Pif-De Lillo "Io posso"
LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla, OPINIONI

Il romanzo di Pif e Marco Lillo, la normale giustizia italiana

di GIANCARLO ALTAVILLA – Una storia così è normale nel nostro Paese perché l’inefficienza della giustizia italiana è democratica ed equanime.

Quando un libro ti colpisce e ne hai voltato l’ultima pagina, ti rimane un senso di nostalgia, come quando finisce una vacanza o consegni le chiavi della tua moto al suo nuovo proprietario. La nostalgia di un libro che hai finito di leggere è quella che ti porta a pensarlo, a rimuginarne parole e pagine, e a parlarne.

Le mie ultime riflessioni nostalgiche riguardano un libro breve, che racconta la lunga storia di un sopruso mafioso, e della caparbia ottusità dello Stato.

La storia è vera, e questo rende la nostalgia delle pagine in cui è scritta tumultuosa, tachicardica, irrisolta. ‘Io posso’, scritto per Feltrinelli da Pif e Marco Lillo.

Siamo in Sicilia, nella vita placida di due sorelle, proprietarie un modesto fabbricato, purtroppo affacciato su una zona di pregio, adatta all’insediamento abitativo di siciliani facoltosi. Un giorno, un costruttore edile dai modi energici, abbaiò alle due sorelle che le loro abitazioni erano diventate sue, e che le avrebbe abbattute per costruire un bel palazzo di lusso.

Le due sorelle, che non avevano venduto il loro immobile a nessuno, prontamente denunciarono il fatto alle autorità, che tuttavia rimasero inerti, tanto che alla affermazione del costruttore effettivamente seguì il parziale (promesso) abbattimento del loro fabbricato e la costruzione nei suoi pressi di un nuovo e lussuoso palazzo. Le due sorelle contestarono in ogni modo e in tutte le sedi il sopruso patito. Secondo loro il fatto era tipicamente mafioso e per questo erano sicure che lo Stato sarebbe intervenuto per inibirne la completa consumazione.

Così, senza remore, le due sorelle impararono a conoscere la procura della repubblica e i tribunali, amministrativo, civile e penale. Conobbero avvocati e giornalisti. Capirono com’è complicato il mondo. Esse censurarono la legittimità dell’atto comunale che aveva autorizzato la realizzazione dell’edificio in casa d’altri. Denunciarono l’occupazione e il danneggiamento della loro proprietà. Denunciarono in ripetute e defatiganti occasioni la diffusa, ripetuta e arrogante illiceità della nuova costruzione.

Ma nulla accadde. Lo Stato non è mai intervenuto: non un sequestro, non una sospensione dell’efficacia del titolo edilizio, non un ordine di interruzione dei lavori. Le cause introdotte presso i tribunali presero il loro lento e pigrissimo corso; e le denunce non diedero luogo a risultati. Per contro, il palazzo fu ultimato e i suoi lussuosi appartamenti furono venduti. Essi sono così belli che pare siano stati abitati anche da ‘importanti’ boss mafiosi: tutto nella più assoluta inerzia dello Stato.

Ma la giustizia c’è, è lenta, sì, ma inesorabile.

Col passare dei molti anni le due impavide sorelle hanno infatti ottenuto il riconoscimento della illiceità del sopruso subito, conquistando la preziosa soddisfazione del riconoscimento, da parte dallo Stato, che, in effetti, il costruttore del palazzo aveva leso i loro diritti e compiuto azioni illecite. Una soddisfazione tanto preziosa quanto sciocca, inutile, beffarda: perché il palazzo è lì, sempre lussuoso e solo meno nuovo; e l’illiceità che esso testimonia è roba destinata alle tardive e inutili pagine di insulse sentenze di uno Stato indifferente, che ai suoi cittadini offre una giustizia lenta, inutile, di fatto complice del malaffare, che è repentino e al quale si oppone con mezzi e modi di assoluta inefficienza.

Ormai anziane, le due sorelle, vinta la strenua battaglia sulla illiceità del palazzo, non hanno desistito a compiere l’ultimo sforzo, e hanno dato corso ad una causa davanti al tribunale di Stato: quella tesa ad ottenere il risarcimento del danno per tutto quanto subito in trent’anni di mortificazioni e battaglie.

E, pede lento, hanno in fine vinto il giudizio, conclusosi con il riconoscimento del loro diritto a ricevere il risarcimento dei danni. Ma il tempo è stato davvero troppo lungo per giungere a questo risultato, tanto che il soggetto condannato al risarcimento non ha più consistenza alcuna, e perciò non pagherà mai. Egli ha avuto il tempo (lo Stato gli ha lasciato il tempo) di usurpare la proprietà privata, di minacciare e umiliare due cittadine, di costruire il palazzo, di venderne gli appartamenti, e di sparire.

Anche la sentenza di condanna al risarcimento del danno è destinata a rappresentare solo una (magra) soddisfazione?Fosse così, tanto tanto. Ma è assai peggio di così.

Lo Stato, si sa, sulle sentenze dei suoi giudici lucra una tassa, commisurata al valore della somma oggetto della decisione di condanna; e tale tassa la richiede indifferentemente ad una qualsiasi delle parti in causa (se vuole, non a quella condannata a risarcire, ma a quella che ha visto riconoscersi il diritto al pagamento della somma richiesta).

E allora, nella vicenda raccontata da Pif e Lillo, dopo il gran servizio reso nel corso dei lunghi anni dei processi, secondo voi lo Stato a chi ha richiesto di pagare gli oltre ventimila euro di tassa processuale, alle sorelle o all’usurpatore?

Sorridete, cittadini: alle sorelle! Il condannato non pagherà né i danni, né la tassa, le sorelle non riceveranno alcun risarcimento ma pagheranno il servizio di Stato un paio di decine di migliaia di euro. Non ha alcun rilievo la inutilità della sentenza, né il fatto che essa sia inutiliter data, perché tardiva. Lo Stato vuole il pagamento della tassa.

Perfetto, italiani. Fiat jus et pereat mundus.

Due ultime cose. Una storia così è normale nel nostro Paese; capita a tanti, potrebbe capitare a tutti, perché l’inefficienza della giustizia italiana è democratica ed equanime. E: comprate il libro di Pif e Lillo, i suoi proventi sono interamente destinati alle due anziane sorelle, per consentire loro di pagare allo Stato la tassa processuale.