Giacomo Puccini

La speranza e la nostalgia in Giacomo Puccini

L’attinenza tra musica e parola che si riscontra nelle composizioni di Puccini è perfetta, lo posso testimoniare e potrei dimostrarlo

Tu pure o principessa, nella tua fredda stanza,

guardi le stelle che tremano d’amore e di speranza”.

Così recita il primo verso dell’aria di Calaf della Turandot. Leggendolo decontestualizzato dal resto dei versi, sembra scritto per noi mortali di oggi, dinanzi ad un insulso nemico che ha rubato le vite di molti cari e tutte le nostre abitudini. Anche le principesse cinesi stavano chiuse in una stanza, da sole, come noi oggi. Le stelle poi, tremavano già all’epoca di Turandot, tali e quali quelle che noi vediamo migliaia di anni dopo lei, ma allora tremavano d’amore e di speranza, non di tempeste di raggi ultravioletti e di mutazioni in supernovae.

Esiste una speranza senza nostalgia?

Ci eravamo lasciati (l’ultima puntata) con un enigma turandotiano: esiste speranza senza nostalgia? Forse sì, ma ciò che si realizzi di quanto si spera non può non essere commisurato alla nostalgia di qualche esperienza che l’essere umano abbia già vissuto. Anche quando diciamo, semplicemente: “Speriamo che questa bottiglia di vino sia migliore di quella che abbiamo bevuto” siamo di fronte ad un confronto tra passato e futuro: un parallelo di tanti particolari che differenziano le due qualità di vino, a partire dal colore, ma che invogliano a sperare che il nuovo sia più gustoso del precedente. Ogni essere umano spera in qualcosa di migliore per il futuro, ma il “meglio” si misura solo con ciò che si è conosciuto in precedenza: senza un vissuto passato, non può esserci la speranza di un futuro migliore; che può essere “migliore” solo di quanto ci è accaduto in precedenza. Fino al caso limite che è quello che fa dire: “Peggio di quello che ho passato non mi può accadere!”. In ogni modo, per sua specifica natura, la speranza è una categoria che affonda radici, in quota più o meno consistente, nella nostalgia e nell’esperienza.

La morte delle eroine pucciniane

Puccini non è esente da queste leggi umane. Le morti delle sue eroine stanno proprio a dimostrare che “la speranza” di Rodolfo, il “poetucolo” de La Bohéme, vale la sua vita; la speranza di Minnie si realizza con il suo Dick Johnson; e quella di Calaf con la sua Turandot. Mentre nulla di positivo si avvera con tutte le altre eroine pucciniane, se non proprio quella morte che loro ritengono “migliore” della vita che si prospetta loro.

Nessun dorma

Aldilà che “Nessun dorma” sia sicuramente una delle più belle pagine musicali di tutti i tempi e che, non temendo nessuna smentita, io ritenga essere un’aria di ispirazione lirico/musicale apicale della maturità di Puccini, questo è un brano simbolo della voglia di rinascita, di rinnovamento, di riconquista (intesa come conquista nostalgica) di tutto quel passato oggettivo proprio di ogni essere umano. Davanti a Calaf si prospetta un avvenire migliore di quello preconizzato da Cio Cio San, da Tosca, da Mimì, da Giorgetta, da Angelica e dalle altre eroine che trovano nella morte l’alternativa migliore alla propria speranza di futuro.

L’aspirazione e la sfida di Calaf

Nostalgia, aspirazione, forze interiori, determinazione, volontà, impegno. Tutto questo mondo di condizioni affettive racchiuso in pochi versi, dedicati ad una principessa sì, ma che, nell’immaginario collettivo parlano non solo di una sfida alle proprie forze, ma anche del desiderio di conquista. Conquista di un cuore: la intende l’anonimo principe Calaf, non di quel regno che gli spetterebbe tramite il matrimonio regale.

L’aspirazione. L’ambizione della quale ogni uomo è schiavo anche se è un principe come lui. Quell’anelito grazie al quale ogni uomo può far conto solo sulle proprie forze. Questi sono i temi da cui Calaf trae determinazione e convinzione. Anche Calaf è schiavo della propria ambizione: la principessa Turandot, la più altera, la più crudele, la più temuta di tutta la Cina. E per questa ambizione, Calaf mette in gioco la sua stessa vita: “Se vinco sei mia, se perdo pago con la vita” perché ogni futuro senza la vittoria sulla sfida non vale nessun compromesso. La vita in cambio di una donna considerata tra le più frigide della storia del teatro. Possibile? Credibile? Accettabile? No! Calaf non sfida gli indovinelli, ma sfida se stesso, sicuro di poter poi dare alla principessa di ghiaccio e di morte quello che nessun altro uomo sarebbe capace di darle: l’amore puro. Questa è la sua forza. Questa è la sua sicurezza. Questa è la sua sfida.

Bellezza assoluta

Una analisi più o meno dettagliata delle armonie avanguardistiche come quelle adoperate da Puccini in tutta la sua ultima creatura, non è da proporre in questa sede. Così come ritengo altrettanto improponibile una analisi della orchestrazione di tutta l’opera, che raggiunge vertici non ancora uguagliati nemmeno dagli autori di un paio di generazioni più giovani di lui, per non dire di quelli a lui contemporanei. Bellezza assoluta. Bellezza pura. Bellezza che solo i capolavori possono trasmettere.

La nostalgia nei personaggi di Puccini

Di nostalgia sono pervasi tutti i protagonisti delle storie di Puccini, che non era affatto accomodante coi propri librettisti: li ha messi tutti in riga sinché non ha ottenuto ciò di cui si sentiva capace di vestire con la sua musica. Gli esempi che danno prova di quello che affermo sono ancor più numerosi di tutti i personaggi di Puccini.

Come definire, se non ispirata da intensa nostalgia, una povera sartina di Parigi che si affaccia con lieve maliziosità nell’altana squallida del vicino e comincia ad insegnare cosa sia la poesia a lui, che è poeta? Cosa la fa esplodere in un trasporto tale che le fa dire: “Ma quando vien lo sgelo, il primo sole è mio! Il primo bacio dell’Aprile è mio”, se non la nostalgia di una primavera che ha conosciuto e che spera di rivivere ancora più intensamente?

Cosa fa dire a Cio Cio San: “Un bel dì vedremo….”, se non quella nostalgia della felicità che ha trascorso col suo bell’ufficiale di marina americano?

O dolci mani o languide carezze. Mentr’io fremente, le belle forme disciogliea dai veli.”, dice il condannato a morte Cavaradossi che non ha speranza alcuna di rimanere in vita. Pura nostalgia.

Può esserci rubata la speranza, ma non la nostalgia

Può esserci rubata la speranza, ma nessuno può rubarci la nostalgia del bene che abbiamo a suo tempo ricevuto e dalla quale ha origine ogni speranza. “Quando tu m’amavi! Resta vicino a me!” dice Michele ne Il tabarro, sintetizzando con due soli versi il valore della nostalgia e quello della speranza di rivivere il passato: perché no, anche in modo migliore. Non costa di più sognare in grande. La nostalgia del passato arma anche la mano di Liù, che si uccide per quel principe che ha come unico merito quello di averle sorriso, un giorno, nella reggia dove lei era schiava. “Liù…. chi sei?”. “Nulla sono…. una schiava, mio signore….”. “E perché tanta angoscia hai diviso [con mio padre]?”. “Perché un dì…. nella reggia, mi hai sorriso.”

Come non sentirsi pervasi da tanta nostalgia di amore. Dall’amore di una schiava che si dice essere nessuno e che sfodera immediatamente dopo, questi versi di nobiltà così profonda da commuovere anche i sassi. Il mondo dovrebbe essere pieno di queste persone che si dicono nessuno e che invece posseggono doti affettive superiori all’immaginabile. La nostalgia incredula di Minnie: “Ha detto…. Come ha detto?….  Un viso d’angelo!…. Ah!….” nella chiusa del primo atto di La fanciulla del West. Come non essere percorsi da brividi quando versi di questa profondità evocano in ognuno di noi nostalgie forse sopite nel nostro cuore?

Eppure questi versi così semplici ed evocativi, vestiti di musica diversa, passerebbero del tutto inosservati, come accade per quegli operisti che non sono capaci di creare musica “attinente” alla parola. Voglio forse dire che l’attinenza con cui Puccini riveste di musica le parole che fa cantare ai suoi personaggi è superiore ad altri compositori? Esatto: voglio dire proprio questo. Anzi, aggiungo che l’attinenza tra musica e parola che si riscontra nelle composizioni di Puccini è perfetta. Lo posso testimoniare e potrei dimostrarlo.