L’Italia ha esaurito tutte le risorse naturali 2022

di BEATRICE BARDELLI – Earth’s Overshoot Day 2022: il 15 maggio l’Italia ha esaurito tutte le risorse naturali a disposizione per quest’anno.

Domenica 15 maggio in Italia avrebbero dovuto suonare le campane a morto. In questa data, infatti, è stato registrato l’Earth’s Overshoot Day 2022 per il nostro Belpaese ovvero la denuncia pubblica che l’Italia, proprio in quel giorno, ha esaurito tutte le risorse naturali a disposizione per l’anno 2022.

Una tragedia in atto divulgata dal Global Footprint Network

il centro di ricerca internazionale che, da anni, calcola l’impronta ecologica dell’umanità e la capacità della Terra, sia a livello globale che delle singole nazioni, di rigenerare le risorse consumate in 365 giorni anche in termini di capacità di assorbimento delle emissioni rilasciate in atmosfera.

Una vera e propria tragedia ambientale che è stata divulgata capillarmente ai “non esperti del settore” dal professor Andrea Vento di San Giuliano Terme (Pisa) promotore del Giga (Gruppo insegnanti geografia autorganizzati) che da anni si batte a difesa dell’ambiente e delle risorse naturali e che ha diramato un lungo comunicato che inizia così: “Oggi è il nostro Country Overshoot Day 2022, cioè il giorno in cui, se tutto il mondo consumasse come l’Italia, avremmo esaurito ciò che la Terra riesce a rigenerare in dodici mesi. Da ora fino a dicembre – secondo il Global Footprint Network – dovremo quindi forzare i limiti dei nostri ecosistemi, contribuendo ad esaurirli per le prossime generazioni. La data cade due giorni più tardi rispetto al 2021, quando era stata il 13 maggio. Ma c’è poco di cui essere contenti. Al ritmo attuale, gli italiani, da soli, avrebbero bisogno di 2,7 pianeti per sostenere il proprio stile di vita”.

La grande abbuffata

L’Italia, infatti, è l’ottavo Paese al mondo tra quelli che consumano di più avendo consumato, in 50 anni, 31,5 miliardi di tonnellate (Gt) di risorse in eccesso, il 3% del totale globale. Subito dopo paesi come il Canada, il Regno Unito e la Francia, che sono su livelli simili, ma ben staccata dalla Germania, al 4° posto con il 5% e 55Gt (quasi il doppio dell’Italia). E dal Giappone (8%), paese con il 3° debito ecologico al mondo stimato in oltre 96Gt, tre volte quello del Belpaese. I primi due posti se li disputano la Cina (15%, 167Gt) e gli Stati Uniti (27%, 296Gt). Ma l’UE a 28 (United Kingdom incluso) scavalca virtualmente Pechino con il suo 25%.

Cosa fare?

Per invertire la tendenza, si legge nel documento, non basta diminuire i consumi: “Il sovrasfruttamento è cumulativo – spiega il biologo Lorenzo Masini, da tre anni attivista di Extinction Rebellion Torino e da qualche mese del movimento di ribellione degli scienziati ambientalisti, Scientist Rebellion – . Come per le emissioni di Co2, si sommano tutti i superamenti dei decenni precedenti”. Quindi “per recuperare e permettere alla terra di compensare le risorse naturali, dovremmo andare per qualche anno in negativo”. Evitare l’Overshoot per un anno “significa solo far slittare nel tempo una soglia oltre la quale vivremo una situazione catastrofica”.

I fattori che influiscono sul Giorno del sovrasfruttamento terrestre

Sono alimentazione, edilizia, agricoltura, allevamento, emissioni, ma anche energia e gestione delle città e delle foreste. “In particolare, continua il documento, il think thank internazionale Global Footprint Network ogni anno calcola l’impronta ecologica degli abitanti.

Si tratta del rapporto tra la biocapacità – cioè l’insieme delle superfici terrestri e acquatiche biologicamente produttive utilizzate – e la capacità degli ecosistemi di rigenerarle. Quella dell’Italia è di 4,32 Gha (ettari globali)”. La situazione attuale. E’ critica anche se c’è un lieve miglioramento rispetto ai picchi di inizio 2000, prima della crisi del 2008, quando il rapporto tra i nostri consumi e la biocapacità era di più di 5:1. “Oggi avremmo bisogno di 5,3 Italia per soddisfare la nostra domanda di beni naturali – scrive il Giga – . Peggio solo il Giappone, a 7,9.

Per molti attivisti però la misurazione non è equa: “L’impronta carbonica è stata inventata dai giganti del fossile negli Anni Settanta – spiega Masini – Ma tende a farci focalizzare sulle responsabilità del singolo e non su quelle delle multinazionali e dei grandi emettitori” che possono avere un impatto effettivo nel limitare l’esaurimento delle risorse naturali. Il 61% dell’impronta ecologica dell’umanità infatti è causata dalle emissioni dell’industria di petrolio e gas. “Il mio impegno e la mia parte di emissioni come singolo sono irrisore rispetto alle azioni di chi magari usa il jet tutti i giorni o alle industrie” afferma ancora il biologo”.

Non tutti i Paesi sono uguali

Negli ultimi cinquant’anni, si legge in una ricerca pubblicata su The Lancet, i Paesi ricchi hanno consumato il 74% delle risorse del pianeta, quelli a reddito medio-basso meno dell’1%. Il restante 25% è invece attribuito ai Paesi a reddito medio-alto.

L’Italia è all’ottavo posto nella classifica mondiale, dietro a molte delle più forti economie occidentali, come Francia, Germania e Usa: ha esaurito infatti 31,5 miliardi di tonnellate di beni in eccesso, il 3% di quelle disponibili a livello globale. Un dato impressionante se lo si mette a confronto con il Sud della Terra che in totale ne ha consumate poco più del doppio. Una situazione simile si vede con la soglia di sovrasfruttamento annuale. “Alcuni non la raggiungeranno mai – come il Bangladesh o il Camerun -, altri ci arriveranno quasi alla fine dell’anno. Altri lo hanno avuto a marzo”. I primi sono stati Qatar (10 febbraio) – complice sia l’abbondanza di terre desertiche, quindi poco produttive, sia i grandi investimenti nelle infrastrutture per i Mondiali di calcio del prossimo inverno – e Lussemburgo (14 febbraio). La data per gli Stati Uniti (8,1 Gha di impronta carbonica) e il Canada (8,2 Gha) è stata il 13 marzo: i due Paesi per alimentare lo stile di vita dei suoi cittadini necessiterebbero rispettivamente di 5,1 Terre. Altri giganti come Australia e Russia hanno esaurito le loro risorse tra fine marzo e inizio aprile, mentre la Cina lo farà il 2 giugno. Questo mese – secondo il Network – saranno 29 i Paesi a superare la soglia di sfruttamento. Oppure 28 se non si include l’Unione europea nel suo totale. Se tutti consumassero a questo ritmo “avremmo bisogno di 1,75 terre” continua Masini. La vera transizione ecologica in agricoltura è anche sociale.

“Quanto si lega la produzione alimentare con la crisi climatica, l’emergenza sanitaria, la crisi bellica e le diaspore?” si è chiesta il 13 maggio scorso Barbara Nappini, presidente di Slowfood Italia, confermando che “Sono strettamente interconnesse le une con l’altra: ci mettono inesorabilmente di fronte alla necessità di ripensare i modelli agricoli e produttivi vigenti.

E in questo contesto, ancora una volta, si conferma che sono sempre i più fragili a pagare il prezzo più alto: le donne, gli anziani, le fasce più povere e marginalizzate, quelle più colpite dalla crisi economica e sociale, gli ultimi tra gli ultimi: i migranti”.

Tra le cause antropiche che spingono all’esodo di milioni di persone, riferisce la presidente, ci sono poi i conflitti armati legati all’accaparramento delle scarse risorse naturali: materie prime, energia ma anche terra e acqua. Secondo i dati rivelati dall’Environmental Justice Atlas (EJAtlas), sono più di 1500 i conflitti che riguardano l’accaparramento dei suoli, la gestione delle risorse idriche, la produzione di energie rinnovabili e i progetti estrattivi, dal 2010 ai giorni nostri.

Secondo i dati della Banca Mondiale, il numero dei cosiddetti “migranti climatici” potrebbe sfiorare i 150 milioni entro il 2050 ma tra le cause antropiche che spingono all’esodo milioni di persone ci sono anche i conflitti armati legati all’accaparramento delle risorse naturali: materie prime, energia, terra ed acqua. Il clima e gli accordi di Parigi. L’accordo di Parigi, stipulato nel 2015, è entrato in vigore il 4 novembre 2016 a seguito della ratifica da parte di almeno 55 paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni globali di gas a effetto serra.

Tale accordo è stato ratificato da tutti i paesi dell’UE. Tutti i paesi firmatari si erano impegnati a contenere l’aumento della temperatura media globale, puntando a un aumento massimo di 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale. Parole al vento perché la temperatura media globale è continuata a salire dal 2015 ad oggi. Lo ha scritto nero su bianco con tanto di dati ufficiali il Met Office, il servizio meteorologico nazionale del Regno Unito, centro leader dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm-Wmo), che ogni anno pubblica il Global Annual to Decadal Climate Update, un aggiornamento sul clima globale che si svolge su scala annuale e decennale. Questo aggiornamento viene redatto sulla base delle elaborazioni dei dati relativi al primo trimestre 2022 della banca dati NOAA (Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica) che è un ente spaziale statunitense, attivo nel settore dei programmi per satelliti meteorologici e che si occupa dello studio del clima, sia negli Stati Uniti d’America che a livello planetario.

In particolare, è in fase di realizzazione un archivio con i dati meteorologici del passato, relativi a numerose stazioni meteorologiche presenti nel mondo, che registra le temperature mondiali dal 1880. Secondo lo studio appena pubblicato dal National Climatic Data Centre, la probabilità di raggiungere questo limite in almeno uno dei prossimi cinque anni è solo del 50%. Infatti, se nel 2015 la possibilità di superare temporaneamente 1,5°C era vicina allo zero, negli anni successivi è aumentata costantemente. Se per il periodo 2017-2021 la probabilità di superamento era del 10%, per il quinquennio successivo, 2022-2026, la probabilità di superare il limite di 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale è scattata a quasi il 50%. E’ infatti del 93% la probabilità che tra il 2022 e il 2026 si raggiungano le temperature più alte mai registrate, ancora più alte di quelle registrate nel 2016, anno che con i suoi 1,1 gradi centigradi in più del secolo XIX, aveva superato i precedenti record del 2015 e del 2014. Perché 1,5°C?

Lo ha ben spiegato Petteri Taalas segretario generale dell’Omm. “Il target di 1,5°C non è una statistica casuale ma è piuttosto un indicatore del punto in cui gli impatti climatici diventeranno sempre più dannosi per le persone e per l’intero pianeta – ha affermato Taalas – . Finché continueremo a emettere gas serra, le temperature continueranno a salire. E insieme a ciò, i nostri oceani continueranno a diventare più caldi e più acidi, il ghiaccio marino e i ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare continuerà a salire e il nostro clima diventerà più estremo. Il riscaldamento dell’Artico è elevato in modo sproporzionato e ciò che accade nell’Artico colpisce tutti noi».

La denuncia della Coldiretti

Dall’analisi della Coldiretti, il 2022 si classifica fino ad ora al quinto posto tra i più caldi mai registrati nel pianeta con la temperatura sulla superficie della terra e degli oceani, addirittura superiore di 0,88 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. In Italia la temperatura, sulla base dei dati Isac Cnr relativi ai primi tre mesi dell’anno, è stata più alta di +0,07 gradi e si colloca al diciottesimo posto a livello nazionale dal 1800: una anomalia che è stata molto più accentuata al nord, dove la siccità é stata accompagnata da un ben +0,59 gradi.

Inoltre in Italia, precisa la Coldiretti, la classifica degli anni più caldi negli ultimi due secoli si concentra nell’ultimo decennio e comprende nell’ordine il 2018, il 2015, il 2014, il 2019 e il 2020. E’ un’Italia tropicalizzata dal cambiamento climatico quella descritta dalla Coldiretti, dove è molto più elevata la frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. Il ripetersi di eventi estremi è costato all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

I governi

Fino ad adesso hanno portato avanti politiche deludenti ed “altamente insufficienti”. A certificarlo è il Carbon Action Tracker, un gruppo di ricerca scientifica indipendente che tiene traccia dell’impegno delle nazioni per rispettare l’Accordo di Parigi e contrastare la crisi climatica.

Stando all’ultimo aggiornamento pubblicato nel maggio 2022, nessun paese del mondo ha politiche compatibili con l’obiettivo di limitare il riscaldamento entro 1,5°C, obiettivo, tra l’altro, che i grandi del mondo hanno recentemente ribadito nel corso della COP26 che si è svolta a Glasgow. Tra questi anche l’Egitto, che a novembre ospiterà la prossima Conferenza sul clima, gli Stati Uniti e i Paesi membri dell’Unione Europea, compresa l’Italia dove recentemente si è osato proporre, addirittura, la riapertura delle centrali a carbone per rispondere alla domanda di energia che non potrà più essere soddisfatta dal gas russo cancellato tout court nel carnet governativo degli approvvigionamenti energetici.

(foto: licenza pxhere – https://pxhere.com/it/photo/725329)