“L’approccio ideologico del fattore culturale, patriarcato o maschilismo, ha trascurato l’incidenza di altri fattori che non sono di genere.
Il problema è cercare di capire, scavare nel granito delle certezze invasive alimentate da quello che i francesi definirono pensée unique, la cui naturale tendenza è confinare le dissonanze nelle riserve indiane. “I rischi storicamente vengono dai pensieri unici, non dal dialogo o dal confronto”, rispose Francesco Paolo Casavola, costituzionalista e storico del Diritto Romano, durante un’intervista a Giovanni Grasso (Avvenire, 16 gennaio 2008).
Il libro che ho tra le mani appartiene a queste dissonanze: “Non è patriarcato. Femminicidi e omicidi in famiglia”, sottotitolo “Indagine sui fattori di rischio ignorati dal Pensiero Unico”,
Ho conosciuto l’autrice, Lorena Pensato, per caso ad una conferenza. E’ stata docente di Scienze Giuridiche ed Economiche, ha insegnato nella formazione professionale e nella scuola statale fino al 2023. Torinese di origine trapiantata in Versilia. Tre anni di lavoro per raccogliere materiale, confrontare statistiche, leggere più di 300 storie di persone vittime di omicidi nel contesto dei legami affettivi. E così dopo aver letto il libro ci diamo appuntamento in un Caffè.
“La definizione ormai corrente di femminicidio è fuorviante” dice Lorena. “E se per anni avessimo sbagliato il presupposto di base e il fenomeno in atto non fosse quello dei femminicidi ma degli omicidi nel contesto familiare, a prescindere dal genere dell’autore del reato e della vittima? I risultati letti in una chiave diversa da quella di genere, ci farebbero dire che il nemico da combattere è esclusivamente il patriarcato? O saremmo costretti a prendere in considerazione anche altri fattori di rischio come alcool, droghe, disturbi della personalità, salute mentale?”.
A questo punto mi faccio un ripasso mentale. Come sempre, mi affido al mio mentore antico, la Treccani. Patriarcato: complesso di radicati, e sempre infondati, pregiudizi sociali e culturali che determinano manifestazioni e atteggiamenti di prevaricazione, spesso violenta, messi in atto dagli uomini, specialmente verso le donne.
“Dico che l’avere concentrato ideologicamente l’attenzione sul fattore culturale” prosegue Lorena “ossia il cosiddetto patriarcato o maschilismo, ha trascurato l’incidenza di altri fattori individuali; porre l’attenzione sui dati del legame affettivo e non sul genere dei soggetti coinvolti, significa modificare la visione delle politiche preventive ed evidenziare tutti gli aspetti della multifattorialità della violenza”.
L’indagine condotta in tre anni di lavoro, secondo Lorena Pensato, evidenzia dall’esame dei singoli casi “denominati femminicidio” che la violenza non sia causata da una questione di genere, ovvero l’uomo che uccide la donna per discriminazione, mentre viene dato per scontato “che i casi di omicidio di donne abbiano, come matrice, il gene del patriarcato; faccio sommessamente notare che la maggior parte delle donne barbaramente uccise nel contesto familiare non erano casalinghe, ma impegnate dal punto di vista lavorativo, non erano povere analfabete alla mercè del primo arrivato senza alcuna consapevolezza dei propri diritti”.
La critica assume, conseguentemente, un connotato politico, nel momento in cui considera più corretto separare il concetto di parità da quello di violenza: “I media e le istituzioni hanno indotto l’opinione pubblica a rimuovere concettualmente la violenza e l’omicidio dalla categoria dei reati contro la persona per tramutarlo in reati di genere. Quando si tratta di violenza alle donne, il tema non è solo complesso, ma anche maledettamente politico, se non ideologico”. Politico, quindi, diventa anche ciò che consegue al presupposto: “Se la lotta al femminicidio si trasformasse in lotta agli omnicidi intrafamiliari o da legame affettivo, potremmo aprire finalmente le porte ad un’analisi onnicomprensiva del fenomeno e dei fattori di rischio correlati”.
Cita la raccolta dei dati e la lettura di genere avviata negli anni Novanta in molti paesi europei, inclusa l’Italia: “Diventano centrali nell’individuazione delle problematiche sulle quali intervenire con azioni di tipo culturale. La sfida è modificare un modo di pensare millenario che vedeva la donna inferiore rispetto all’uomo in ogni aspetto della vita”. Il problema, allora, quando nasce? “Quando il germe della culture Woke si insinua fraudolentemente in un percorso che poteva essere di grande supporto senza necessariamente assumere vesti ideologiche, la contaminazione politica trasforma le discriminazioni in aree di genere, in maschi contro femmine, eterosessuali contro omosessuali, abili contrpo disabili, cristiani contro musulmani, creando le cosiddette minoranze come speculazione politica, dando vita in conclusione ad una cultura delle contrapposizione”.
“Se la violenza sulle donne è causata dalla cultura della discriminazione, tutte le forme di violenza nei confronti di una donna, quindi, devono rientrare nella categoria ‘violenza di genere’ qualora provengano da un uomo: questo è il momento in cui abbiamo abbandonato il buon senso. Per cui, ad esempio: un soggetto di sesso maschile con una grave dipendenza da cocaina mista ad alcool picchia la fidanzata, e non è la sua condizione di disagio ad essere rilevante come fattore di rischio di possibili violenze, bensì il fatto di essere semplicemente uomo, intriso di una cultura patriarcale che considera la sua fidanzata, in quanto donna, inferiore e debole. In sostanza, se un soggetto maschio uccide la fidanzata perché ossessionato in modo patologico, dopo aver dati segni di evidente squilibrio e disagio, la sua condizione mentale è rilevante solo ai fini giudiziari, poiché l’unico dato importante per l’informazione e i media, è il genere dell’autore del reato e quello della vittima”.
Mi viene in mente una vecchia lezione di cattivo giornalismo, titolo: “Omosessuale investe pedone sulle strisce”. Come dire che il pedone è stato investito non perché l’uomo alla guida dell’auto era sbadato, ma perché era omosessuale, tutti gli omosessuali alla guida di un auto sono portati ad investire i pedoni.
Spogliare la violenza sulle donne dal tasso alcolico dell’ideologia. La lettura dei fenomeni sociali attraverso la lente ideologica provoca sempre un allontanamento dalla realtà.
