Carla Pochini, presidente Casa della Donna (Pisa)
IL VASO DI PANDORA - di Beatrice Bardelli, OPINIONI

PISA – Centro-antiviolenza: un boom di richieste di aiuto

Da gennaio ad ottobre 2019 la richiesta di aiuto di 276 donne, lo stesso numero registrato nei dodici mesi del 2017

In vista della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne” che, come ogni anno, viene celebrata il 25 novembre, la “Casa della Donna” di Pisa ha presentato i dati dell’attività del Centro antiviolenza che ha registrato un boom di richieste di aiuto, da gennaio di quest’anno ad ottobre, di 276 donne, lo stesso numero registrato nei dodici mesi del 2017. Quindi, ancora un dato parziale destinato ad aumentare se si considera che nel 2018 le richieste di aiuto hanno sfiorato la soglia delle quattro centinaia con 394 donne accolte nel Centro.
Ha aperto la conferenza stampa Carla Pochini, presidente della “Casa della Donna”, che ha denunciato come in Italia non venga applicata in toto la Convenzione di Instanbul per una serie di problemi tra cui la cultura sessista e misogina della nostra società, a tutti i livelli, la carenza di educazione, sin dalla scuola dell’infanzia, necessaria per impostare in modo corretto il rapporto tra i due generi, e di una formazione professionale degli operatori per superare questa visione quotidiana. “Per questo – ha dichiarato Pochini – è necessario che il tema della violenza maschile sulle donne sia affrontato secondo l’ottica della differenza di genere che solo i Centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne possono e sanno garantire per dare buone risposte alle donne ed ai figli che chiedono supporto per uscire dalla violenza”. In effetti, l’opera quotidiana, e meritoria, grazie alla costante opera di volontariato di molte socie, che svolge il Centro antiviolenza della Casa della Donna di Pisa che fa parte dell’Associazione nazionale Di.Re – Donne in rete contro la violenza, è stato riconosciuto non solo dalle centinaia, anzi migliaia di donne che sono state aiutate negli anni fino ad oggi, ma anche dalle stesse istituzioni.
Infatti, tre Comuni della provincia di Pisa, Fauglia, Vecchiano e Vicopisano, hanno supportato l’apertura sul proprio territorio di altrettanti sportelli gestiti dal Centro di Pisa che saranno aperti un giorno alla settimana, a partire dal 20 novembre, mentre continueranno ad essere operativi, su appuntamento, gli altri sportelli “mobili” di Calci, Crespina/Lorenzana e San Giuliano Terme. Un successo che la Casa della Donna di Pisa si è conquistato passo-passo, nei quasi trent’anni di attività (all’8 marzo 2020) con un’opera dalla parte delle donne sempre costante, persistente ed insistente, nonostante gli ostacoli trovati lungo il suo lungo percorso. Una realtà, questa della Casa di Pisa che in molte altre città d’Italia ci invidiano e che deve trovare supporto costante anche da parte dell’amministrazione comunale di Pisa perché è uno dei tanti “fiori all’occhiello” che rendono orgogliosa la Città di Galileo.
I dati.
Nel 2018 sono state accolte 394 donne, contro le 276 del 2017. La buona notizia è che è cresciuto soprattutto il numero delle donne più giovani. Il 74% sono italiane e quasi la metà ha un’età compresa tra i 18 ed i 39 anni ma è la fascia d’età 30-39 anni quella che ha registrato l’aumento più significativo: +25% rispetto al 2017. La maggioranza delle donne sono disoccupate o senza un lavoro stabile, un dato che va letto insieme alla tipologia di violenza. E’, infatti, cresciuta la violenza economica, che si esprime anche sulle donne che lavorano con un controllo morboso delle spese fatte con il proprio stipendio, ed è aumentato anche lo stalking. Di contro, è anche aumentato il numero delle denunce, più alto rispetto alla media nazionale. Permangono purtroppo ancora criticità nell’applicazione puntuale del Codice Rosso, in vigore dallo scorso 9 agosto, sia per quanto riguarda il rispetto del termine dei tre giorni entro cui la Procura, ricevuta la querela da parte della donna, deve aprire il suo fascicolo ed assegnarlo, che per quanto riguarda la formazione mirata e specifica del personale che è assolutamente carente e deve essere aumentato. Il motivo è squisitamente economico: fatta la legge non sono stati stanziati i finanziamenti necessari alla sua integrale applicazione. “L’abbassamento dell’età delle donne che si rivolgono al centro antiviolenza è un segnale importante – ha concluso Carla Pochini – perché significa che le giovani donne sono più consapevoli delle situazioni di violenza che possono vivere e ciò le spinge a chiedere aiuto in tempi più brevi e non dopo anni e anni di violenze”.
Altro dato significativo è quello del canale attraverso cui le donne hanno saputo del centro antiviolenza e hanno deciso di contattarlo. “Al primo posto ci sono amiche e familiari, a dimostrazione che il passaparola e il consiglio di un’amica sono potenti canali di informazione e sensibilizzazione e rappresentano a tutt’oggi il modo più diffuso per avvicinarsi ai centri antiviolenza e chiedere aiuto – ha sottolineato Giovanna Zitiello, coordinatrice del Centro antiviolenza – . Al secondo posto, nei canali di contatto, ci sono mass media e internet, in terza posizione pronto soccorso, servizi socio-sanitari, medici di base e psicologi ed, infine, altre associazioni, forze dell’ordine e avvocati”.
Rispetto allo stato civile, la gran parte delle donne vittime di violenza sono sposate, conviventi, separate o divorziate “un dato – ha continuato Giovanna Zitiello – che va di pari passo con quello relativo all’identikit dell’uomo maltrattante che, come ormai sappiamo da tempo, è nella maggioranza dei casi il compagno o ex compagno e spesso un cosiddetto ‘insospettabile’, ovvero un uomo comune, che apparentemente non ha problemi”. Infine la provenienza geografica. Il 66% delle donne accolte vive a Pisa e nei comuni della zona pisana e il numero delle donne residenti nei comuni del Lungomonte Pisano è quasi raddoppiato rispetto al 2017. In particolare risiedono a Cascina, San Giuliano Terme e Vecchiano. “Il dato sulla provenienza delle donne che si rivolgono al nostro centro – hanno detto le relatrici – va letto guardando al grande lavoro che da oltre un anno stiamo facendo sul territorio con gli sportelli antiviolenza e le iniziative di sensibilizzazione”.
Durante la conferenza stampa sono stati presentati anche i dati relativi all’attività delle operatrici, avvocate e psicologhe del centro antiviolenza di Pisa. Nel 2018 hanno effettuato 566 colloqui di accoglienza, 142 consulenze legali, 86 supporti psicologici. Un lavoro imponente che ha permesso di attivare 218 percorsi di uscita dalla violenza, contro i 90 del 2017. Tuttavia, secondo la Casa della donna, il numero delle denunce è più alto rispetto alla media nazionale. Nel 2018, infatti, il 22% delle donne che si sono rivolte al centro antiviolenza ha presentato denuncia, contro il 14% nazionale. “Rispetto, invece, al Codice Rosso, introdotto ad agosto, non abbiamo dati ufficiali ma sulla base della nostra esperienza – ha sottolineato Francesca Pidone, coordinatrice del Telefono Donna, la linea di ascolto del centro antiviolenza – il termine dei tre giorni, che la legge impone al pubblico ministero per ascoltare la donna che denuncia una situazione di violenza, spesso non viene rispettato. Un problema questo che vivono tante Procure d’Italia. E per capire l’entità del fenomeno sul nostro territorio, sarebbe importante che la Procura di Pisa rendesse pubblici i dati relativi al Codice Rosso e avviasse un confronto con il centro antiviolenza. A nostro avviso – ha concluso Francesca Pidone – il termine dei tre giorni serve a poco se non si prevede, come da tempo chiede l’associazione nazionale Di.Re, un rafforzamento della formazione per forze dell’ordine e magistrati e un ampliamento del personale con la creazione di una sezione specializzata del tribunale che si occupi dei casi di violenza”.
L’avvocata Isabella Bartoli ha sottolineato che le grandi Procure (Milano, Torino, Roma) segnalano un aumento esponenziale delle denunce e l’impossibilità, nell’immediato, di distinguere i casi più gravi perché manca personale. In particolare manca personale qualificato ad intercettare gli “indicatori di violenza” nella narrazione della donna denunciante che soltanto chi è preparato ad hoc riesce a percepire. “L’ascolto è un lavoro molto delicato per poter delineare un quadro abbastanza chiaro della violenza – ha precisato l’avvocata Bartoli – perché la donna, quando arriva alla denuncia, è molto scossa, si trova in uno stato di profonda emotività per cui non riesce a dare, all’inizio, un quadro preciso della situazione di violenza. Invece, è importantissimo cogliere subito gli elementi di pericolo per potere adottare le misure cautelari che il caso richiede. E’ importante interrompere subito l’escalation della violenza”. Ma i magistrati sono formati a recepire tali indicatori? Alcuni sì, altri no o non ancora. Perché il grande scoglio da superare è proprio quello della formazione che “deve essere fatta per tutti i magistrati – ha continuato l’avvocata Bartoli – perché a volte il Pubblico Ministero acquisisce direttamente il caso, a volte lo delega. Ma purtroppo la legge non prevede la formazione all’ascolto. Nei Centri antiviolenza, invece, noi avvocate facciamo formazione all’ascolto in un determinato modo che fa scattare subito l’allarme quando si ascoltano le narrazioni di donne che sono venute a fare anche solo consulenza. Noi cerchiamo di offrire alla donna una situazione di sicurezza perché la misura cautelare serve sì da deterrente ma non mette in sicurezza la donna”. Cosa fare, allora? “Bisogna creare sezioni specializzate dentro i tribunali, dentro le Procure dove vengano formati i magistrati per trattare i casi di violenza – ha concluso l’avvocata Bartoli – una formazione tale da poter valutare ogni singolo caso a 360 gradi e non a compartimenti stagni come avviene ora dove il giudice penale non dialoga con il giudice civile perché il loro rapporto si esaurisce nell’invio degli atti dall’uno all’altro”.