Nel consumo del suolo una corsa al massacro

di BEATRICE BARDELLI – I dati presentati nel Rapporto nazionale 2022 dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Una corsa al massacro. E’ quello che sta facendo l’Italia che continua a massacrare il suolo patrio destinandolo ad una morte certa per “soffocamento”: coperture artificiali e cementificazione. Il consumo di suolo in Italia non si ferma ma continua a trasformare il territorio nazionale ad una velocità stratosferica.

Ormai la copertura artificiale del suolo è arrivata al 7,13% (con punte di oltre il 10% all’interno del cosiddetto “suolo utile”, quella parte di territorio idonea a diversi usi) quasi il doppio della media europea che si attesta al 4,2%. Nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato 69,1 chilometri quadrati di suolo con una media di circa 19 ettari al giorno, il valore più alto degli  ultimi 10 anni, pari a 2,2 metri quadrati di suolo ogni secondo, che hanno causato la scomparsa irreversibile di aree naturali ed agricole.

I dati, decisamente allarmanti e relativi al 2021, sono stati presentati pubblicamente lo scorso 26 luglio nel Rapporto nazionale 2022 “Consumo di suolo. Dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) a cura del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (www.consumosuolo.isprambiente.it). L’allarme deriva dal fatto che il consumo di suolo, ordinato dalle varie amministrazioni regionali, provinciali e comunali del nostro Bel Paese (che fu!) non si è fermato di fronte a niente. Né di fronte alle aree protette (75 ettari in più mangiati nel 2021), né di fronte alle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+ 1.270 ettari), anche entro i 10 km dal mare (+ 1.353 ettari) e perfino in aree a pericolosità idraulica media (+ 992 ettari), in aree a pericolosità da frana (+ 371 ettari) ed in aree a pericolosità sismica (+ 2.397 ettari). Come commentare queste scelte di numerose amministrazioni italiane? Frutto di ignoranza, incompetenza, menefreghismo o cos’altro?                                                                             

 Il consumo di suolo. Come.

Solo il 25% dell’intero suolo consumato è rappresentato dagli edifici che coprono un’area di 5.400  chilometri quadrati anche se di questi oltre 310 chilometri quadrati (una superficie pari all’estensione di Milano e Napoli) risultano non utilizzati e degradati. E dal momento che la popolazione residente è calata, la quota pro capite del consumo di suolo degli  italiani è aumentata nel 2021 di 3,46 metri quadrati a testa passando da 359 a 363 m2 per abitante, 10 m2 in più rispetto ai 349 metri quadrati per abitante nel 2012. Nel 2021, 323 ettari di suolo sono stati destinati alla realizzazione di nuovi poli logistici soprattutto nel Nord Italia mentre un consumo decisamente errato di suolo naturale ha riguardato l’installazione di impianti fotovoltaici a terra soprattutto in Puglia (6.123 ettari, quasi il 35% di tutti gli impianti nazionali), in Emilia-Romagna (1.872) e nel Lazio (1.483).

Il Rapporto sottolinea che, in previsione di un aumento di tali impianti nei prossimi anni, stimato in oltre 50.000 ettari, sarebbe possibile ridurre il consumo della risorsa suolo se si installassero tali impianti sui tetti di edifici e fabbricati già esistenti che offrirebbero una superficie potenzialmente disponibile compresa tra 75.000 e 99.000 ettari per una potenza complessiva compresa tra 70 e 92 GW, “sufficiente a coprire l’aumento di energia rinnovabile complessiva previsto dal Piano per la Transizione Ecologica al 2030”.                 

Il suolo fornisce fondamentali servizi ecosistemici.

Non è uno sfizio degli ambientalisti voler difendere il suolo dal massacro di un consumo predatorio per lo più irreversibile. I principali servizi ecosistemici persi a causa delle nuove coperture artificiali riguardano direttamente la nostra vita: la produzione agricola, la produzione di legname, lo stoccaggio di carbonio, il controllo dell’erosione, l’impollinazione, la regolazione del microclima, la rimozione di particolato e ozono, la disponibilità dell’acqua e la regolazione del ciclo idrogeologico.

Il Rapporto parla chiaro e denuncia che “le aree perse in Italia dal 2012 avrebbero garantito la fornitura complessiva di 4 milioni e 150.000 quintali di prodotti agricoli e l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde e aggravano la pericolosità idraulica dei nostri territori.

Nello stesso periodo, la perdita della capacità di stoccaggio del carbonio di queste aree (oltre tre milioni di tonnellate) equivale, in termini di emissione di CO2, a quanto emetterebbero più di un milione di autovetture con una percorrenza media di 11.200 km l’anno tra il 2012 e il 2020: un totale di oltre 90 miliardi di chilometri percorsi, più di 2 milioni di volte il giro della terra”. 

Un enorme danno economico.

A causa della perdita dei servizi ecosistemici del suolo, il Rapporto stima un danno economico potenziale di oltre 3,6 miliardi di euro l’anno e di oltre 8 miliardi di euro l’anno se si considera il consumo di suolo degli ultimi 15 anni (2006-2021). Il Rapporto quantifica, con tanto di tabelle e grafici dettagliati, il consumo di suolo da parte delle Regioni, delle Province e dei Comuni italiani.

Il consumo di suolo nelle regioni.

I valori percentuali più elevati del suolo consumato (nuova superficie a copertura artificiale, n.d.r.) sono in Lombardia (12,12%), Veneto (11,90%) e Campania (10,49%). Gli incrementi maggiori, indicati dal consumo di suolo netto (bilancio tra nuovo consumo di suolo ed aree ripristinate, n.d.r.) in ettari dell’ultimo anno, sono avvenuti nelle regioni Lombardia, con 883 ettari in più, Veneto (+ 684 ettari), Emilia Romagna (+ 658), Piemonte (+ 630) e Puglia (+ 499). Valle d’Aosta, Liguria, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Basilicata e Calabria sono le regioni che, quest’anno, hanno avuto incrementi inferiori ai 100 ettari. In termini di incremento percentuale rispetto alla superficie artificiale dell’anno precedente, i valori più elevati sono in Abruzzo (+ 0,78%), Piemonte (+ 0,37%), Campania (+ 0,34%) Emilia-Romagna (+ 0,33%).

La densità dei cambiamenti netti del 2021, ovvero il consumo di suolo rapportato alla superficie territoriale, rende evidente il peso del Nord-Ovest che consuma 2,70 metri quadrati ogni ettaro di territorio, e del Nord Est (2,45 m2/ha) contro una media nazionale di 2,10 m2/ha. Tra le regioni, la densità del consumo di suolo (incremento in metri quadrati per ogni ettaro di territorio, n.d.r.) è più alta in Abruzzo (3,88 metri quadrati per ettaro), Veneto (3,73 m2/ha), Lombardia (3,70 m2/ha) e Campania (3,60 m2/ha). Limitandosi alla crescita annuale, l’Abruzzo è la regione che presenta i valori più alti (3,27 metri quadrati per abitante),  mentre in Liguria si registra il valore più basso con 0,26 m2 per abitante.            

Il consumo di suolo nelle province.

La provincia di Monza e Brianza conquista il record italiano per la percentuale di suolo artificiale più alta con circa il 41% di suolo consumato in rapporto alla superficie provinciale con un incremento nel 2021 di ben 9,6 ettari. Le province dove il consumo di suolo netto è cresciuto di più nel 2021 rispetto al 2020 sono Brescia (+307 ettari), Roma (+216 ettari) e Napoli (+204 ettari) mentre tra quelle che hanno consumato di meno si registrano le province di Trieste, Gorizia e Ancona, dove anche alcune azioni di ripristino del suolo già consumato hanno contribuito a mantenere il consumo di suolo al di sotto dei 10 ettari.

Alla città metropolitana di Roma va il primato nazionale per la maggiore superficie consumata fino al 2021, con oltre 70.100 ettari. Ed è proprio nel territorio amministrato dalle 14 città metropolitane che si concentra più di un quinto (il 22% che corrisponde ad oltre 4.600 chilometri quadrati) del suolo artificiale in Italia nel 2021. Sempre su scala provinciale seguono Torino (circa 58.075 ettari consumati in totale) con un incremento di 162 ettari nel 2021, Brescia (50.022 ettari) con un incremento di 307 ettari di consumo nell’ultimo anno e Milano (alla soglia dei 50.000 ettari al 2021) con un incremento di 75 ettari consumati in più lo scorso anno.

Il consumo di suolo nei comuni.

E’ la capitale, Roma, a meritare la maglia nera di città che consuma più suolo naturale o seminaturale di tutte le altre città italiane: più di 90 ettari l’anno dal 2006 ad oggi (95 ettari nel 2021). Oltre a Roma, i comuni che hanno consumato più suolo nell’ultimo anno sono Ravenna e Vicenza, rispettivamente con circa 68 e 42 ettari in più. Tra gli altri comuni con più consumo ci sono Reggio Emilia, Catania e Novara tutte e tre con cambiamenti rilevati intorno ai 35 ettari.

Catania deve la quasi totalità dei nuovi cambiamenti ai cantieri del polo intermodale dell’interporto e del polo logistico adiacente, per un totale che sfiora i 30 ettari.

A Novara la maggiore quota di trasformazione del territorio è dovuta al completamento di un fabbricato di una superficie stimata di 10 ettari, destinato all’e-commerce, e altri 17 ettari circa destinati a cantieri per nuove infrastrutture. Inoltre, fra i primi dieci comuni con incremento maggiore negli ultimi 12 mesi troviamo tre comuni con popolazione inferiore ai 30 mila abitanti: Desenzano del Garda (quasi 34 ettari), Palo del Colle (+32 ettari), Ghedi (+32 ettari) e Ostellato (+30 ettari). Per Palo del Colle il consumo è legato a un grande impianto fotovoltaico, Ghedi invece deve quasi la metà del nuovo suolo consumato ai lavori di ampliamento dell’aeroporto militare, infine,

Desenzano del Garda deve i suoi numeri ai cantieri per l’alta velocità nelle adiacenze dell’autostrada oltre a interventi puntuali di densificazione urbana.

Tra i capoluoghi regionali, oltre a Roma, troviamo Venezia con valori significativamente più bassi rispetto alla prima in classifica (+23), e altre 4 città (comuni) che consumano dai 10 a i 20 ettari: Milano (quasi 19 ettari), Napoli (quasi 18), Perugia (13), L’Aquila (12). Si trovano in Lombardia ed in Campania alcuni comuni che presentano un’alta o altissima percentuale di suolo consumato. Nello specifico, in Lombardia, Lissone (71,3), Sesto San Giovanni (68,8), Lallio (66,9) ed in Campania, Casavatore (91,1), Arzano (83,3) e Melito di Napoli (81,2). La nostra regione, la Toscana, presenta un tris di comuni che si attestano al di sotto del 50% di suolo consumato: Forte dei Marmi (46,2), Firenze (42,0) e Viareggio (38,5).  

Porzioni di territorio rinaturalizzate.

Si conferma la tendenza a rinaturalizzare il suolo quando si tratta di cantieri terminati e parzialmente ripristinati – si legge nel Rapporto che cita l’esempio di due comuni in provincia di Ancona: Polverigi, dove risultano rinaturalizzati alcuni cantieri del metanodotto, e Osimo, dove tornano naturali quasi 30 ettari per lo stesso motivo (è il secondo comune italiano per superfici rinverdite).

Ma il comune in cui si registrano le superfici ripristinate più estese è Trissino, in provincia di Vicenza, dove sono stati rinaturalizzati gran parte dei terreni sottoposti a escavazione per la realizzazione di un bacino di laminazione del fiume Agno-Guà. Il Rapporto sottolinea l’importanza della rinaturalizzazione di circa 3 ettari nel comune di Marano di Valpolicella, in provincia di Verona, dovuta al recupero di aree estrattive appartenenti a un ex cementificio e adesso destinate a un parco della biodiversità.  

Gli scenari futuri

Se la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quella attuale anche nei prossimi anni, il Rapporto stima un consumo di suolo complessivo di 1.836 km2 tra il 2021 e il 2050. Se invece si tornasse alla velocità media registrata nel periodo 2006-2012, si supererebbero addirittura i 3.000 km2. E se si attuasse una progressiva riduzione della velocità di trasformazione (il 15% ogni triennio) si avrebbe un incremento delle aree artificiali di oltre 800 km2, prima dell’azzeramento al 2050. “Sono tutti valori molto lontani dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo negativo del consumo di suolo – si legge nel Rapporto – .

Ciò significa che, a partire dal 2030, la “sostenibilità” dello sviluppo richiederebbe un aumento netto delle aree naturali di 269 km2 o addirittura di 888 km2 che andrebbero recuperati nel caso in cui si volesse anticipare tale obiettivo a partire  da subito”.  

Consumare suolo costa! L’ultimo capoverso del Rapporto è una sentenza lapidaria : “Considerando i costi annuali medi dovuti alla perdita di servizi ecosistemici, sia per la componente legata ai flussi, sia per la componente legata allo stock, si può stimare, se fosse confermata la velocità media 2012-2021 anche nei prossimi 9 anni e quindi la crescita dei valori economici dei servizi ecosistemici persi, un costo cumulato complessivo, tra il 2012 e il 2030, compreso tra 78,4 e 96,5 miliardi di euro”.

Scarica il Rapporto sul Suolo 2022

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