Enrico Sciarra - segretario generale FIALS
CAMPO DI MARTE - Editoriale di Aldo Belli, Operazione Spartito

TEATRI – Enrico Sciarra: i politici non amano la cultura

di ALDO BELLI – Intervista al segretario generale della FIALS, il sindacato più rappresentativo dei lavoratori dello Spettacolo in Italia

Enrico Sciarra è il segretario generale della FIALS (Federazione Italiana Autonoma Lavoratori dello Spettacolo). Conosce bene il mondo della lirica in Italia, cinquant’anni trascorsi prima nel golfo mistico come violinista e poi come rappresentante sindacale. Toscano, anzi fiorentino per la precisione. La FIALS è il sindacato più rappresentativo nelle categorie artistiche in Italia.

Fare chiarezza su cosa rappresenta la Lirica in Italia

Maestro, alcuni giorni fa ho scritto che tutti questi milioni di euro sbarcati sulle Fondazioni Liriche, Teatri di Tradizione e Festival, dal ministro Franceschini mi ricordano i terremoti: quando le provvidenze del Governo prontamente misericordioso arrivavano sì a destinazione, ma la gente continuava per anni a vivere nelle roulotte.

E’ il solito modello che si ripete. Comunque, occorrerebbe fare chiarezza una volta per tutte su cosa rappresenta la lirica per il nostro Paese: dopo di che sarebbe più semplice parlare anche dei milioni. La lirica è la forma musicale più costosa, non può autofinanziarsi con la biglietteria: è così in tutto il mondo. Con il FUS (il Fondo Unico per lo Spettacolo), lo Stato stanzia per i teatri una bella cifra, decurtata nel corso degli ultimi trent’anni e stabilizzata negli ultimi tre: ma pochi, almeno i non addetti ai lavori, conoscono che il contributo del FUS corrisponde più o meno al costo del personale dei Teatri. Il FUS nacque proprio per coprire i costi fissi del personale dei Teatri. I costi del lavoro sono insopprimibili: vede, con l’avvento dell’informatica e la rivoluzione tecnologica oggi si fabbricano dieci automobili contro una di ieri, il tempo si è ridotto nel ciclo produttivo; per un quartetto d’archi di Mozart, invece, occorre oggi lo stesso tempo di studio e di preparazione che occorreva nel Settecento. Per fare un’opera, cioè due-tre ore di spettacolo, occorrono un centinaio di musicisti, un direttore d’orchestra, settanta-ottanta artisti del coro, decine di tecnici dietro le scene, i cantanti, il regista, i costumi… Per questa ragione, non c’è un teatro nel mondo che possa autofinanziarsi solo con la biglietteria.

Mentre all’estero la musica e la cultura sono considerate un bene sociale.

Esattamente, come le scuole, la salute e così via. Per questo, i Teatri non possono essere enti economici, nel senso che non perseguono un profitto.

La “privatizzazione” del 1996

Cosa pensa lei della trasformazione in Fondazioni Liriche degli Enti Lirici?

La riforma di Veltroni del 1996 non ha funzionato in nessun caso, tranne per La Scala. L’unica che, in qualche modo, ce l’ha fatta per le condizioni irripetibili in Italia delle potenzialità industriali di Milano (anche La Scala, comunque, ha i sui debiti). L’insieme delle Fondazioni Liriche porta ad oggi in grembo 500 milioni di debiti, che sono stati spalmati in trent’anni dalla legge Bray del 2013. Le Fondazioni nacquero non patrimonializzate: è una contraddizione in termini. Il risultato che abbiamo di fronte è un sistema che ha preso il peggio del privato e il peggio del pubblico. La verità è che non è mai stata fatta una vera legge di riforma del settore.

Nessuno in 24 anni ha controllato i bilanci e si è reso conto dell’incremento del debito?

Nel 2005 Salvatore Nastasi, il direttore generale dello Spettacolo dal Vivo, ci disse che al ministero non erano in grado di leggere i bilanci delle Fondazioni Liriche non essendo confrontabili l’uno con l’altro, facendoli ciascuna in maniera differente.

Non commento, solo per pudore. E prima del 1996?

La politica pagava per ripianare.

La governance delle Fondazioni liriche, emanazione politica, ha decuplicato i costi

Quanto pesa la politica nel mondo della lirica?

La governance delle Fondazioni Liriche è un’emanazione politica e ministeriale, e le persone non vengono selezionate di norma per la professionalità e la conoscenza della materia, come accadeva del resto anche prima del 1996. Anche se qualcosa è cambiato nella pratica: prima della privatizzazione, quando erano Enti Lirici, ad esempio il sovrintendente era una carica onorifica, ricordo che Massimo Bogiankino al Maggio Musicale di Firenze prendeva 800.000 lire al mese quando io come violinista in orchestra prendevo 1.200.000 lire. Con questa invenzione della privatizzazione, adesso sono diventati tutti dirigenti d’azienda con conseguenti compensi di centinaia di migliaia di euro, compreso i direttori generali e le varie funzioni apicali, mentre prima si applicava per tutti il contratto nazionale, il massimo era il funzionario di livello A. Quindi, i costi delle governance dei Teatri sono decuplicati: lo ha riconosciuto anche il commissario Gianluca Sole. Ma i debiti non sono diminuiti, e nessuno alla fine viene chiamato a rispondere delle proprie responsabilità e dei risultati. Non mi risulta che sia mai stata fatta un’azione di responsabilità verso gli amministratori. Qualche volta, si viene pure promossi. Se escludiamo un paio di eccezioni, a girare per i Teatri in Italia sono sempre i soliti, e questo non è un bene.

Torniamo ai terremoti e alle roulotte.

Da 19 anni non viene rinnovato il contratto nazionale dei lavoratori dello Spettacolo né si discute di contratti integrativi aziendali: non esiste nessun’altra categoria di lavoratori in Italia trattata in questo modo. Nel 2005 l’emendamento Asciutti (legge 31 marzo 2005 n.43) vietò il rinnovo dei contratti del settore, e stabilì che al momento del rinnovo del contratto nazionale, quelli in essere, gli integrativi, sarebbero decaduti tutti. Quando arriva la Legge Bray, nel 2013, fu stabilito che i piani di risanamento delle Fondazioni dovevano rivedere gli accordi integrativi per ridurre il costo degli stipendi. Arriva la pandemia, e chi sono a subire il danno più grande? I lavoratori dello Spettacolo. Tutti i Teatri si sono messi a gridare, a cominciare dal presidente di ANFOLS, Francesco Giambrone, siamo rovinati perché senza biglietteria i teatri muoiono! E’ ovvio che la biglietteria deve funzionare, e funzionare bene. La biglietteria, ripeto, in tutti i teatri è residuale. Senza considerare le recenti esagerazioni di qualche sovrintendente: mi pare di avere letto sui giornali che Palermo ha dichiarato perdite per circa 6 milioni di incassi a causa della pandemia negli scorsi mesi di marzo aprile e maggio 2020, mentre a quanto risulta dai dati del bilancio pubblicati, 6 milioni di incasso li aveva fatti durante tutto l’anno precedente.

La pandemia, quindi, secondo lei in che misura ha provocato un danno che giustifichi i milioni del ministro Franceschini?

Un danno le Fondazioni Liriche l’hanno ricevuto sicuramente: ma per i lavoratori. Con i piani di risanamento della Legge Bray, i lavoratori delle Fondazioni Liriche ebbero una decurtazione dello stipendio di 5-6.000 euro all’anno. Il contratto nazionale che fu firmato nel 2010 dalle parti sociali è finito nei meandri del ministero. E il bello viene ora. Con l’arrivo della pandemia, cos’hanno fatto questi signori? E’ stata istituita la cassa integrazione (il FIS, Fondo Integrativo Salariale), che noi non avevamo come categoria. Ed era giustificata dal fatto che il lockdown aveva serrato completamente anche le porte dei teatri. La cassa integrazione significa che i lavoratori perdono circa 50% del loro stipendio normale. Per cui: questi lavoratori per 19 anni sono stati impediti a rinnovare il contratto nazionale, hanno subìto prima la decurtazione dello stipendio a seguito della Legge Bray, e adesso il FIS gli ha ridotto ulteriormente lo stipendio.

Nessuno, o quasi, è rimasto esente dagli effetti economici della pandemia.

Concordo sul nessuno o quasi. Se non che la pandemia per le Fondazioni Liriche è stata un toccasana: se lei toglie dall’impegno finanziario delle Fondazioni il costo del personale (ovvero il 77,7% del bilancio) perché viene pagato tutto dallo Stato con la cassa integrazione; se toglie tutti i costi di produzione, i costi dei cantanti, dei direttori d’orchestra, dei registi, dei solisti, i costi dei costumi, fino ai costi dei Vigili del Fuoco… Se togliamo tutto, il FUS diventa puro incasso per le Fondazioni. Se mi passa l’espressione: un momento più roseo per le casse delle Fondazioni Liriche non ci poteva essere. Il ministero, in conclusione, sta utilizzando la pandemia per sistemare i bilanci delle Fondazioni, non per salvare o produrre musica e cultura. Al di là degli inviti ufficiali rivolti a tutto il mondo dei Teatri di produrre in streaming, di fatto attraverso comunicati ministeriali più o meno pressanti, si “consiglia caldamente” di mettere tutti i lavoratori delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche in cassa integrazione.

In Italia nessuno risponde mai

Lei ha scritto una lettera in proposito, giusto?

Il 14 aprile 2020. E’ indirizzata al Presidente della Repubblica e a tutte le più alte cariche dello Stato. Avevo scritto che con enorme rammarico la FIALS-CISAL, sindacato maggiormente rappresentativo nelle categorie artistiche delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, nelle Istituzioni Concertistico Orchestrali e nei Teatri di Tradizione, aveva dovuto constatare il categorico rifiuto dei Sovrintendenti – immaginando con il tacito ma inspiegabile consenso del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – affinché i lavoratori del settore potessero da subito mettersi a completa disposizione, ognuno con le proprie competenze e professionalità, e contribuire concretamente, in modo assolutamente gratuito e aldilà di ogni vincolo contrattuale, ad alleviare il pesante momento che gli Italiani stanno attraversando al pari di tutte le altre componenti della cultura e di tutti i volontari che in questo senso si stanno adoperando. Aggiunsi l’ancora più dolorosa constatazione dell’imposizione di ridurre al silenzio la voce della musica, negando l’azione di volontariato teso a portare le produzioni dei teatri nelle case degli Italiani in questo tragico momento. Un mero e cinico calcolo economico – abbiamo scritto – far sostenere allo Stato due volte i costi del personale dipendente già ampiamente sussidiati, con il FUS e con il FIS quale ammortizzatore sociale, e quindi lucrando su un ulteriore canale di finanziamento pubblico, senza peraltro che vi sia alcuna esigenza o emergenza economica reale, con il solo obiettivo di migliorare i bilanci pregressi delle istituzioni da loro amministrate.

In sostanza, a pagare i debiti del Sistema Opera in Italia saranno i lavoratori dello spettacolo e i cittadini e contribuenti italiani, salvando chi quei debiti ha provocato e chi li ha consentiti chiudendo gli occhi. Pubblichiamo integralmente la sua lettera. Le chiedo: che risposta ha ricevuto alla vostra lettera?

Nessuna. I teatri devono non solo rimanere chiusi, ma anche non svolgere nessuna attività utile per la società. Questo, solo per ripianare i bilanci delle Fondazioni Lirico Sinfoniche.

Il fallimento delle Fondazioni

La mia opinione è che dietro tutta questa manovra di milioni del ministro Franceschini c’è una semplice verità: il fallimento delle Fondazioni Liriche, senza dimenticare Teatri di Tradizione e Festival, che si vuole cercare di nascondere e ovviamente le conseguenti responsabilità personali e politiche. Mi permetta, Maestro, di ricordare che il ministro Franceschini è in sella da molti anni, comprendo l’imbarazzo del ministro: sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1999 al 2001, ministro dei Rapporti con il Parlamento e il Coordinamento delle Attività di Governo nel 2013-2014, ministro per i Beni e le Attività Culturali dal 2014 al 2018 e attualmente dal 5 settembre 2019.

Le Fondazioni formalmente erano già fallite anche prima. La Legge Bray fu fatta appositamente per spalmare il debito delle Fondazioni Lirico Sinfoniche in trent’anni, ma quei debiti rimanevano nei bilanci, erano pur sempre da restituire. Con l’aggravante dell’essere Fondazioni costituite senza un patrimonio. Da anni, così, i teatri sono costretti a vivere in una condizione di terrore: sul piano giuridico sballottati tra pubblico e privato, e sotto il profilo gestionale per il carico dei debiti. Intendo dire che tutto il sistema della lirica vive in Italia in una condizione di instabilità. E aggiungo: se il primo a coprire questa situazione è lo Stato, appare evidente che tutti si sentano, come dire, autorizzati e protetti ad andare avanti.

Non siamo molto lontani da una Truffa di Stato. Se al quadro da lei illustrato, FUS e FIS, aggiungiamo che i Teatri italiani a differenza di tutti i Teatri stranieri – ugualmente vittime della pandemia – non hanno rimborsato i biglietti, tenendosi gli incassi ed emettendo i voucher con il decreto Cura Italia, sarebbe interessante avere pubblicamente un ‘conto della serva’ delle effettive perdite economiche subite dalle casse delle Fondazioni Liriche, Teatri di Tradizione e Festival, in Italia.

Sono stato invitato come responsabile della FIALS a far parte del tavolo permanente per l’emergenza Covid-19. Io farò la mia proposta. Volete salvare la produzione dei Teatri? Fatevi dire dai sovrintendenti quali sono stati gli incassi da biglietteria negli anni precedenti la pandemia, e ristorate i Teatri per la differenza sofferta per l’attuale chiusura al pubblico. Togliere la produzione nei Teatri, pur nelle forme possibili durante le attuali restrizioni, e dimezzare lo stipendio ai lavoratori non sono la soluzione. Questa mia proposta offrirebbe la necessaria trasparenza alle contribuzioni del ministero, e i Teatri sarebbero stimolati a darsi da fare.

Manca solo la jus primae noctis

Mi perdoni, Maestro Sciarra. Capisco che i lavoratori dello Spettacolo non sono i metalmeccanici, ma un trattamento del genere mi fa venire in mente l’epoca del caporalato. 16 anni senza contratto di categoria, contrattazione sindacale di fatto impedita, decurtazione unilaterale degli stipendi. Ci manca la Jus primae noctis e poi?… Lo Statuto dei Lavoratori, le garanzie costituzionali, non si applicano ai lavoratori dello Spettacolo?


Dal 2005 noi siamo impediti a rinnovare un contratto sia nazionale che integrativo aziendale. Immagino la sua replica. No, non è stata fatta nessuna impugnazione di fronte ad un giudice. Io ho lavorato nei Teatri dal 1967, per 43 anni, e cose del genere non esistevano. Anche se i contratti erano da miseria. Stiamo pensando di rivolgerci alla Corte di Giustizia Europea, la quale per altro si è già espressa censurando il modo in cui vengono fatti i contratti a termine nel settore dei Teatri in Italia, richiamando lo sfruttamento del lavoro. Già ai tempi del ministro Boniver si vociferava che tutti questi Teatri in Italia erano troppi, e che si doveva ridurre il numero. Non mi meraviglia che questa ipotesi continui a girare in questo momento di crisi. Per persone che non amano la cultura come i nostri politici, non fa né caldo né freddo se si chiude un teatro; se non fosse per la figura che farebbero con l’opinione pubblica in Italia, in Europa e nel mondo, ci avrebbero già chiuso.

Un sistema del lavoro fondato sul ricatto

Comprendo che il ruolo del sindacato sia stato silenziato dall’alto, impedendo per legge l’esistenza di una libera contrattazione di categoria. Ma c’è qualcosa che mi sfugge: in questo Paese non si può dire che i giudici del lavoro siano mai stati disoccupati.

Sa cosa significa nel mondo della lirica il sistema dei contratti a termine, di tre-quattro- cinque giorni, anche ripetuti durante la stagione? Significa togliere la stabilità del lavoro, e istituire il terrore del ricatto. Chiunque manifesti un dissenso su qualcosa, in quel teatro non lavora più, finisce nella black list: anche se protesta, come nel caso degli scritturati, solo perché ancora non è stato pagato dopo un anno o due.


Pubblichiamo la lettera che il 14 aprile 2020 il segretario generale FIALS Enrico Sciarra ha inviato alle più alte cariche dello Stato

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