L’Europa crisi dopo crisi

La zona euro non è riuscita a farsi nucleo centrale dell’Unione. Sarebbe stato necessario spingere le procedure di “cooperazione rafforzata”

Il 13 marso scorso scrivevo: “Il coronavirus potrebbe dare una mano a fare un’Europa più “politica” (vedi nota). Ebbene, da quello che si è visto l’Unione europea ha fatto un passo notevole in avanti… Ma, attenzione, perché, alla base non si vede ancora la volontà di cambiare la natura dell’Unione, anche se gli atti potrebbero far ben sperare. Vi ripropongo perciò, per una riflessione sui tempi e sulla natura dell’Unione, un mio intervento sul “Cannocchiale” dell’8 agosto 2011:

La crisi trasformerà l’ Unione europea?

Forse stamani è ancora presto per dire che l’annuncio dell’acquisto di titoli di stato italiani ed europei ha bloccato l’avvitamento al ribasso delle borse europee. Non è da escludere che la speculazione possa ripartire.

Qualche considerazione, però, viene di conseguenza.

La zona euro è una parte consistente dell’Unione europea: 17 stati per 329 milioni di abitanti. Una forza mondiale che non è riuscita a farsi valere, principalmente a causa dell’egoismo degli stati membri. E’ indubbio che la mancata approvazione del Trattato costituzionale, bocciato da Francia e Olanda, ma non gradito a tanti altri stati, in primis la Gran Bretagna, ha privato l’Unione dello strumento fondamentale per il suo governo. Il Trattato di Lisbona, che è stato approvato successivamente, ha rimediato un modus vivendi che non risolve nessuno dei problemi gravi sul tappeto.

La zona euro non è riuscita a farsi nucleo centrale dell’Unione. Sarebbe stato necessario spingere, all’interno di questa area, le procedure di “cooperazione rafforzata”, così da dare una base più ampia di quella esclusivamente monetaria al sostegno dell’euro.

Ciò non è stato, principalmente per motivi di politica interna degli stati. Da troppi anni sembra venuta meno la volontà di essere qualcosa di più che di un’unione monetaria e doganale. di fronte al nazionalismo degli stati ex comunisti (in parte comprensibile, essendosi liberati dal gioco sovietico da relativamente poco tempo) di pari passo è risorto un nazionalismo di ritorno degli stati fondatori, in primis Germania e Francia che interpretano ora quello che è stato a lungo un ruolo di guida e di spinta all’integrazione europea come un modo di difendere i loro interessi nazionali, anche a detrimento dello sviluppo europeo.

C’è inoltre da sottolineare il ruolo sempre più “separato” del Regno Unito tendente alla rincorsa di ruoli mondiali ormai persi e difficilmente recuperabili, che tanto danno fa alle sorti dell’Unione.

Se si guarda a come si è sviluppato il percorso della crisi viene fuori con chiarezza la miopia dei paesi leader dell’Unione. Di fronte alla crisi della Grecia, brutta poiché nasce dalla manipolazione dei dati del governo greco (conservatore, va detto) e dal mancato controllo dei conti da parte dell’Unione, abbiamo assistito ad una politica di “punizione” della Grecia, senza considerare che il problema incrinava la solidità della zona euro. E’ un bel dire che i greci debbono pagare. Sono stati costretti a misure lacrime e sangue, senza considerare che si poteva agire con la leva della solidarietà dell’Unione. 

La proposta degli eurobonds, avanzata da Tremonti, ministro di un paese membro per lo più latitante all’interno della politica dell’Unione, non è ancora passata del tutto. Ci si limita ad acquistare oggi titoli degli stati Italia e Spagna. Forse questa misura avrebbe potuto mitigare le misure imposte alla Grecia, al Portogallo e alla Spagna.

Il non comprendere subito la gravità della situazione e l’importanza di risposte di alto livello ha contribuito a peggiorare la situazione ed a consegnare l’euro in mano alla speculazione.

Speculazione che è parte intera del mercato lasciato a sé stesso. La difesa di piccoli interessi nazionalistici ha messo in scacco l’Unione europea. Ora si muovono i primi passi nella direzione giusta. Arriveremo anche, nel tempo, a mettere in piedi il sistema degli eurobonds,

Una cosa però è certa: tutto questo servirà a ben poco se non si sviluppa la consapevolezza che l’Unione europea (o almeno la sua zona euro) ha bisogno di politiche vere e non di piccoli aggiustamenti per riparare ai guasti fatti.

Può darsi che le risposte che la crisi mondiale in atto, con i pericoli non indifferenti di recessione mondiale e di crisi produttive e sociali, spinga gli stati dell’Unione, anche i più riluttanti, a darsi gli strumenti politici per governare la crisi e per dare basi più solide a questa Unione, da troppo tempo ridotta ad un simulacro di potenza mondiale.”


Nota

Si era pensato, nel passato, che l’Unione europea potesse costituire un “polo” mondiale capace di concorrere con i grandi paesi (USA, Cina, Russia, India, Brasile) al governo del mondo. Non ci siamo riusciti e, nel vecchio continente, siamo ancora a patire le bizze dei governi nazionali. Durante la crisi “americana” del 2008 – dalla quale non siamo ancora usciti del tutto – la Banca Centrale Europea, sotto la guida di Draghi, adoperò il “quantitative easing” per acquistare titoli di stato degli Stati membri, e così iniettare liquidità nel sistema economico e favorire la ripresa.

Ora che la risposta ai problemi creati dal virus cinese impone spese supplementari degli Stati per sostenere un’economia costretta ad interrompere gran parte dei suoi meccanismi produttivi, forse non può bastare continuare soltanto con quel sistema.In verità quello che serve è la creazione di nuova moneta. Ciò che serve agli Stati non deve essere contabilizzato come acquisto del debito pubblico, conviene piuttosto uscire dal mercato dei “bonds” (anche eurobonds) che costano e mettere a disposizione nuova moneta per gli importi ritenuti necessari. So che questo provocherebbe una perdita di cambio per l’euro, ma quello che è necessario fare, conviene farlo”.

Non può farlo, la BCE, con le regole attuali. Ma se il coronavirus avanza dappertutto, forse riesce anche a far modificare le regole.

(foto: Join – licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/panorama-alpi-europa-montagne-3725657/ )