Verona scaligera
FOCUS, VERONA - di Giovanni Villani

Signoria degli Scaligeri, cento poveri al pranzo di Natale

di GIOVANNI VILLANI – Da cento, i più poveri a mensa arrivarono ad oltre trecento con Cangrande I, offrendo quanto di meglio veniva raccolto

L’iniziativa di destinare un pranzo a Natale o Capodanno per i meno abbienti, ci riporta idealmente all’epoca della signoria scaligera che a Verona non lesinava di ricorrere a questa iniziativa, fino a farla diventare col tempo una vera tradizione. Dalla fine del Duecento i Della Scala invitavano tutta la città, ma col tempo e grazie proprio a Cangrande I la consuetudine andò col perpetuarsi anche in occasione dei matrimoni dei membri del casato, delle vittorie conseguite in battaglia, delle visite di/ad influenti personaggi politici.

Sedevano a mensa i più poveri in numero, inizialmente, di cento per arrivare ad oltre trecento, appunto con Cangrande, e non si risparmiava di offrire loro tutto quanto di meglio veniva raccolto nel territorio, dalla carne di ogni tipo (la selvaggina era sempre abbondante), al formaggio e al tartufo, provenienti dalla vicina Lessinia, ai pesci d’acqua dolce dal Garda e dall’Adige, ma soprattutto alle spezie di ogni genere e frutta che arrivava direttamente dai tanti terreni di proprietà scaligera.

Furono atti di gratitudine che fecero molto amare gli Scaligeri dai loro concittadini. Per prima ad iniziarli sembra sia stata Verde di Salizzole, moglie di Alberto I, che ogni giorno accoglieva a corte cento poveri della città per sfamarli. I grandi pranzi di nozze ebbero inizio il 28 dicembre 1298 col matrimonio di Alboino della Scala e Caterina, figlia di Matteo Visconti signore di Milano. Durarono parecchi giorni con molto fasto e tavole sempre imbandite perché tutti potessero cibarsi ad ogni ora. Alboino regalò poi ai nobiluomini milanesi ed alle consorti al seguito della sposa, vestititi foderati “di panno fino di vari colori”.

Fu specialmente con Cangrande I che la città di Verona visse i tempi migliori, anche nei divertimenti, nei tornei, negli spettacoli organizzati con la presenza di musici, giocatori, saltimbanchi, ballerini e banchetti ricchi di ogni ben di Dio. Le cronache ricordano anche il grande sfarzo con cui Cangrande amava mostrarsi quando era in visita alle corte dei vicini, come a Milano per accordarsi con i Visconti, dove giunse con centinaia di cavalieri ed un ricco seguito di selvaggina che servì a fare colpo sui milanesi. Per nulla negli Statuti di Cangrande (1327) vi sono molti articoli che riguardano la qualità, la conservazione e norme igieniche per il pane, la carne, i pesci, con disposizioni precise e multe pesanti per i trasgressori. Dalla Lessinia oltre agli svariati formaggi arrivavano in città, il latte, il burro, il ghiaccio per la conservazione dei vari prodotti e la lana grezza per i lanifici veronesi che riuscivano a fabbricare più di 25 mila panni l’anno: una ricchezza inestimabile per la città. Dai 50 molini attivi sull’Adige giungeva, oltre alla farina di frumento, anche quella del “miglio, del panico e del sorgo con i quali si ricavavano zuppe e polente”. 

Per le nozze di Cansignorio con Agnese d’Angiò Durazzo, nel giugno 1363, la corte scaligera restò ininterrottamente aperta per quindici giorni ai forestieri ospiti, con banchetti ricchi di 130 differenti tipi di piatti di carne e pesce. Un anonimo cronista romano ha descritto gli sfarzi della corte di Mastino II, sorpreso delle enormi spese da lui sostenute per il mantenimento dei cavalli e per i raffinati cibi serviti a tavola. Quel Mastino II che portò al massimo fulgore il potere militare della casata. Dopo un’intesa con i Visconti (1331) per la spartizione rispettivamente di Brescia e Bergamo, le alleanze con Como e Novara, con Firenze e Roberto d’Angiò, il dominio scaligero si estese infatti ad ovest fino a Brescia ed al corso dell’Oglio, a nord con Riva del Garda, a est con Belluno, Treviso, Mestre, Padova, Vicenza, a sud, oltre Ostiglia ed il corso del Po, fino a Parma, Pontremoli, Massa. Lucca. I limiti dell’organizzazione politico militari, già individuati con Alberto I, diventarono però ancora più evidenti, visto che il contemporaneo sostentamento di tanti fronti richiedeva immense risorse che il governo scaligero non possedeva e di cui avrebbe necessitato per un accurato controllo degli importanti settori di cambi e delle operazioni di carattere finanziario che Verona non aveva mai attuato.

I Veneziani si sentirono ben presto accerchiati dalla rapida conquista scaligera e limitati dalle imposte che questi imponevano e che condizionavano i loro traffici. La ritorsione fu immediata. Venezia incominciò con il blocco del sale (1334) e successivamente di altre merci. Firenze, vista l’invasione a nord est della Toscana, si alleò poi con Venezia e questo segnò l’inizio della defezione di tutti gli altri amici dichiarati che avevano i veronesi. Mastino tentò di approvvigionarsi altrove, ma il suo destino era ormai segnato. Dalla sua morte nel 1351 alla fuga verso la Germania dell’ultimo scaligero, Antonio (1387) passano quasi quattro decenni: è il periodo nel quale Verona esce definitivamente dalla politica militante che si sviluppa nella pianura padana ed in Italia centrale per assumere posizioni solo secondarie. Ormai condizionata ad est dalla potenza economica veneziana e ad ovest dalla preponderanza militare milanese, per una politica veronese non c’è più spazio e lo staterello scaligero che comprende solo Verona, Vicenza ed Ostiglia, riesce a sopravvivere ancor alcuni anni solo perché considerato terra di nessuno.  

La famiglia della Scala era nata con Jacopino nel 1262, ma fu il figlio Leonardino (detto Mastino I) a divenire il portavoce della rinnovata borghesia veronese, in parte in continuità con la politica del predecessore (Ezzelino da Romano), in parte sbaragliando il campo politico nel quale si erano fatte avanti alcune altre potenti famiglie. Ma la forte personalità di Mastino, o forse un suo preciso disegno, di ispirazione inizialmente popolare, se pure di stampo imperialista, impedì l’affermazione di altre famiglie cittadine a tutto vantaggio della propria. I Della Scala si trovarono così inseriti in tutti i posti chiave dell’organizzazione di governo, compreso più tardi il seggio vescovile, con la possibilità di attingere ai grandi possessi fondiari della chiesa veronese che erano stati già del patrimonio regio.    

Leonardino (Mastino I) fu un ricco e potente commerciante di lana ed influente membro della Domus Mercatorum, come nel Consiglio Maggiore e in seguito anche podestà del popolo (1259). Con lui Verona passò in forma non traumatica da Comune a Signoria, anche se l’effettivo passaggio avvenne solo con il fratello Alberto. I Della Scala avevano inizialmente una bottega per il commercio della lana, a cui si accedeva attraverso una lunga e ripidissima scala, da qui appunto il nome della famiglia. Il loro motto fu “Nec descendere nec morari”, con lo stemma di rosso, alla scala d’argento in palo. La casata (sempre fedele all’imperatore) assunse il cognome Von der Leiter quando finì con Antonio in Germania, dove si estinse due secoli dopo, nel 1580. A lui, ultimo scaligero, l’ultimo grande pranzo a cui partecipò tutta la città di Verona in occasione del suo sposalizio con la ravennate Samaritana da Polenta. Era il 25 luglio 1382.