassamento dove si aggancia l’albero, ma a differenza delle soluzioni adottate fin qui, hanno posizionato una sorta di piedistallo sotto di esso in modo tale da poterne regolare meglio l’incidenza e aumentare così la superficie velica nella parte bassa della randa, anch’essa rivista e modificata copiando l’idea portata dagli americani di Patriot: denominata “batwing”, per via della forma che ricorda appunto i gadget del pipistrello, ha la caratteristica di essere più corta nella parte alta della randa, rispettando comunque il regolamento grazie a delle aste, che continuando per qualche centimetro dopo la fine della vela vera e propria, arrivano appunto al limite imposto dall’organizzatore. Nella parte bassa invece la randa è stata ingrandita, fino ad arrivare in lunghezza, praticamente dove c’è il timone, e di superficie, fino alla tuga, chiudendo di fatto la possibilità all’aria di passare sotto la vela. Questa scelta, che aumenta la superficie velica e quindi anche il controllo della barca, è stata fatta per la forma dello scafo. I pozzetti infatti, per ovvie ragioni aerodinamiche, continuano la loro linea fino a prua, delimitando di fatto il movimento della randa. Quindi, aumentandone la superficie nella parte bassa, la zone chiamata mast lower zone, si cerca di ovviare a questa delimitazione – strutturale -. Solo stanotte capiremo se questa scelta pagherà o se è figlia di paura, dopo aver visto l’agilità di Luna Rossa in fase di virata.

In aggiunta alla nuova randa, settimana scorsa, sempre in fase di allenamento, Te Rehutai è stata paparazzata mentre provava la famosa vela code zero. Non è una novità assoluta, era già stata utilizzata per la prima volta nel 2000, proprio da New Zealand e proprio contro Luna Rossa, ma comunque è una bella trovata, studiata e utilizzata – vedremo se anche in gara – per migliorare la fase di accelerazione della barca. Anche qui solo il mare ci dirà se sarà una scelta azzeccata o, anche qui, dovuto alla realizzazione del team guidato da Peter Burling di essere in grande svantaggio rispetto a noi, che in accelerazione voliamo, grazie all’enorme potenza che Luna Rossa riesce a produrre.

Grande scalpore ha fatto, invece, il nuovo timone dei neozelandesi. È una grande trovata, anche questa sembrerebbe studiata a monte del progetto – avendo creato i regolamenti insieme agli italiani, è più facile sapere quanto puoi spingerti nelle zone grigie -.
È sostanzialmente la stessa modifica che si fa con le auto da F1: controllano il pitch -nell’automobilismo si chiama rake – della barca, decidendo sul momento, in base alle condizioni del mare, quanto alzare il retro della barca – la poppa -.
Con questo escamotage hanno un controllo maggiore in fase di volo dell’AC75 e la possibilità di poter rimanere sul pelo dell’acqua più facilmente, fondamentale per far lavorare al meglio i foil, che esprimono tutto il loro potenziale più sono vicino alla superficie del mare, avendo meno acqua sopra di essi, e quindi meno resistenza idrodinamica.

Bene. Adesso sappiamo tutto quello che c’è – e che si può – sapere su Te Rehutai.
Luna Rossa sa di dover compiere l’impresa per poter portare a casa la coppa più antica del mondo, ma sa anche che ha tutte le carte in regola per mettere i bastoni tra i foil di New Zealand.
Entrambi i team si sono nascosti il più possibile e scopriranno a che punto sono l’uno con l’altro, solamente stanotte, in mare. L’unica cosa certa, secondo tutti, è che la grande variabile, che probabilmente sposterà gli equilibri da una parte o dall’altra, viste le differenze progettuali delle barche – noi andiamo molto forte con brezza leggera, mentre loro vanno molto forte con vento sostenuto, sopra i 15 nodi – saranno le condizioni meteo.