Oggi la comunità scientifica avanza seri dubbi sulla giornata di otto ore, sia in termini di rendimento professionale che del benessere psicofisico dei lavoratori
Nella nostra società, la giornata lavorativa è costituita solitamente da otto ore. Una convenzione che per anni non è stata mai messa in discussione, prevedendo come alternativa per i lavoratori dipendenti solo il part time orizzontale e quello verticale.
Oggi la comunità scientifica avanza seri dubbi sulla giornata di otto ore, sia in termini di rendimento professionale che per quanto riguarda il benessere psicofisico dei lavoratori; una perplessità che si sta diffondendo anche nel mondo della politica e delle istituzioni. Recentemente ha suscitato scalpore una dichiarazione attribuita alla Premier finlandese Sanna Marin, che si sarebbe schierata a favore di una riduzione dell’orario lavorativo standard: 4 giornate alla settimana, di sole sei ore ciascuna. In seguito, il Governo della Finlandia ha ufficialmente ridimensionato la questione attraverso il suo account Twitter ufficiale: la Premier ha affrontato l’argomento quando era Ministro dei Trasporti, ma la rivoluzione della settimana lavorativa non rientra nei suoi prossimi programmi. Tanto è bastato, però, per riportare all’attenzione della cronaca un dilemma sempre più pressante: siamo sicuri che le giornate di otto ore di lavoro siano la soluzione giusta? E i ritmi attuali, talvolta, non sono troppo pesanti? Interrogativi di grande attualità in un periodo in cui alcuni annunci di lavoro mostrano, tra i requisiti richiesti, la capacità di “lavorare sotto pressione”.
Vediamo due argomentazioni avanzate da esponenti della comunità scientifica. La prima riguarda il mondo delle professioni creative, la seconda evidenzia un grave rischio legato allo stress cronico in qualsiasi settore lavorativo.
Lavorare sotto pressione per essere creativo? Attenzione
I professionisti della creatività, dagli scrittori, sceneggiatori, artisti, compositori, ai dipendenti di aziende hi-tech che elaborano prodotti innovativi, possono vedere la propria efficienza seriamente compromessa dallo stress. Come spiega il neuroscienziato e consulente aziendale Estanislao Bachrach nel suo libro “Il cervello geniale”, situazioni di forte pressione e disagio sono assolutamente nemiche della creatività. In tali condizioni, le reti neurali che permettono originali associazioni di idee si attivano difficilmente. La mente stressata, percependo una condizione di disagio e minaccia all’equilibrio, tende al risparmio di energie: si attiva seguendo modelli di ragionamento già sperimentati, che comportano un basso sforzo.
Il risultato? Difficilmente si arriva a intuizioni davvero nuove, cadendo in routine e pensieri banali. Pensieri adatti forse a fronteggiare rapidamente un’emergenza, non a scrivere un libro affascinante o a inventare rivoluzionarie app per la vita quotidiana. Al contrario, in condizioni di relax nell’attività elettrica del cervello si manifestano le onde chiamate alfa, che possono “preparare il campo” a quelle di tipo gamma associate all’ “insight”, ossia all’improvvisa intuizione innovativa. Non a caso, argomenta nel libro il Dott. Bachrach, alcune importanti aziende hanno creato accoglienti e curatissime aree relax: sanno che i momenti di pausa e libertà possono favorire brillanti intuizioni. L’opposto dell’idea che ha dominato per decenni il mondo del lavoro e, in alcuni ambienti, prevale ancora: “spremersi” il più possibile, lottando con lo stress e la stanchezza, come se questa fosse la miglior soluzione per produrre.
Burnout lavorativo e rischio cardiovascolare
Un importante studio, pubblicato recentemente sull’European Journal of Preventive Cardiology, ha riscontrato che la condizione chiamata burnout, una forma di esaurimento psicofisico legato allo stress cronico, può avere serie conseguenze sulla salute cardiologica. 11.000 persone sono state seguite per un periodo di quasi 25 anni, valutandone le condizioni di salute e il grado di stress. I soggetti esposti nel tempo a un prolungato burnout, che poteva dipendere anche dal lavoro, dimostravano il 20% in più di possibilità di sviluppare la fibrillazione atriale, la più comune aritmia cardiaca, andando incontro a un maggiore rischio di infarto. Come spiega il Dott. Parveen K. Garg dell’Università della California del Sud, uno degli autori della ricerca, il burnout potrebbe indurre una risposta infiammatoria dell’organismo e uno stato di eccessiva attivazione fisiologica, legata allo stress. Quando questi fenomeni divengono cronici, possono avere conseguenze rischiose sull’apparato cardiovascolare. Una ricerca che fa riflettere, considerando che recentemente l’OMS ha riconosciuto il burnout come una possibile sindrome associata al lavoro.
Alla luce delle suddette argomentazioni scientifiche, quindi, l’idea di ridurre la giornata lavorativa e creare contesti più rilassanti suona quanto mai attuale. Per la mente, per la salute e per la produttività.
Questo articolo è un testo puramente informativo e non rappresenta in nessun modo prescrizioni o consigli medici.
Riferimenti citati:
– Garg PK, Claxton JS, Soliman EZ, et al. Associations of anger, vital exhaustion, anti-depressant use, and poor social ties with incident atrial fibrillation: The Atherosclerosis Risk in Communities Study. Eur J Prev Cardiol. 2020. doi:10.1177/2047487319897163.
– Estanislao Bachrach, “Il cervello geniale. Migliora la tua vita con le scoperte delle neuroscienze” (Vallardi)
Ugo Cirilli è nato a Pietrasanta nel 1985, laureato in Psicologia Cognitiva Applicata all’Università di Bologna ha poi conseguito un master in Mental training, ha frequentato corsi di marketing e di gestione delle risorse umane, tecnico della progettazione e promozione turistica (Fondazione Campus, Lucca). Ha scritto su siti internet di cultura e attualità, tra questi scrivo.me portale del Gruppo Mondadori). Come scrittore ha esordito con il romanzo “Un accordo maggiore in sottofondo” (edizioni Toscana Today, 2019).
