TEATRI – Intervista a Franco Silvestri, ARIACS

di GIOVANNI VILLANI – “Sono passati 54 anni e siamo ancora in attesa dei decreti attuativi della famosa legge 800, certezza e trasparenza”


“La situazione dello spettacolo dal vivo è molto compromessa e vede noi dell’Ariacs in prima linea, impegnati su vari fronti: quello riguardante gli artisti che rappresentiamo, i teatri d’opera, di riflesso anche il suo personale, nonché i delicati rapporti con le istituzioni pubbliche”. Franco Silvestri di Lirica International, presidente di Ariacs (Associazione Rappresentanti Italiani Artisti Concerti e Spettacoli), di recente nomina, non lesina di esporci i numerosi argomenti che stanno attanagliando il settore della lirica. “Nell’ultimo consiglio di qualche giorno fa abbiamo discusso in prospettiva che ci sia riconosciuto tutta una serie di interventi che abbiamo già esposto al Ministero, pronti eventualmente ad un ricorso al Tar del Lazio se non riceveremo adeguate risposte. Ma desideriamo continuare con i contatti. Intanto abbiamo ricomposto i tavoli sezionali dell’associazione partendo dalla collaborazione con il “forum arte spettacolo”, con argomenti specifici. Abbiamo lavorato sulla parte legale, preso atto della situazione nella quale saremo condannati nei prossimi mesi se permanesse il problema legato al Covid”.

Ariacs tutela solo gli interessi dei propri associati?

Ariacs è una delle più longeve associazioni di categoria che si interessa non solo di lirica, ma anche di sinfonica e concertistica, fondata dalle prime agenzie nate negli anni Ottanta, con l’esigenza di raccogliere un’azione più autorevole e coordinata con soggetti istituzionali, fino al Mibact. Ha vissuto momenti meno felici negli ultimi anni perché sono cambiati gli interlocutori e il modo di fare teatro a causa della pandemia. Poi si era ridotta ad un manipolo di pochi soci finché noi agenti, ritrovato un certo spirito corporativo (che non è una malattia…), abbiamo cominciato a riparlarci attraverso chat sui social, concordando una nuova vitalità per l’associazione, che ora può contare su un numero di soci arrivato a circa 40 membri nell’arco di poche settimane, con un consiglio ed un lavoro collegiale a cui collaborano: Serena Marchi, Antonio Spagnuolo, Mario Ingrassia e Marco Impallomeni ed un collegio di probiviri qualificato.

In pochi mesi abbiamo recuperato molto terreno che era andato perduto, ci siamo dati da fare per rinnovare lo statuto, un codice deontologico improntato a tutte le varie interlocuzioni, con soggetti diversi, dal Ministero ai Beni Culturali, all’Anfols, ai Teatri di tradizione fino ad arrivare ad una prima tappa, solo una tappa, che sarà il riconoscimento presso il MISE (Ministero Sviluppo Economico). Siamo in contatto con alcuni organi internazionali di area francese e tedesca e in quest’ottica riusciamo a ricevere e a dare informazioni ed allestire tavoli istituzionali mutuati dall’Europa sui problemi che riguardano i teatri, che salvo poche fatue riaperture, sono chiusi dal 28 febbraio e che prima del nuovo anno non riapriranno. Se ci sarà una riapertura, si riaprirà in maniera diversa e complessa rispetto a prima e comunque non prima della prossima primavera in maniera forse un po’ continuativa.

Veniamo ai problemi che vi coinvolgono

Sono tanti, anzi troppi. I problemi non sono solo artistici, ma riguardano anche la legislazione dove le istituzioni spesso disattendono quanto dicono nelle interviste rilasciate ai giornali e televisioni. Il teatro d’opera è una eccellenza italiana? Bene, allora lo devono trattare da eccellenza. Ma come si vede nella realtà non è mai così.

Il vostro riconoscimento come agenzie?

E’ uno dei problemi, forse il più grave. Di fatto non esistiamo. La storia non ci assiste: nel 1979 si fece una legge che tentava di regolamentare il settore, ma alla fine del primo decennio del 2000, nella smania di “semplificare”, tale legge fu soppressa riportando in vita un Regio decreto del 1933 che proibiva la rappresentanza degli artisti equiparata a “mediazione sul lavoro”, quando il management, è oggi una condizione ormai acclarata a livello mondiale. Solo in Italia è proibito o meglio, è consentito grazie ad una circolare ministeriale (molto distante da una legge dello stato) dell’allora direttore generale del ministero Salvo Nastasi nella quale, evidenziando il carattere ovviamente provvisorio di quella circolare, auspicava in tempi brevi una definizione dal punto legislativo.

Sono passati 10 anni e siamo ancora in attesa, come da 54 anni siamo in attesa dei decreti attuativi della famosa legge 800. E tutti sappiamo che una legge senza i decreti attuativi serva a ben poco. Purtroppo la musica non muove i soldi del calcio e finisce per essere sempre la cenerentola nella considerazione pubblica. Basti pensare che il contributo Fus di due teatri come Cagliari e Trieste (15 milioni in due) è pari a quanto percepisce chi passa alla fase finale dei gironi dell’Europa League (neanche la Champions…) con 90 minuti di una partita di calcio! Noi agenti non abbiamo la possibilità, come in America, di coimpegnarci con gli artisti che è anche una corresponsabilità. Insomma la mancanza di una legislazione chiara ha fatto sì che si sia creato un far west dove ognuno può fare ciò che vuole, anche in barba all’etica e alla deontologia, facendo di questo mestiere una jungla senza regole e senza limiti. Tutto questo ha portato anche all’apertura di inchieste della magistratura che, se non arriveranno a qualche conclusione, nel bene o nel male, agevoleranno il chiacchiericcio che fa solo un grande danno a tutto il movimento.

I vostri rapporti con l’Anfols?

Parliamo con la direzione e dovremmo avere parlato con tutti i suoi componenti. Ma in realtà non è così. Sono rimasti in dodici fondazioni e non riescono a fare quadrato, non esiste una linea comune. Salvo per due/tre casi ognuno pensa a modo suo. Non hanno nemmeno uno specimen di contratto unico. O ne trovi uno con una paginetta ben chiara, o altri di ben 16 pagine. Tutto questo a causa di una legge che trasformando le fondazioni da pubbliche a “di diritto privato” permette che ogni sovrintendente possa agire come un amministratore delegato di una azienda privata che, giustamente, fa come vuole. Quindi se la pensa diversamente dagli altri non si deve adeguare ad alcuna decisione, neanche davanti alla maggioranza dei componenti di un consiglio. Poi però qualcuno ci deve spiegare, visto che sono fondazioni private, come mai la gran parte dei loro introiti vengono dal finanziamento pubblico (ministero, regioni, comuni) fatte salve 3 realtà in Italia dove il botteghino aiuta in maniera determinante e che sono Milano, Venezia e Verona”.

Il Decreto Cura Italia del Governo recepito dal Mibact e i vari decreti ristori vi hanno dato qualche soccorso?

Non conosciamo ancora la contribuzione a fondo perduto che è stata recepita dalla direzione degli spettacoli il 10 settembre scorso. Per gli artisti che rappresentiamo non abbiamo la possibilità di ricevere i cedolini dei versamenti Inps/Enpals da parte delle Fondazioni Lirico Sinfoniche, non perché non ce li vogliono dare, ma per il semplice fatto che da oltre due anni non li producono più, come non sappiamo chi potrà ricevere gli aiuti Ristori, legati ai codici Ateco per i rappresentanti artistici (che però non sono univoci: alcuni infatti sono stati inseriti nell’elenco e altri no) legati alla presentazione del contratto 2020, non onorato per quanto riguarda gli artisti. I teatri non fanno più i contratti come un tempo: li firmano il giorno dopo l’inizio delle prove. Come fanno gli artisti a rivendicare i loro diritti se sul contratto manca di fatto la firma di uno dei due contraenti? Poi esiste tutta una serie di rivendicazioni che chiederemo con forza, a partire dall’utilizzo del comprimariato che vorremmo tutto italiano. Per questo siamo costantemente attivi con il Mibact. Non è sciovinismo: basti andare all’estero e troveremmo tutti cantanti locali.

Siete in contatto con la politica?

Sul tema dei parlamentari, molti hanno raccolto le nostre istanze, convinti che l’arte non debba essere politicizzata per alcun motivo. Ci siano attivati anche con Assolirica per un progetto di legge che aiuti gli artisti – i cui problemi sono anche nostri – nel riconoscimento delle loro giornate previdenziali. Per cantare o dirigere un’opera o eseguire un concerto, un artista deve studiarla, capirla, ripassarla, ma anche tenersi in esercizio ogni giorno, il cantante con i vocalizzi, il pianista con le scale e quant’altro, come esempio. Tutto questo lavoro chi glielo paga? Sappiamo che un’azione legislativa in tal senso sia difficile, ma speriamo di arrivare in tempo ad una soluzione. Se possibile eviteremmo lo scontro con la politica che vorrebbe utilizzare il grande cappello della legge quadro come soluzione di tutti i problemi.

Non dobbiamo inoltre trascurare, specie in questo momento di recrudescenza della pandemia, che i teatri non possono riconoscere agli artisti che, disgraziatamente si vedono cancellate le recite dopo avere iniziato le prove, alcun compenso per i giorni di prova trascorsi fuori di casa e per le spese di soggiorno e trasporto: oltre al danno anche la beffa. Alcuni teatri, in verità pochi, per la sensibilità personale di qualche sovrintendente, hanno cercato qualche escamotage per compensare questo lavoro nascosto (come lo è tutto il lavoro che porta alla nascita di uno spettacolo) e su questo ci siamo attivati anche con l’appoggio non indifferente delle associazioni di categoria sovranazionali per chiedere in maniera ufficiale al ministero, alla “politica”, di intervenire non ragionando e discutendo, ma con fatti concreti e risolutivi. Purtroppo in Italia, specie per quanto riguarda la cultura, il vecchio adagio latino “dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur” rimane estremamente attuale. A Roma ragionano e gli artisti intanto cambiano mestiere, le agenzie chiudono e via discorrendo. Cito un caso solamente che è emblematico fra tanti altri, di un artista, un fior di comprimario, che la scorsa estate per portare a casa la pagnotta è andato a fare il portiere notturno di un albergo in una località turistica”.

Come vede la prospettiva?

La situazione è difficile. C’è il grande rischio che tutto lo spettacolo dal vivo venga trascinato sul digitale, come succede con il calcio: si mistificherebbe il senso della stessa idea di “spettacolo dal vivo”. Uccidere lo spettacolo dal vivo non interessa a nessuno, ma lo svuoteremmo di significato se utilizzassimo il video solo per vedere i primi piani dei cantanti o una resa sonora migliore grazie alle tecniche oggi in uso. Oggi c’è il forte rischio di vedere chiuse almeno metà delle fondazioni lirico sinfoniche italiane, per la precisione quelle finanziate nella cosiddetta colonna di destra (Verona, Trieste, Torino, Genova, Bologna, Bari, Cagliari), tra cui la stessa Arena di Verona, che diverrebbe un festival estivo, mentre il Teatro Filarmonico si trasformerebbe in teatro di tradizione. L’Arena è ormai un contenitore dentro cui si sente di tutto e ha perso il fascino di tempio dell’opera. La chiusura di più metà delle attuali fondazioni significherebbe anche un impasse occupazionale di dimensioni catastrofiche.