SPORT DALLA TV - di Tommaso Gardella

Olimpiadi di Tokyo 2021. La scherma, uno sport millenario

di TOMMASO GARDELLA – Questa settimana, esattamente un anno dopo, sono riprese le attività per quanto riguarda il campionato mondiale e i turni di qualificazione per le Olimpiadi di Tokyo 2021 di scherma

A Budapest per la sciabola, abbiamo conquistato l’argento contro la Polonia con Rossella Gregorio, Irene Vecchi, Martina Criscio e Michela Battiston; a Kazan per la spada, dove ieri la nostra squadra maschile composta da Marco Fichera – autore della rimonta finale, chiudendo la sua prova con un parziale di 14 – 6 –, Enrico Garozzo, Andrea Santarelli e Gabriele Cimini, ha battuto in finale l’Ucraina per 44-43 aggiudicandosi la medaglia d’oro; e, infine, tra il 26 e 28 marzo a Doha per il fioretto.

A noi però, oggi, ci interessa conoscere un’altra cosa: la storia della scherma.
Il sottotitolo non è li per fare scena.
Prove dell’esistenza della scherma, non come la conosciamo noi – anche se utilizzata anch’essa come sport e allenamento, alla presenza di un vero e proprio arbitro, e non come disciplina all’ultimo sangue come invece lo sarà durante il medioevo – , sono state trovate addirittura negli antichi egizi, che usavano un bastone lungo 120 cm per attaccare, difendersi o schivare i colpi, chiamato Asa, Asaya/Assaya o Nabboot e la disciplina non si chiamava scherma, ovviamente, ma taḥṭīb – in arabo: تحطيب‎ -.
Etimologicamente, il nome completo del taḥṭīb è “Fann el Nazaha Wal Taḥṭīb”: l’ arte, – Fann – della rettitudine e dell’onestà – Nazaha – attraverso l’uso del bastone”. Il termine “Tahtib” deriva da “Hatab” che significa “boscaiolo” e si riferisce a colui che compie l’azione, mentre taḥṭīb è riferito all’arte del Karate – o Aikido -.
Prove dell’esistenza di una disciplina simile allo scherma sono state ritrovate pure in Asia e Africa, anche se le prima prove scritte di una tale disciplina le ritroviamo in un manuale risalente al 1330, rinvenuto nella Torre di Londra e scritto in latino da un monaco tedesco.
In Italia le prime scritture appaiono con l’avvento dell’Umanesimo e il Rinascimento, periodo d’oro per il bel Paese che attraversa un età di rivoluzione culturale e stilistica, dove non può mancare un arte, diventata nel tempo – grazie a figure come il cavaliere – così nobile.
In poco tempo la scuola italiana diventa la rappresentante del movimento in Europa, forte di personaggi che ne hanno forgiato i contorni e il blasone, come Fiore dei Liberi che nel quattrocento scrisse il manuale che ne determinò la statura di disciplina umanistica, mentre nella prima metà del cinquecento Filippo Vadi pubblica De Arte Gladiatoria Dimicandi, seguito poco dopo da Achille Marozzo con l’Opera Nova Chiamata Duello, quando la scherma divenne un disciplina intrattenitrice e portatrice di valori cavallereschi come l’onore, dopo l’avvento sui campi di battaglia delle armi da fuoco.

Da lì, fino al seicento, la scuola italiana conserva la sua egemonia, tramandata di generazione in generazione fino a personaggi che ne hanno esportata la tradizione come il livornese Domenico Angelo Malevolti Tremamondo, che divenne maestro di scherma della famiglia reale britannica e fu protagonista delle tavole dedicate a questa disciplina nell’Encyclopédie di Diderot, o il maestro Gianfaldoni, che ispirò compositori come Donizetti e intellettuali come Rousseau, autore del suo epitaffio.
Saranno, poi, proprio i francesi a mettere in discussione la nostra supremazia dopo il settecento, in particolare con Saint-George, chiamato il Mozart Nero per le sua abilità da compositore che si andavano ad intrecciare con quelle da spadaccino.

Ma sarà sempre per mano di un italiano, Tremamondo, che la scherma conobbe i suoi anni di massima lucentezza. Il livornese diede il via al periodo d’oro della scherma, periodo che tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 vide i duelli di scherma raccogliere anche più di diecimila spettatori, come nel “duello del secolo”, così definito dalla stampa di allora,, svoltosi a Parigi nel 1922 tra l’italiano Aldo Nadi e il francese Lucien Gaudin.

Arriviamo quindi, qualche anno più addietro, precisamente nel 1896, alle Olimpiadi moderne, che oltre a dare grande visibilità alla scherma, le hanno anche codificato il nuovo futuro – che noi conosciamo – dividendola in tre branche: il fioretto, la sciabola e la spada.

Il FIORETTO è il primo passo, essendo la disciplina inziale allo scherma.
È l’unica arma, delle tre, che nacque come strumento di allenamento nelle sale dove i guerrieri si esercitavano per la guerra. Essa quindi è un’arma puramente academica, oggi formata da una lama, a base quadrata, nella quale passa un cavo che è a sua volta unito al passante, il maccanismo che stabilisce le stoccate. Il fioretto è considerato un’ arma convenzionale perché disciplinata da un regolamento (la convenzione appunto) per l’assegnazione della stoccata. Mentre nella sciabola e nella spada il punto della stoccata può essere assegnato ad entrambi i tiratori contemporaneamente – colpo doppio – , nel fioretto questo non è possibile. Il punto infatti viene assegnato a chi, muovendosi per primo, colpisce il busto dell’avversario – unico bersaglio valido – che prima di colpire a sua volta, deve per forza parare il colpo partito verso di lui.

La SCIABOLA, invece, è la disciplina più “elettrizzante”, più rapida e istintiva delle tre.
È la rappresentazione pura dell’attacco, grazie alla possibilità di poter stoccare l’avversario con tutta la lama – di punta, di taglio e di controtaglio -, ma solo dal busto in su con braccia e testa comprese. Questo per richiamare la tradizionale figura che impugnava la sciabola, ovvero i fanti che a cavallo colpivano i nemici dall’alto verso il basso e quindi le parti superiori del corpo.

La SPADA, infine, è quella più tecnica.
Anche qui, come nel fioretto, troviamo un cappuccio sulla punta della lama che serve per la stoccata del punto, con l’unica differenza che tutto il corpo funge da bersaglio. Altro richiamo questo al tradizionale duello fra due spadaccini, il cui unico intento era quello di tagliare, o comunque provocare una perdita di sangue in qualunque zona del corpo, per aggiudicarsi il duello.

Che venga vista come essenza e portatrice dei valori che facevano grande e possente un uomo, o come la definì Edoardo Mangiarotti – lo schermidore più titolato della storia – in una sua famosa dichiarazione <<uno sport astratto>>, la scherma resta uno sport di disciplina a 360° tramandato dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri, mescolando il nuovo con l’antico, la paura con l’onore e dando la possibilità a tutti di sentirsi un po’ lord.