Isola della Gorgona
FOCUS, Il Quaderno di Merlino - di Giovanni Ranieri Fascetti, LA CULTURA, LA STORIA SU TOSCANA TODAY

I coralli del Mar Ligure, l’isola della Gorgona

di GIOVANNI RANIERI FASCETTI – I coralli del Mar Ligure, l’isola della Gorgona e un meraviglioso sogno nel cassetto.

Il mostro era lì, di fronte a lui…, terribile era il suo aspetto: i serpenti che si agitavano soffiando intorno al volto ne rendevano ancor più terribile l’immagine, anche per quel poco che di essa Perseo poteva distinguere: una figura evanescente diluita nel riflesso metallico del suo scudo.

Il colpo fu netto e deciso, la testa, una volta spiccata dal busto, rotolò a terra; dai vapori che esalavano dal collo reciso fuoriuscirono il gigante Crisaore e l’alato cavallo Pegaso. Perseo, che aveva così conquistata la sua fantastica cavalcatura, raccolse la testa della gorgone Medusa per portarsi via quello che, oltre ad essere un trofeo, costituiva di fatto un’arma potente, ancora in grado di pietrificare gli esseri viventi con il suo sguardo fisso e profondo. La cesta, destinata ad ospitare una così terribile preda, era stata accuratamente foderata di alghe, come ci racconta il poeta Ovidio nelle sue “Metamorfosi”: “Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita, egli rende soffice il fondo con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia ingiù”. Sempre secondo Ovidio, quando il sangue della gorgone andò a impregnare quei ramoscelli marini, li fece diventare rossi e li indurì, come se fossero pietre. Alcuni frammenti caddero in mare dalla cesta e qui si moltiplicarono dando vita a vaste colonie di quegli organismi che gli antichi greci, dal nome del mostro, chiamarono “gorgonie” e che noi conosciamo con il nome di coralli. Per secoli i sapienti prima, gli scienziati poi, discuteranno della natura dei coralli per riuscire ad ascriverli al regno minerale, o a quello vegetale o a quello minerale o a tutti e tre. Sarà lo speziale Diacinto Cestoni (1637 – 1718), amministratore della spezieria Salomoni in via Greca presso il porto, amico del Redi e del Vallisneri, a percepirne la natura animale.

Dove finì la testa recisa di Medusa?

Il mito racconta che venne donata da Teseo ad Athena, la quale l’aveva aiutato nell’impresa. La dea applicò il terribile trofeo sullo scudo chiamato “egida” perché rivestito della magica pelle della capra Amaltea, trasformandolo così da arma semplicemente difensiva in un’arma potentemente offensiva; a me piace pensare, fantasticando s’intende, che sia caduta nel mare e, galleggiando quasi in superficie, come fanno le meduse, sia stata portata dalle correnti fino al mar di Ligure, fermandosi infine di fronte alla foce dell’Arno e qui si sia radicata con il suo serto di gorgonie; oppure che Athena l’abbia voluta donare ai fondatori di Pisa, perché proteggesse la città e il suo porto fluviale, neutralizzando attacchi nemici provenienti dal mare. Gli antichi navigatori, guardando il profilo dell’isola che si staglia sull’orizzonte, riuscirono a distinguere il collo, il mento, la bocca, il naso, la fronte, la riconobbero e la chiamarono “Gorgona”. Per secoli l’isola è stata un avamposto difensivo di Pisa, dall’epoca etrusca al medioevo, i suoi occhi puntati sulla vastità del mare pronti a individuare una o più vele, uno o più legni in avvicinamento, per poi darne notizia con segnali di fuoco o di fumo.

Questo potente talismano difensivo venne chiamato invece da Dante, nella sua maledizione contro Pisa, a portare la rovina alla città, in compagnia dell’altra isola, scudo anch’essa di Pisa, la Capraia: “muovasi la Capraia e la Gorgona e faccian siepe ad Arno in su la foce, sì ch’elli annieghi in te ogne persona”.

Fu, questa piccola isola

sacra per le genti pagane anche in virtù della ricchezza di coralli del nostro mare. Nell’era cristiana, la Gorgona fu uno dei primi centri di vita eremitica secondo il modello cenobitico di Pacomio e dal V secolo sorse sull’isola un monastero che possedeva una straordinaria reliquia: il corpo di Santa Giulia, martirizzata in Corsica dai pagani; poiché ella non voleva rinunciare alla sua Fede e alla sua verginità, venne fatta morire come era morto quel Dio che lei tanto adorava e che mai avrebbe tradito: le furono strappati i seni e venne inchiodata su di una croce. Il corpo straziato di Giulia venne recuperato dai monaci della Gorgona che lo trasporarono sulla loro isola e qui fu custodito fino a che il re d’Italia Desiderio ne ordinò il trasferimento a Brescia, nel monastero dedicato alla santa e del quale la figlia del re, Anselperga, era badessa.

Quel monastero della Gorgona così isolato in mezzo al mare, già difesa di Pisa longobarda dalle flotte bizantine, sarà pronto ad affrontare gli assalti delle flotte provenienti dai regni islamici della Sardegna e che puntavano alla distruzione di Pisa; nei momenti di pace sarà, per secoli, un centro della pesca delle sardine e della loro salatura e un’area della pesca del corallo.

“Lo mar liguro ingenera corallo/

“Lo mar liguro ingenera corallo/ nel fondo suo, a modo d’arbuscello/pallido, di color tra chiaro e giallo.”, ci racconta Fazio degli Uberti poeta pisano del Trecento nel capitolo IX del libro III del suo poema “Il Dittamondo”, la descrizione del mondo da lui conosciuto viaggiando per mare e per terra in compagnia dello spirito dell’illustre geografo romano Solino. Il tesoro marino di cui sono ricche le coste rocciose a meridione di di Livorno e le isole del mar Ligure e Sardo era già conosciuto dall’uomo preistorico, come testimoniano i coralli lavorati in epoca neolitica ritrovati in Liguria nelle grotte del Finalese. Già quegli uomini consideravano quei coralli non un semplice ornamento bensì un prodigio degli spiriti ella natura, la pianta che quando viene rapita dalla mano dell’uomo alle profondità marine si muta in pietra e muta colore “Spezzasi come vetro il ramicello/quando si pesca/e come più è grosso/e con più rami, tanto par più bello./Sì come il ciel lo vede divien rosso/ e non pur si trasforma di colore,/ma fassi forte e duro, che pare osso”, così sempre Fazio lo descrive.

Fazio deglli Uberti, scultura in bronzo dello scultore Antonio Maria Fascetti

Di fronte a questo prodigio gli uomini antichi percepirono la potenza delle divinità che tutto hanno creato e tutto continuamente trasformano e attribuirono al corallo, che strega gli occhi, che incanta, “Conforta a rigardar, la vista e ‘l core”, potenzialità apotropaiche straordinarie, addirittura come un talismano che, come spiega Fazio: “Averne seco quando folgor cade,/pietra non so più util né migliore.” Si riconobbero al corallo non soltanto virtù apotropaiche, come appunto la difesa dal fulmine, ma anche curative, tanto che nei ricettari della Scuola Salernitana si indicano le virtù taumaturgiche e terapeutiche della polvere di corallo. Ecco anche il corallo entrare nel tesoro dei metalli e delle pietre semipreziose o preziose che possiedono le virtù, ovvero le forze energetiche ricevute dagli dei e dai pianeti.

La pesca del corallo con l’ingegno

L’attrezzo con il quale per più di duemila anni si farà la pesca del corallo nei nostri mari sarà il semplicissimo “ingegno” parola che equivale al nostro vocabolo trappola; secondo Dante Alighieri i Pisani sono “volpi si piene di froda, che non temono ingegno che le occùpi”, criminali di tal caratura, che non hanno timore di cadere in trappola alcuna.
Si dovettero pescare i coralli anche scendendo in apnea nelle profondità marine; così, in una incisione del 1587 opera dello Stradano, vediamo pescatori muniti di occhialini che riemergono in superficie nello stretto di Messina; non ci dobbiamo stupire per l’uso di un simile complemento: a Pisa già nel Trecento, per il genio di Alessandro della Spina, si fabbricavano occhiali da vista e sicuramente si saranno studiati anche occhiali per le immersioni.

La pesca del corallo

La pesca del corallo generò le “vie del corallo” itinerari percorsi dal prezioso materiale via mare e via terra. Itinerari che si intrecciarono con la via del rame, la via dell’ambra e, poi, con la via del ferro e, infine, con la via della seta. Già dall’epoca antica il corallo del nostro mare raggiungeva l’area dell’India e della Cina, ricercato in terre così lontane per la sua bellezza e la sua magia. Dal I secolo a. C., si iniziò a produrre nella nostra zona una ceramica figurata, la sigillata (decorata con figure a rilievo), cotta in forni ben ossigenati, che prendeva una colorazione vicina a quella del corallo; i primi archeologi indicheranno infatti con l’aggettivo di “corallini” questi manufatti; vasi e piatti corallini prodotti nelle fabbriche pisane di Gneo Ateio e di Rasinio Pisano, seguendo proprio la via orientale del corallo, raggiunsero l’India. Anche i Celti amarono i nostri coralli e li fecero incastonare sui loro elmi, più con una funzione magica di difesa che per un gusto meramente decorativo.

Il Medioevo amerà il corallo soprattutto perché il suo coloro rosso ricorda il sangue di Gesù; ecco dunque, in pittura e poi in scultura la rappresentazione del Bambino con una collanina e un rametto di corallo al collo, inteso come profezia del sacrificio che un giorno Egli dovrà soffrire, della necessità di versare il suo prezioso sangue per la salvezza dell’umanità. Il corallo come simbolo della passione dunque. C’è da dire che i pittori pisani sono stati i maggiori produttori di tavole dipinte con la Vergine e il Bambino munito di corallo forse anche per fare “marketing” di questo prodotto locale: il popolo e i nobili, avendo davanti agli occhi, nelle chiese, queste immagini venivano indotti ad acquistare coralli per i propri bambini e Fazio, come abbiamo visto, partecipa a questa propaganda raccomandandone l’uso per proteggerli dal fulmine.

Nel quattrocento e nel Cinquecento

Nel Quattrocento e nel Cinquecento quando i nostri letterati, artisti, alchimisti, distraendosi dalla religione, iniziarono ad esplorare il mondo dei simboli e delle portentose energie magiche contenute negli elementi del cielo, del mare e della terra della natura, chiavi di lettura simboliche di un linguaggio tanto occulto quando profondo, il corallo non perse il suo fascino; all’epoca iniziò a entrare nel mondo laico… e fu annoverato tra i materiali di lusso che servivano ad arricchire le vesti, i complementi d’arredo, gli oggetti d’uso e i gioielli dei potenti, al pari dell’oro, dell’argento, delle perle e delle pietre preziose. La Chiesa rimarrà ancora per secoli tra i principali committenti di oggetti d’arte o di artigianato nella cui realizzazione era previsto l’impiego di corallo. In epoca medicea l’industria della lavorazione del corallo fiorì prima a Pisa e poi, con lo sviluppo di Livorno come città “aperta”, cosmopolita, presero vita anche i laboratori labronici nei quali operavano soprattutto esperti artigiani ebrei.

Già nel Medioevo la grande richiesta di corallo non poteva essere soddisfatta dai giacimenti locali per cui la Repubblica pisana aveva stabilito accordi diplomatici con regni lontani anche islamici per consentire alle nostre navi la pesca del corallo fino ai mari dell’Africa. Anche in epoca moderna si espandeva la ricerca della materia prima ben al di là dei confini dell’area locale. Nell’800 la famiglia Lazzara, produttori e commercianti del corallo in Livorno, svilupperà rapporti commerciali intensi con tutto il mondo, dall’Impero Britannico fino all’estremo Oriente.

Purtroppo la lavorazione del corallo, dopo aver vissuto fino ai primi del Novecento momenti gloriosi, venne ad esaurirsi. Gloriosi furono gli ultimi momenti: a Pisa la superstite fabbrica del corallo chiuse alla fine dell’800; nelle stanze che ospitavano le grandi mole di pietra per produrre i vaghi per le collane, rimane soltanto la lapide, coperta dalla polvere, che ricorda la visita di Sua Altezza il Granduca Leopoldo II. Delle tante giovani corallaie impiegate nella manifattura di Filettole, paese a settentrione di Pisa, rimane soltanto una foto sbiadita.

Le storie che la storia del corallo contiene sono infinite e straordinarie e, oggidì, a tenere viva la memoria di questa tradizione rimane in Livorno la signora Maria Teresa Talarico, esperta gioielliera. Maria Teresa ha immaginato il museo del corallo di Livorno e ha tentato di crearlo; per qualche tempo gli ambienti della fortezza vecchia hanno ospitato i costumi delle corallaie, gli strumenti di lavoro, le grandi mole di pietra, i documenti, ed esemplari antichi di gioielli ma poi su questo meraviglioso sogno è sceso il sipario del disinteresse.

Nel 2017 Maria Teresa Talarico ha voluto regalare al paese di Vicopisano, luogo dove molti sogni sembrano poter diventare realtà, una mostra organizzata in collaborazione con il Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini” e con l’Amministrazione Comunale: “Il corallo dai Medici al Novecento – storia, lavorazione ed economia del corallo tra Livorno e Pisa”. Sono stati esposti svariati chili di preziosi gioielli in corallo e oro, Madonne rinascimentali con il Bambino con il corallo, mole, setacci, costumi, accompagnati da video. Nel periodo della mostra, visitata da molte centinaia di persone, Vicopisano è stato animato dalla partecipazione di studiosi livornesi del taglio di Eugenia Segre Naldini, Clara Errico, Michele Montanelli, Ottavio Lazzara, cene a tema. Nell’occasione, per il numero straordinario di signore che hanno partecipato agli eventi indossando collane, orecchini e spille di corallo, si è percepita l’esistenza di una vera e propria “corrallo-mania”.

Un ennesimo tentativo da parte di Maria Teresa di far breccia nella cortina di apatia e di miopia contemporanea è stato la promozione della mostra “Il corallo all’epoca di Modigliani” in occasione della prestigiosa mostra organizzata dal Comune di Livorno per celebrare il grande artista. Dunque, il corallo è senz’altro qualcosa di estremamente magico e vivo che incanta e che innamora; le storie del corallo affascinano in modo potente, e il museo del corallo, pensato da Teresa, aspetta soltanto di vedere la luce. Chi tra Livorno, Pisa, o forse proprio la Gorgona, avrà l’intelligenza di aggiudicarselo, riproponendo una così strepitosa e illustre tradizione? Chi farà del sangue della Medusa l’elemento magico che può affascinare ed attirare su di sé l’attenzione del mondo.

Stradano 1578 pesca in apnea nello stretto di Messina