Cronaca della Versilia, Recensione libri - Patrizia Valpiani

VALPIANI “L’ombra cupa degli Ippocastani” (un capitolo)

L’appuntamento con il medico scrittore di Pietrasanta Patrizia Valpiani (Tosca Brizio è lo pseduonimo), che presenterà il giallo tutto versiliese “L’ombra cupa degli ippocastani”, è per venerdì 14 giugno alle ore 18.00 nel Chiostro di Sant’agostino

Il primo capitolo per i nostri lettori

(Per gentile concessione dell’editore – edizioni Golem).

Uno
Intercity Torino – Pisa. Il sogno di Pietro

Sono poche ore di treno, da Torino a Viareggio, ma Pietro ha deciso per una corsa notturna. L’Intercity parte dalla stazione di Porta Nuova alle 21.55. Non ferma a Viareggio, ma prosegue fino a Pisa, dove lo aspetta Eloisa, la sua donna. La giornata è volata anche perché il tempo si è consumato già da una settimana per scegliere il meglio tra la sua ultima produzione pittorica e per imballare le tele da esporre a Camaiore. 

Raggiunto il suo posto, si lascia cadere sulla poltrona in uno scompartimento vuoto. Tira un sospiro di sollievo: Mi concederòun bel sonno pensa Questa mostra in Toscana m’intriga. Ho proprio bisogno di cambiare aria. 

Punta la suoneria del cellulare tre ore dopo. Non può correre il rischio di svegliarsi a Livorno. Si soffia il naso con soddisfazione e allunga le gambe davanti a sé. Gli occhi si posano sulle vecchie Tod’s sformate, tutte macchiate di vernice. Le scarpe giuste le ha dimenticate. Se ne frega. Cerca di stare il più possibile comodo sulla poltrona, chiude le palpebre e si lascia andare. 

Il rumore ritmico del procedere del treno invoglia l’assopimento. 

Di solito, i sogni di Pietro hanno le stesse sequenze di un film. 

Sul suo schermo notturno compare una maestosa villa circondata da un grande parco di alberi d’alto fusto. All’interno dell’imponente casa, due giovani donne sono avvolte in una sorta di nebbia sotto il soffitto bianco. La luce sfora il vetro di una piccola finestra posta in alto chiusa da una grata. Le foglie palmate di un ippocastano s’intravedono appena mosse dalla brezza. In mezzo alla stanza le due donne stanno ferme, in piedi, una di fronte all’altra. «Forse è meglio che io chiuda gli occhi» mormora la ragazza più giovane. Non vuole guardare il proprio corpo mentre si spoglia e sembra vivere la scena con evidente imbarazzo. 

All’improvviso tutto cambia. Un altro interno, dove una pendola in fondo ad un corridoio segna l’ora con dodici rintocchi. Due uomini in camice bianco parlano tra loro. Un ragazzo li guarda e saltella ora su una gamba ora sull’altra e c’è nell’aria un odore di brodo, misto a quello di disinfettante. Le pareti della stanza dove si muovono le due donne sono per tre quarti di un color bianco sporco, con qua e là chiazze antiche e nell’aria vi è un odore di stantìo. Due lettini metallici sono addossati al muro e sembrano quelli di un obitorio o di una sala settoria in quel momento libera da cadaveri. 

Le due donne hanno le gote infiammate e gli occhi lucidi. La più anziana ha chiuso la porta dall’interno con un chiavaccio. Ora le mani dell’una esplorano i piccoli seni e pizzicano i capezzoli turgidi dell’altra. La giovane poi si stringe contro il corpo della donna più matura come in cerca di protezione. Tutto è in ombra e le due donne sembrano muoversi come nella pellicola di un vecchio film in bianco e nero. 

«Tienimi stretta, di più, ancora di più» la voce della ragazza si è fatta roca. 

«Attenta amore mio, il tempo passa e non ne abbiamo molto, corriamo il rischio di farci scoprire. Rimaniamo zitte zitte.» 

«E se ci scoprono?» 

«Allora saremo nei guai e finirà tutto. Io sarò scacciata e tu rimarrai sola. Forse per tutta la vita.» La giovane comincia a tremare, l’altra l’accarezza con il palmo delle mani, poi fa scorrere piano piano le dita nelle pieghe della pelle. La ragazza risponde con dei sussulti. 

«Farò tutto quello che dici. E non parlo più. Ma guidami. Ho bisogno di te.» Ha le lacrime agli occhi, la voce si perde in un bisbiglio. 

Il corpo delle due donne è percorso da brividi lenti, la peluria delle braccia è eretta, tesa a carpire e capire quel tocco struggente.  

«Va bene così. Sarò la tua maestra, ma giurami di non dirlo mai a nessuno. Sarà il nostro fantastico e bellissimo segreto.» 

Le braccia dell’una cercano l’altra ed è bello toccarsi. Pietro si muove sulla poltrona, come se, all’improvviso, fosse diventata scomoda. 

«Ma se tra un po’ ci cercano?» La più giovane si ritrae per un attimo e diventa esitante. Si vede nuda nel corpo e nuda e fragile nell’anima. 

«Smettila, stupidina. Ti ho detto di stare zitta. Non devi aver paura. Con me sei al sicuro e al momento della visita sarai al tuo posto, nella tua stanza.» 

La giovane appare rincuorata dalle parole pronunciate sottovoce per rassicurarla «Ti diranno come stai bene oggi. Hai negli occhi una bella luce. La terapia funziona alla grande». 

Ora finalmente ride, è euforica, è sicura. Le sue mani e la sua lingua riprendono nuovo vigore. 

L’artista si trova, sogno nel sogno, a muoversi come un fantasma in mezzo al groviglio di quei due corpi, ma le donne non sembrano accorgersi della sua presenza. Pietro ora è in un angolo, davanti ad una tela appoggiata sul cavalletto. Ha intriso le dita nell’acrilico nero e vuole fissare la sinuosità del groviglio di corpi. 

Sono il pittore e l’esteta che urgono dentro di lui. Pone a terra la tela, il colore sgocciola e trova la sua strada, sospinto da una forza interna. Il dipinto nel sogno prende forma. Intanto le due donne si rivestono con calma e naturalezza, escono dalla stanza e salgono su di un ascensore che parte da un seminterrato. Al primo piano ci sono delle camere disposte sui lati di un lungo corridoio. Le pareti sono linde e al naso si avverte il pizzico di quell’odore di disinfettante. Un brusio leggero si diffonde quando un carrello metallico con fiale, siringhe, fonendoscopio, compresse, cerotti e garze si muove vicino alla porta della medicheria. Le poche persone indaffarate escono o entrano nelle stanze. Le due donne camminano insieme nel corridoio e il loro saluto è un sussurro. 

Pietro finalmente si sveglia. Indugia, disorientato, prima di aprire gli occhi: il sogno gli pare davvero strano. Cosa sta a significare? Lui sa che il suo inconscio è bizzarro. Attraverso i sogni gli capita di percepire realtà contorte. Pensa, pensa e ripensa. Dove ti può portare il contenuto erotico di un sogno? 

Da artista ha curiosato tra quei due corpi spinto dall’interesse per il bello. Ha sognato di dipingere la scena, ferma ora nella sua memoria. 

Durante il sonno nessun viaggiatore ha preso posto vicino a lui nello scompartimento. Ricomposto alla meglio, si piazza in spalla lo zainetto che non lascia mai. Va in toilette a darsi una rinfrescata. 

Quando scende alla stazione di Pisa è buio. 

Eloisa è già lì che lo aspetta, ben chiusa nella sua Smart posteggiata sul piazzale. Lei è prodiga di baci e abbracci, come se non lo vedesse da chissà quanto tempo, ma è passata solo una settimana, anzi meno. 

«Hai portato tutto con te? Proprio tutto?» 

Pietro ridacchia, il sottinteso non gli è sfuggito. Eloisa guida tranquilla. L’ha riportato alla realtà. Tra poco, le prime luci dell’alba renderanno più chiare le acque del mare della Versilia poco lontana. 

Camaiore si apre con il suo lungo viale di tigli, in duplice filare. Dapprima con alberi di dimensioni diseguali e poi a coprire la strada con un tunnel verde e ombroso. Sulla destra un torrente scende a gradoni formando delle pozze. Rari pescatori aggiustano le loro canne e tentano le prime prede. Si chiamano tra loro. 

La via Francigena attraversa con i suoi diritti secolari a metà il viale. La vista si apre poi su un cielo che si insinua in una sella prativa tra il monte Prana e il monte Gabberi. La macchia mediterranea impegna i loro fianchi fino alle selve dei castagni e poi dei faggi per perdersi sui pascoli brulli. Piccoli paesi si affacciano sui costoni e le case minuscole si addossano l’un l’altra come in mutuo soccorso. Sembrano in bilico perpetuo sui ripidi pendii. 

Il mattino si fa pieno. Anche il sole cerca la sua strada verso il mare e illumina, a mezza costa, una grande villa sola in mezzo ad un parco. 

Pietro ha un gran sussulto. Lui la ricorda bene quella casa e gli alberi che la circondano. È la villa del suo sogno in treno. 

Uno strano turbamento lo coglie come se qualcosa di prepotente e malsano si infilasse nella sua mente. Nello stesso tempo patisce una sofferenza sottile, dolorosa e torpida, che si insinua tra muscoli e ossa. Pietro si fa taciturno ed Eloisa se ne accorge. 

«Cosa ti succede? Non parli più, non rispondi. Non stai bene?» 

«Ho fatti un sogno strano mentre dormivo in treno. Ora che sono arrivato, qui a Camaiore, è diventato un presagio di realtà.» 

Non capisco.» 

«Vedi quella villa, con quegli alberi, su quel costone? Non l’avevo mai vista prima. Mai. Eppure è identica a quella comparsa nel mio sogno.» 

Eloisa appare perplessa, sa di certe premonizioni di Pietro, non osa proseguire nelle domande, visto che anche lui non sembra avere voglia di continuare il racconto. 

Poi ci ripensa «Ma cos’era questo sogno?». 

«L’amore tra due donne». 

«I tuoi sogni sono sempre strani. Due lesbiche? Dai, racconta.» 

Pietro non si fa pregare.