CULTURA E ATTUALITA' - di Celestino Pio Casula, LA CULTURA

Fotografia – C’era una volta la diapositiva

di CELESTINO PIO CASULA – Un po’ di storia, e anche un po’ di nostalgia, insieme alla lezione di non dare scontata la loro conservazione.

Riprendiamo i nostri appunti sulle diapositive.

La diapositiva moderna è rappresentata dalla sua più famosa famiglia di pellicole, il Kodachrome, mitica emulsione in varie sensibilità ed una resa cromatica praticamente perfetta: il suo limite era la complessità del suo ciclo di sviluppo, denominato Kodak k14 che veniva utilizzato da laboratori specializzati della Kodak ed pochi altri autorizzati.

Dal 2009 questo sistema non è più disponibile in Europa e l’ultima pellicola kodachrome sviluppata è datata 2020 in America, l’unico laboratorio che era rimasto ad utilizzare tale sistema. Intanto, la Kodak aveva affiancato al prestigioso Kodachrome il più facilmente trattabile Ektachrome: non così performante come il fratello maggiore, ma comunque molto buono nei risultati. Nuova pellicola e nuova filosofica tecnica sottesa, esce il sistema E6, punto di riferimento per tutto il mondo delle pellicole diapositive e panacea per gli appassionati che finalmente potevano, loro stessi, sviluppare le amate dia.

Il mondo dei fotoamatori evoluti sposa con entusiasmo questo nuovo sistema sia con i prodotti chimici originali della casa di Rochester che utilizzando altri kit messi a punto da molte ditte alcune, anche italian: per la precisione la mitica Ornano, che se non erro era di Bologna, ora lo storico marchio è stato rilevato da Bellinifoto.

Chiuso questo preambolo, apriamo la porta della camera oscura e dopo qualche istante carichiamo al buio più completo la pellicola dia nella spirale della cosiddetta “tank” il barattolo di plastica pesante o di acciaio a tenuta di luce per lo sviluppo delle pellicole tutte. Dopo questo passaggio, chiuso il tank, dobbiamo prendere il foglietto di istruzioni per vedere le temperature consigliate per i prodotti chimici utilizzati. Un po’ di acqua calda intorno ai 50 gradi, le bottiglie dei chimici messe dentro per prendere temperatura, l’immancabile termometro per verificare il raggiungimento del limite di calore ricercato e via con il primo liquido che inseriamo nel serbatoio di sviluppo (tank); iniziamo contare il tempo per il primo bagno, e poi sempre con la dovuta attenzione alla temperatura, seguendo l’ordine dei bagni di sviluppo arriviamo al lavaggio finale della pellicola e sua asciugatura.

Lavoro finito potreste pensare, non è proprio così. Infatti, le diapositive sono inserite in appositi telaietti che serviono per la proiezione. Tralasciamo i vari tipi di telaietti, taglierina, telaietti e via 36 scatti 36 intelaiati. Ora si passa alla proiezione. E qui si apre un mondo su proiettori e proiezioni.

I proiettori sono molti, su tutti spicca il nome del Carusell di casa Kodak, il più ambito dai professionisti e dai fotoamatori evoluti, dotato di caricatore circolare e possibilità di essere connesso a centraline per utilizzare due o più proiettori per entusiasmanti proiezioni ricche di effetti speciali e colonna sonora. Voglio qui citare un altra casa, Silma, perché con il suo proiettore in due sezioni, modulo principale e secondario, dette la possibilità a molti di cimentarsi in proiezioni sonorizzate e con le famose dissolvenze ed altri effetti.

Dalle proiezioni nasceva anche una richiesta di stampa di un immagine. Ed è qui che entra in scena il sistema che ha monopolizzato il mercato: il Cibachrome di Ilford, che riusciva a rendere su stampa la mitica risultante cromica e di contrasto, colori vivi, accesi, con contrasti spettacolari, proprio come in proiezione. Un vero mito degli anni ’80 e ’90 poi praticamente ucciso dall’avvento del digitale. Un vero peccato.

Il bello del Ciba erano una certa facilità d’uso e i kit studiati per vari formati di stampa a partire dal più diffuso 10×15. Il primo supporto era di una brillantezza unica, così come nella versione 2 una base di poliestere dava la tipica consistenza alla stampa ed il suono allo scuotimento simile ad un foglio di metallo. In seconda battuta uscì anche una soluzione su carta denominata pearl , ma poco amata dai fotografi e fotoamatori evoluti. Senza dilungarmi su filtraggio e varie amenità tecniche, la facilità di sviluppo a temperature non critiche, intorno ai 24 gradi, rese il Ciba il prodotto da stampa per diapositive più amato ed usato dai fotoamatori e dai grandi centri di sviluppo e stampa.

Una nota di colore. Il Ciba uno aveva nel kit anche una polvere da utilizzare come neutralizzante dei liquidi chimici che una volta usati andavano buttati: il loro mischiarsi sviluppava altrimenti un acido pericoloso e puzzolente, e diciamola tutta, dannoso anche per l’impianto di scarico. Il problema fu superato con il nuovo Ciba, la versione 2 modifico i prodotti chimici rendendoli auto-neutralizzanti.

Altro tempi, quelli della fotografia pensata, coccolata, stampata sulla carta più adatta secondo il sentire del fotografo. Ha lasciato ampia traccia di sé. La corsa digitale, invece, rischia che questo nuovo secolo non lasci niente ai posteri, affidandoci alle memorie elettroniche che spesso finiscono per essere poi dimenticate, o distrutte nel tempo. Io rimango dell’idea che sia ancora buona l’abitudine di stampare le foto, se non tutte almeno le migliori. Facendo attenzione alle memorie digitali, per le quali un salvataggio non guasta.