IL VASO DI PANDORA - di Beatrice Bardelli, OPINIONI

Vaccini anti-Covid e obbligo di vaccinazione nella Sanità

di BEATRICE BARDELLI – L’obbligo della vaccinazione anti Covid 19 per tutti i lavoratori del settore sanitario, urge un confronto aperto.

Con il Decreto Legge n. 44 del 1° aprile 2021, il governo italiano ha imposto l’obbligo della vaccinazione anti Covid 19 per tutti i lavoratori del settore sanitario: ospedalieri, medici privati, veterinari, infermieri, dipendenti delle RSA, farmacisti, parafarmacisti. Una decisione del Consiglio dei Ministri che potrà diventare legge dello Stato se passerà al vaglio del Parlamento entro 60 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, così come previsto dall’art. 77 della Costituzione. Una decisione che fa dell’Italia l’unico paese dell’Unione europea ad avere deciso di rendere obbligatorio il vaccino per gli operatori sanitari e che va contro la Risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2361 del 25 gennaio 2021 che, al punto 7.3, ha raccomandato agli Stati membri di: 1) “7.3.1 assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione NON è obbligatoria e che nessuno subisca pressioni politiche, sociali o di altro genere per sottoporsi a vaccinazione, se non desidera farlo; 2) “7.3.2 assicurare che nessuno subisca discriminazioni per non essersi fatto vaccinare a causa di possibili rischi per la propria salute o perché non vuole essere vaccinato”.

Una decisione, quindi, considerata da molti esperti del settore sia “incomprensibile” dal punto di vista sanitario che “inaccettabile” dal punto di vista della tutela della persona. Ne è una riprova il fatto che un paese come lo Stato di Israele che ha realizzato un’impressionante campagna vaccinale ha rifiutato di rendere la vaccinazione obbligatoria così come ha fatto il Regno Unito che ha scelto di puntare sulla realizzazione di una massiccia campagna vaccinale. Una delle tante voci qualificate che si sono dichiarate contrarie all’imposizione dell’obbligo vaccinale ai lavoratori del settore sanitario è quella di AsSis (Associazione di Studi e Informazioni sulla Salute) (www.assis.it; email: [email protected]) che ha pubblicato sul suo sito un dossier breve ma documentatissimo per motivare la propria posizione contraria agli “obblighi vaccinali per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario” (art.4 del DL n. 44/2021). Di seguito, una breve sintesi del documento che si può leggere integralmente sul sito di Assis.

La premessa

Vengono esposte due considerazioni prima di illustrare le motivazioni scientifiche che inducono alla prudenza. La prima: E’ impossibile, biologicamente, eradicare il virus SARS-CoV-2 perché causa una malattia con sintomi aspecifici, è contagioso in fase preclinica ed è presente in numerose specie animali. Per ottenere buoni risultati non basta avere buoni vaccini, occorrono buone strategie di vaccinazione basate su obiettivi e piani realistici. Quindi, vaccinare adulti (18-59 anni) che non siano ad alto rischio “non è la strategia più efficace ed efficiente” quando la fornitura di vaccini è limitata. La combinazione “vaccinazione in certi gruppi, infezione naturale in altri” può risultare nel tempo una strategia migliore. Quindi, è meglio puntare su gruppi a rischio per ridurre la mortalità (l’età media dei pazienti deceduti e positivi alla Covid-19 in Italia è di 81 anni) e la pressione sul sistema sanitario. La seconda: La vaccinazione non può rappresentare l’unica strategia di controllo della Covid-19. Stili di vita salutari riducono le malattie croniche e rafforzano lo stato di salute e le connesse difese immunitarie “soprattutto se inserite in un modello culturale, economico e sociale che punti a sostenibilità, equità e benessere promuovendo la sostenibilità ambientale ed ecologica”.

Sei motivazioni scientifiche

La vaccinazione anti Covid-19 non deve essere imposta per obbligo ma deve basarsi su una scelta informata, su prove scientifiche che sono in continuo mutamento. Al momento le prove scientifiche esistenti inducono decisamente alla prudenza. 1) L’autorizzazione concessa dall’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali) è condizionata dal momento che i dati di efficacia e sicurezza disponibili sono insufficienti per una autorizzazione completa.

Quella data è una mera autorizzazione alla vendita, determinata dalla eccezionalità della pandemia, ma non è una “approvazione” in quanto si deve attendere ancora la conclusione degli studi. In pratica, l’attuale campagna vaccinale è un proseguimento della sperimentazione. 2) L’efficacia dei vaccini Pfizer e Moderna può essere minore di quanto riportato dai produttori e l’mRNA presente nei vaccini ha manifestato problemi di instabilità. 3) I vaccini contribuiscono a creare una “pressione selettiva” che favorisce l’affermazione di varianti “la cui rapida emergenza sta già riducendo la risposta anticorpale ai vaccini di circa 3 e 6 volte o più, fino alla irrilevanza con plausibili ricadute anche su efficacia e durata della protezione”. 4) Gli effetti dei vaccini sulla trasmissione del virus sono ancora incompleti e con osservazioni limitate nel tempo. Varianti già emerse mostrano di ridurre la risposta anticorpale dei vaccinati, anche 20-40 volte, e probabilmente l’efficacia e la durata della protezione come già è stato dimostrato per il vaccino AstraZeneca. 5) La durata della protezione vaccinale è ancora ignota. La protezione da infezione naturale, anche asintomatica, sembra maggiore e più duratura. 6) Le reazioni avverse gravi ai vaccini si stanno evidenziando con la sorveglianza post-marketing. La sorveglianza attiva nei RCT (Randomized controlled trial ovvero Studio clinico controllato randomizzato, n.d.r.) ha registrato reazioni severe (disabilitanti) di almeno due ordini di grandezza maggiori di quelle della sorveglianza passiva. Per questo si stanno modificando le scelte dei vaccini da somministrare in base alle fasce di età ed in base alle patologie pregresse. Comunque, i dati di sicurezza a lungo termine non sono ancora disponibili. Sussiste la possibilità di sviluppare una malattia polmonare più grave quando un vaccinato incontra i virus circolanti, come avvenuto per i vaccini contro SARS, MERS, RSV in modelli preclinici, effetti gravi sulle piastrine o sulla pressione arteriosa fino al rischio di reazioni autoimmuni.

Dove si trasmette in virus in Italia

Al primo posto non abbiamo il contesto sanitario assistenziale e lavorativo ma quello familiare/domiciliare, al top della classifica. Inoltre, gli studi professionali dei sanitari e gli esercizi di vendita di prodotti sanitari non hanno mai rappresentato luoghi di contagio così come gli studi professionali di altre categorie a cui non è stato imposto l’obbligo, o di altri esercizi commerciali. La morte tragica di oltre 300 medici è stata determinata da ben altri motivi, da carenze organizzative, assenza di DPI (Dispositivi di Protezione Individuali, n.d.r.), inadeguatezze dei sistemi di tracciamento, il ricovero nelle RSA di malati Covid. Tuttavia, la specificità della categoria dei sanitari, che non sono gli unici ad avere uno stretto contatto con il pubblico ma che hanno una diretta responsabilità professionale di natura deontologica e legale con i propri assistiti, impone il più rigido controllo sul mantenimento e sulla vigilanza nell’applicazione di tutte le misure precauzionali note per contenere la trasmissione del virus (scrupolosa igiene delle mani, costante distanziamento fisico, non alzare la voce vicino ad altri, l’uso corretto di mascherine in ambienti chiusi con scarso ricambio d’aria o in contatti prolungati all’aperto). E’ infatti dimostrata l’efficacia di queste misure nel contenere e ridurre la trasmissione che vanno mantenute da parte di tutto il personale, sia vaccinato che non vaccinato, perché, al momento, l’efficacia della vaccinazione non è nota né quantificabile.

Una nuova caccia alle streghe

Il ricorso a misure coercitive come l’obbligo vaccinale (requisito essenziale per l’esercizio della professione, Art. 4, co. 1) indica che “un numero non marginale di professionisti sanitari ha maturato conoscenze e opinioni in materia di vaccinazione antiCovid19 che divergono radicalmente dalla narrazione diffusa dai canali istituzionali”. Proprio perché bene informati e consapevoli di quanto sta accadendo intorno a questa pandemia, questi lavoratori hanno tutto il diritto di “posticipare la vaccinazione in attesa di dati certi e definitivi” anche perché è noto che i vaccini “offrono un contributo modesto alla realizzazione dell’immunità di gregge, non bloccando il contagio se non in misura ridotta, o addirittura nulla per alcune varianti del virus”.

Lesione dei diritti costituzionali

Il Dl 44 colpisce duramente i lavoratori sanitari che, rifiutando di vaccinarsi, saranno sospesi “dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali” (Art. 4, co. 6), verranno adibiti a mansioni anche inferiori “con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate” o, se questo non è possibile, verranno sospesi dal lavoro senza retribuzione (Art. 4, co.8) “fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021” (Art. 4, co. 9). “Impedire l’esercizio dell’attività professionale al solo personale sanitario – scrive AsSis – lede il fondamentale diritto al lavoro privando gli individui dei mezzi di sostentamento, confligge con gli artt. 1, 4 e 36 della Costituzione, e lede con tutta evidenza il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost.”.

Urge un dibattito libero

Di fronte ad una entità patologica totalmente nuova e finora sconosciuta, occorrerebbe aprire un dibattito scientifico non dogmatico, libero, trasparente ed esente da conflitti di interesse, basato su fatti e prove. L’obbligo vaccinale imposto dal governo dimostra che “non è consentito alimentare un civile e aperto dibattito sulle alternative terapeutiche e profilattiche per la COVID19 né tantomeno avanzare dubbi sulle strategie fin qui applicate nel nostro Paese e che finora, dal numero dei decessi dichiarato ufficialmente in Italia, hanno mostrato scarsa lungimiranza e assai modesta efficacia”. Proporre, quindi, una politica impositiva e generalizzante “mortifica le capacità e le conoscenze degli operatori sanitari e le specificità dei loro percorsi professionali”. “La gravità della situazione epidemica – conclude AsSis – avrebbe consigliato un’alleanza fra i saperi e la valutazione delle scelte dei singoli, e non un intervento d’autorità”.

(foto: licenza pxhere – https://pxhere.com/it/photo/647862 )