LA TORRE DI TATLIN - di Giovanni Bruno, OPINIONI

Le insidie della Scuola a Distanza

Il buono dell’informatica e le insidie per i veri rapporti pedagogici e professionali, una riflessione prima di doversi pentire anche di questo

Al di là della retorica sulla DAD (didattica a distanza) e del ricorso al lavoro agile (il lavoro da casa), si deve vigilare sulle insidie che si celano dietro queste modalità: vi sono profonde implicazioni, conseguenze che potrebbero incidere sul dialogo educativo, che rischiano di distorcere le relazioni frammentando i rapporti pedagogici e professionali, ma anche ricadute sulle dinamiche occupazionali

Tra i mille effetti stranianti e perturbanti della situazione che stiamo vivendo, ci sono quelli legati alle forme di continuità da assicurare alla scuola: milioni di bambini, ragazzi, adolescenti (più di 7 milioni e mezzo nelle scuole pubbliche, quasi un milione nelle paritarie) sono costretti a casa dalla fine di febbraio e stanno vivendo l’esperienza di sospensione della socialità con coetanei e educatori, della comunità educante insomma, chissà per quante settimane ancora.

Lezioni on line, come se l’Italia fosse preparata

All’indicazione dell’attivazione della didattica a distanza, invocata dalla neo-Ministra Azzolina, ci sono state reazioni più o meno pronte da parte di scuole e docenti: non tanto e non solo per la resistenza alla didattica a distanza, del tutto volontaria e fondata sulla responsabilità e libertà di ogni docente, come indica la Carta Costituzionale e ribadiscono i sindacati e la stessa Ministra, o per l’impreparazione e la scarsa formazione della maggior parte delle e degli insegnanti – quasi un milione e mezzo, di cui circa la metà sono precari (!) e la cui età media è la più alta dei paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione  lo sviluppo economico) – ma per le disparità strutturali, economiche e sociali che caratterizzano la rete degli istituti nel nostro Paese.

Le scuole primarie (elementari), secondarie di primo grado (medie) e secondo grado (superiori) non sono tutte uguali: sono quelle nei quartieri del centro città, ma soprattutto quelle nei quartieri periferici, o distribuite in paesi, centri abitati e territori meno attrezzati o più isolati (campagne, colline, montagne), ma soprattutto “l’utenza” (termine mercantil-aziendale ormai entrato nel lessico burocratizzato delle scuole, che la dice lunga di quale sia la logica a fondamento dei processi educativi e didattici) non è tutta uguale e smart. La platea dei giovani cittadini e cittadine a cui deve essere garantito il diritto allo studio – principio dettato dalla Costituzione – è di gran lunga la maggioranza, ma spesso non ha mezzi adeguati (computer e collegamenti), oppure hanno condizioni sociali e familiari per cui devono aiutare genitori che continuano a lavorare fuori casa e hanno bisogno di un supporto in casa: la democrazia si difende e costruisce innanzitutto a partire dalla scuola garantita a tutti, ce lo dovremo ricordare finita l’eccezionalità e investire senza vincoli nel sistema scolastico e nella sanità pubblici.  

Scuole di serie A e scuole di serie B

Di tutto questo, nell’esaltazione di alcuni dirigenti e docenti lanciati nell’utopia futuribile della scuola in remoto, non se ne parla: nelle prime settimane, alcuni si sono lanciati in un agonismo digitale, nella corsa a primeggiare nel numero delle ore di video-lezioni, in compiti e verifiche assegnate, interpretando la situazione come un esperimento pedagogico-didattico piuttosto che un’emergenza drammatica, anzi tragica. Il fraintendimento (in molti casi voluto) sta creando profonde faglie nel sistema scolastico, fratturando un sistema già diviso e disomogeneo socialmente e culturalmente: alcune scuole di eccellenza (la cui “utenza” è composta di privilegiati e benestanti) hanno adottato fin dal primo giorno (da febbraio) le lezioni a distanza, ricalcando l’orario “normale” delle lezioni in presenza, in classe, che nella maggior parte dei casi si è tradotto nel trionfo della cosiddetta “lezione frontale”, un modello di comunicazione a senso unico in cui l’interazione è quasi azzerata, o comunque molto limitata. Il risultato è che studenti e studentesse di questi istituti (soprattutto licei frequentati dai rampolli della buona borghesia) ricevono un messaggio che mette assieme il disciplinamento autoritario e l’orgoglio di far parte di un ceto egemone culturalmente, oltreché dominante socialmente.

Il dialogo educativo

La straordinarietà della situazione può certamente diventare l’occasione per adottare strategie inedite di insegnamento, ma non dovrà mai essere messa in discussione la necessità che docenti e discenti si incontrino, si riuniscano in aule accoglienti e non fatiscenti, in numero adeguato a mantenere il dialogo educativo con tutte e tutti per consentire la motivazione di tutti ed evitare la dispersione scolastica, l’abbandono di qualcuno per strada.

Più che l’elogio incondizionato della didattica a distanza, o di forme sperimentali come la peer education (educazione tra pari) o la flipped classroom (classe capovolta), si stratta piuttosto di rinsaldare il fondamento pedagogico e la tenuta della collettività a partire dal ripristino dell’acquisizione e della condivisione dei principi costituzionali di democrazia e diritti nelle scuole.

Si tratta di rovesciare l’approccio aziendalista – nelle forme, nei contenuti, nelle attività – imposto negli ultimi anni, ad esempio con l’alternanza scuola-lavoro che sta producendo una descolarizzazione di massa con l’addestramento di manodopera disciplinata e inconsapevole dei propri diritti; si tratta di ripensare l’insegnamento come un processo educativo per formare cittadini consapevoli e critici, non selettivo per riaffermare la meritocrazia dei privilegiati; si tratta di lasciare alle nostre spalle tutte le ideologie che si sono diffuse viralmente (liberismo, individualismo, arrivismo, carrierismo), che hanno alimentato gli egoismi personali, familiari, nazionali e annichilito il sentimento di altruismo, dimostrato invece dall’impagabile esempio degli aiuti e dei medici inviati da Cina, Cuba, Russia stridenti rispetto alle ipocrite parole di amicizia e sostegno dei paesi europei e degli Stati Uniti, pronti ad accoltellarci alle spalle alla prima occasione. Dovrebbe bastare questo a indicare la necessità di una nuova Unione Europea, fondata su principi di eguaglianza, equità e solidarietà (propri della nostra Costituzione nata dalla Resistenza), stracciando gli infidi trattati internazionali che ci hanno imprigionato in una gabbia asfissiante.

Insomma, la scuola avrà lo straordinario compito di rilanciare la coscienza civile dei giovani come di tutti i cittadini, per rinsaldare la coesione sociale e politica, con un piano di educazione alla solidarietà sociale e internazionale. Questo dovrà essere il futuro.