Bella Ciao

Sindaco di Cascina querela i compagni per diffamazione

di ALDO BELLI – Il sindaco Betti ha querelato per diffamazione Franco Allegretti, Roberto Bargellini ed Enrico Fiorini di “Bene Comune”.

A quanto pare, il 25 giugno, il sindaco di Cascina Michelangelo Betti avrebbe querelato per diffamazione aggravata ai sensi dell’art 595 commi 2 e 3 del Codice Penale, i compagni cittadini Franco Allegretti, Roberto Bargellini ed Enrico Fiorini (coordinatore dell’Associazione Bene Comune).

Chiunque… comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516″. La diffamazione riguarderebbe il modo pesante ed i toni coloriti con i quali i presunti meritevoli di un paio d’anni al Carcere Don Bosco hanno manifestato il proprio dissenso al progetto “Pinqua” dell’Amministrazione Comunale Betti: “Pinqua” sta per “Programma innovativo sulla qualità dell’abitare”. Interventi edilizi e urbanistici, per capirci. Milionate di euro proveniente dalle casse pubbliche.

Molti anni fa organizzai, in collaborazione con La Stampa, la prima mostra di disegni di Giorgio Forattini. Il grande maestro di satira politica non aveva mai voluto esporre gli originali pubblicati sul quotidiano torinese. Per una forma di ritrosia caratteriale, credo. Fu il comune amico Mauro Carbonali a convincerlo. Non ricordo se venne pure Bettino Craxi a visitare la mostra, normalmente immortalato nelle vignette di Forattini con gli stivaloni e la camicia nera, nel 1993 ne apparve una appeso a testa in giù come Mussolini a Piazzale Loreto. Ricordo, invece, Giovanni Spadolini: per nulla simpatico, con un codazzo di assistenti timorosi, un fisico imponente, già consegnato alla storia, da Forattini, puntualmente nudo con il pisello piccino coperto dall’edera repubblicana. Si divertì a scorrere tutte le vignette, compreso le sue, e senza tralasciare nella conversazione un rimprovero bonario sull’insistenza della caricatura (della quale avrebbe volentieri fatto a meno. E a ragione, direi). Il 16 giugno 1999, Giorgio Forattini ha donato alla Fondazione Spadolini Nuova Antologia, che ha sede a Firenze, la raccolta degli originali che nell’arco di vent’anni di vita politica aveva dedicato a Giovanni Spadolini. Le vignette non avevano scalfito il rapporto di reciproca stima e amicizia.

Non mancarono, comunque, le pagine nere della satira politica in Italia, anche per Forattini. Massimo D’Alema lo querelò per diffamazione chiedendo tre miliardi di lire, Ciriaco De Mita sei. All’epoca, Forattini pubblicava su Repubblica, lamentò di non essere stato difeso da nessuno e lasciò la testata scalfariana. Al Giornale, invece, un giorno spedì un disegno con Berlusconi nudo e un mappamondo tra le gambe ed un gesto eloquente delle dita: la direzione lo censurò, e lui se ne andò via.

Protagonisti eccellenti nella storia della satira politica italiana, e non solo nella forma della vignetta, anche dello scritto, e nella forma teatrale. Gloria e censura. La satira politica ha rappresentato una delle libere voci che hanno arricchito la cultura e l’opinione pubblica, almeno fino a quando in Italia la politica costituiva un motivo di quotidiana partecipazione agli interessi generali: fino a quando esisteva “qualcuno” che si opponeva al Potere.

Ci sono state pagine importanti non assimilabili all’opposizione di sinistra, ma non si può negare che la sinistra – quella tradizionale del PCI e poi l’arcipelago dell’estrema sinistra – fosse il punto di riferimento della libertà di espressione e della lotta contro la censura. Vi è da aggiungere, però, che questa libertà, purtroppo, valeva solo verso l’esterno: ai comunisti la satira politica piaceva, e ne rivendicavano il diritto contro ogni censura, ma solo se era rivolta contro gli avversari.

La vicenda di Cascina è emblematica di questo senso distorto della libertà di opinione che avevano i comunisti. Lo stile sovietico, insomma: quello dei processi di Stalin contro i propri compagni che fino a ieri erano celebrati tali e poi improvvisamente diventavano ostili traditori da silenziare nei gulag, quando manifestavano pubblicamente un’opinione diversa da quella del Partito. I tre querelati, infatti, del compagno Betti sono stati i fautori elettorali, le foto del 5 ottobre li ritraggono gioiosi e solidali con i bicchieri di spumante danzanti al ritmo di Bella Ciao. E adesso, per Allegretti Bargellini e Fiorini anziché le bollicine è stata servita la čistka. La purga.

Non sappiamo esattamente quale sia il contenuto – orale o a mezzo stampa – che avrebbe fatto perdere il controllo al primo cittadino di Cascina. Non escludo che possa avere avuto un legittimo e umano sentimento di irritazione dal suo punto di vista, ma l’idrofobia è l’infantilismo della politica e al tempo stesso la sua degenerazione senile. Lo scontro politico non si fa nei tribunali. La gravità del gesto di Betti? Dal 2015 ad oggi in Italia: 103 anni di galera i giornalisti, 5.125 querele infondate (quasi il 90% del totale), 911 citazioni per risarcimento, 45,6 milioni di euro di richieste danni, 54 milioni di euro di spese legali, 2 anni e mezzo per essere prosciolti 6 anni per la sentenza di primo grado.cEcco la gravità. Quella di un Paese dove ha preso il sopravvento “Taci o ti querelo!”. Mentre 30 giornalisti vivono sotto scorta, 3.000 hanno denunciato minacce, 30.000 hanno subito intimidazioni (il 40% con querele pretestuose.

Anche se il sindaco Betti avesse ragione da vendere, un sindaco ha infiniti modi per replicare, spiegare, controbattere, denunciare la menzogna, rivendicare la propria onorabilità. Anzi, ha il dovere istituzionale verso i cittadini di farlo pubblicamente, e non in un tribunale. Con la querela per diffamazione, invece, Michelangelo Betti non ha fatto altro che partecipare a quella tragedia di numeri che indicano la caduta di civiltà di una nazione, e il tramonto della democrazia. L’avesse fatto un sindaco della Lega si sarebbe gridato al “fascista”! E adesso, cosa grideranno i compagni? Compreso i cascinesi comunisti e non comunisti che Bella Ciao l’hanno cantata sui monti e ora riposano al camposanto.


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