FOCUS, LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla

Il trasformismo è diventato ormai un fenomeno diffuso

di GIANCARLO ALTAVILLA – il camaleonte sia un animale affascinante, perché sa prendere il colore che gli serve per essere come gli conviene

Erano i primi di gennaio del 2010 quando Giorgio Bocca affidò alla Feltrinelli la stampa di uno dei suoi libri più graffianti, Annus horribilis. Il compianto intellettuale descriveva e urlava il punto zero del paese: la crisi economica e l’autoritarismo dilagante, le farse berlusconiane e il discredito internazionale. Il 2009, l’anno del suicidio della Sinistra e del ritorno dei fascisti, nell’Italia delle ronde di quartiere e dei respingimenti.

Bocca l’antitaliano chiama orribili il trasformismo, l’opportunismo, la memoria breve e l’impunità, mali di un Paese che nel 2009 si scopre stanco, involgarito, ripiegato su sé stesso e incapace di agire, di fare, di scegliere.

Con il libro in mano ho dato vaghezza ai pensieri, dopo aver letto i giornali di questi giorni e aver (svogliatamente) ascoltato qualche dibattito televisivo. Siamo sempre lì, ho pensato. Il j’accuse di Giorgio Bocca non ha invertito la rotta nazionale e le pagine di quel libro potrebbero essere oggi riscritte, previa una loro facile attualizzazione.

L’Italia è rimasta opportunista, smemorata e impunita; la volgarità dei modi e delle idee è così diffusa che non desta più nemmeno sorpresa o sconcerto. E l’immobilismo sociale, produttivo e culturale è l’effetto di un sistema imploso, in cui nulla è certo e tutto è vago, nei presupposti, nella paternità, nelle responsabilità. Ogni problema ha mille soluzioni e nessuna, ogni progetto di riforma è l’esito di un concerto cacofonico di voci, la certezza del diritto è roba da libri di scuola, gli scandali servono solo ad allestire programmi televisivi buoni ad offrire il palcoscenico quotidiano a conduttori senza passato e senza futuro. E poi il trasformismo, dei partiti e delle idee. Il povero Bocca ne era offeso, ritenendo probabilmente che la coerenza sia una virtù, perché dà stabilità ai pensieri e affidabilità alle parole.

Caro Giorgio Bocca, col suo libro in mano, le confesso che la penso come lei. Anch’io credo che il camaleonte sia un animale affascinante, perché sa prendere il colore che gli serve per essere come gli conviene, ma i rettili non vanno in parlamento, non diventano né capitani, né leader: strisciano e basta. Dal 2009 ad oggi il trasformismo è diventato un fenomeno diffuso, un costume politico che non desta né sorpresa, né vergogna. E ci si trasforma non solo nei colori identificativi del partito di progressiva appartenenza, anche nelle idee e nelle strategie.
Per esempio in sanità, nella sanità pubblica. Schiere di politici e amministratori, dietro i vessilli di partiti vecchi e nuovi, hanno ammansito popolo e nazione sostenendo che la sanità doveva essere riformata perché sprecona. E così, via i piccoli ospedali, via i presidi territoriali. Solo nosocomi grandi e di comprovata eccellenza (nelle solite città del centro nord). Via le schiere di medici e sanitari ad affollare le corsie: blocco delle assunzioni; meglio che il personale sia poco ma buono. Via le folle studentesche dalle scuole mediche delle università: numero chiuso (e piccolo) perché non c’è bisogno di tanti futuri medici, meglio pochi ma buoni.

Poi, undici anni dopo il libro di Bocca, di nuovo l’annus horribilis: la pandemia da Covid 19 che ha spento tante vite e dato luce al sipario della vergogna. Gli ospedali italiani sono pochi, il personale non è sufficiente, le strutture ospedaliere sono inadeguate, sul territorio la medicina di prossimità è pressoché inesistente, i presidi medico-chirurgici minimi abbiamo smesso di produrli (e siamo costretti ad acquistarli per il tramite di lestofanti import-exsport, buoni solo per la galera).

E allora, davanti a ciò che politici e amministratori hanno teorizzato e provocato negli anni del loro ignobile lavoro a servizio della nazione, il trasformismo, ancora, di nuovo. Quelli che hanno ridotto l’offerta sanitaria pubblica (spesso in favore di quella privata), chiuso gli ospedali, sancito il numero chiuso negli atenei, falcidiato il numero di personale medico e non nelle USL, ora cosa fanno? Con facce di tolla si candidano alla riforma della sanità, e promettono la costruzione di nuovi ospedali, l’assunzione di nuovo personale, il ripristino della sanità di base, etc.

Il trasformismo di sempre, spudorato e sornione. Coloro che hanno operato lo smantellamento della sanità (teorizzando l’utilità di un sistema più parco e concentrato in grandi ospedali) sono gli stessi che oggi chiedono che gli si affidi la controriforma, in cui dichiarano di credere fermamente.

Mi viene in mente il verso di Caparezza: ‘mi contraddico facilmente, ma lo faccio così spesso che questo fa di me una persona coerente’. Divertente, se canti; tragico se amministri la cosa pubblica. La sanità va riformata, finanziata adeguatamente e resa realmente efficiente. Sì, ci vogliono nuovi ospedali e più personale, ci vuole una ritrovata attenzione al territorio e alla cura dei malati. Abbiamo capito di cosa c’è bisogno e che la spending review sanitaria è stata un’azione scellerata dagli effetti tragici. Riprendiamoci il SSN, riprendiamoci i diritti del malato. Voi, politici ed amministratori dello sfacelo, giù le mani dalle macerie, perché c’è bisogno di una nuova sanità, tanto quanto è necessaria una classe dirigente nuova, adeguata che si contraddica solo quando canta, ma sia coerente quando lavora, quando amministra, quando teorizza.