Arsenale di Venezia

L’Arsenale austriaco di Verona verso nuove destinazioni

di GIOVANNI VILLANI – Il piano di recupero per preservare il patrimonio storico e il verde, salvandolo da destinazioni utilitaristiche.

Dopo 25 anni di dibattiti, progetti dei più vari e relative cancellazioni, l’Arsenale austriaco di Verona sembra aver trovato finalmente una destinazione precisa. Sono partiti infatti i primi colpi di ruspa che dovranno recuperare e sistemare l’ampia area (ca. 62 mila mq.) in pieno centro residenziale di Borgo Trento, rispettando quanto del manufatto è ancora in condizioni di essere recuperato, circa il 90%.

Il complesso va quindi conservato, per come è giunto e per sé stesso, per ciò che rappresenta storicamente, ma anche semplicemente per il suo aspetto formale: un elemento di interesse culturale molto rilevante. Per ora sembra che le ipotesi museali siano state scartate, sebbene non del tutto. E infatti il primo ad occuparne una larga zona sarà l’Accademia di Belle Arti Cignaroli che dovrà lasciare così la sede di Palazzo Montanari.

La planimetria simmetrica del complesso non può essere tuttavia stravolta e smembrata da funzioni del tutto eterogenee, che finirebbero per alterare sostanzialmente l’equilibrio spaziale generale e fisico, come è già accaduto per un edificio laterale trasformato nella chiesa di San Francesco (già deposito della cavalleria austriaca). C’è un estremo bisogno di spazi espositivi attrezzati, a Verona, che servirebbero per primi al Museo di Storia naturale in procinto di abbandonare la sede ormai angusta di Palazzo Pompei e al Circolo Ufficiali (oggi ancora a Castelvecchio e occupante improprio di parte del suo museo), che potrebbe trovare sia una continuità di storia militare come pure una maggiore agevolazione di servizi, conservando sempre una prestigiosa centralità e liberando così Castelvecchio dal suo attuale soffocamento spaziale.

Certamente il piano di recupero dell’Arsenale tiene conto di preservare – per il bene ovvio della città – anche la sua area verde, salvandolo nel contempo da destinazioni brutalmente utilitaristiche. La sua ideazione architettonica prese l’avvio dal grandioso Arsenale di Vienna e ciò spiega come Verona nell’Ottocento, non solo per le sue fortificazioni, riceva un decisivo impulso dalla cultura architettonica e urbanista del Centro Europa, e come nella sua forma, dall’edificazione al paesaggio, si rifletta per l’ultima volta il legame col Settentrione.

A Verona, più che in ogni altra città italiana, si convogliano le tensioni della guerra. Qui, all’inizio dell’Ottocento, assumono un effetto puramente distruttivo quando le armate napoleoniche smantellano nel 1801-1802, la cinta magistrale a destra dell’Adige, cancellando le architetture bastionate di Michele Sanmicheli, immagine della Repubblica Veneta.

Il primo progetto fortificatorio per Verona, operato dall’Austria, col ripristino delle opere della cinta bastionata, viene definito nel 1828 valutandone l’efficacia attiva, come piazzaforte di manovra, in rapporto alla linea fluviale dell’Adige. Operando da questa posizione centrale, tra il Tirolo e Legnago, un’armata avrebbe potuto contendere agli avversari il passaggio verso i territori orientali delle Venezie e l’accesso alla Val d’Adige. Il progetto del 1828 però non si attua, tuttavia il suo principio attuativo viene assunto dal generale Radetzky, comandante generale del Lombardo Veneto, nel 1831, quando in previsione di un imminente conflitto contro la Francia, si provvede alla preparazione della difesa del Lombardo-Veneto. Per Radetzky le piazzeforti non valgono solo come protezione diretta di città o parti del territorio, ma specialmente come piazze di manovra, destinate ad accrescere la capacità difensiva ed offensiva dell’armata in campagna. Nella visione di scala territoriale il generale austriaco avverte il vantaggio di preordinare uno scacchiere strategico in posizione centrale, arretrato all’interno del paese, sfruttando le potenzialità connaturate alle estese linee fluviali del Mincio e dell’Adige, già munite da città fortificate. Il progetto, anche se incompleto, ridefinito con opere permanenti di “convertire Verona in una perfetta piazza di manovra e di deposito per l’armata imperiale in campo”, avviene nel 1833.

Il completamento dell’Arsenale di Verona comporta così un conseguente riordino del Corpo di artiglieria e l’occasione per riflettere sui suoi aspetti amministrativi e logistici come piazza centrale di deposito. Il luogotenente feldmaresciallo barone Stwrtnik, direttore dell’Artiglieria da campo della II armata, propone così a Radetzky una nuova ripartizione dei distretti. La dipendenza della filiale di Verona dal Comando di distretto di Venezia non è più conveniente per il servizio. Verona non solo è diventata una piazzaforte molto importante, ma è anche la principale piazza di manovra dell’Armata in Italia. Nello stesso tempo è il grande nodo di collegamento e di raccolta per la spedizione dei materiali di artiglieria provenienti dall’interno e destinati alle filiali del distretto di Mantova. Come richiesto da Stwrtnik, Verona viene così elevata a “Selbstaendige Zeugverwaltungs District” (Distretto autonomo di amministrazione dei materiali d’arsenale) al quale apparterranno, anche le dislocazioni armate di Ceraino, Peschiera, Trento, Rocca d’Anfo, Vicenza, Mantova, Legnago. Praticamente la capitale del Quadrilatero.