Di buon mattino, ho passeggiato per Pisa. Passo dopo passo ho percorso un buon pezzo dei Lungarni, in silenzio guardandomi intorno
Sono giorni diversi questi. Anche coloro che ricordano la guerra e le sue privazioni, i tempi del colera, la febbre spagnola, la SARS e la mucca pazza, rimangono sgomenti davanti all’emergenza sanitaria di queste ore, così allarmante, così progressiva. I medici in difficoltà nel prestare le cure ai pazienti e loro stessi ammalati o potenzialmente tali, gli ospedali al collasso (o quasi), la gente frastornata e preda del panico. Le televisioni concentrate su un solo argomento e sui relativi, spasmodici aggiornamenti. Virologi, infettivologi, scienziati che fino ad oggi erano stati placidamente e proficuamente impegnati nei loro studi, al riparo dei loro laboratori, sono divenuti famosi, la gente ne conosce il nome e ne discute il pensiero.
È il tempo del Covid-19, un virus influenzale di ignota origine, di grande forza infettiva e dalle non ancora certe capacità lesive.
Purtroppo, la gente si ammala, contrae una specie di influenza e patisce una difficoltà respiratoria che può assumere forme gravi e, in certe condizioni (soprattutto di debolezza organica dell’ammalato), portare alla morte. La Cina ne è attanagliata ed anche l’Europa, e più di altri paesi, l’Italia. Fino a poche settimane fa, ‘virali’ erano solo i video che circolavano freneticamente in internet; oggi tutti sappiamo che anche il Covid è virale, perché si diffonde e propaga in progressiva estensione.
Cosa fare? Io non lo so. Mi limito a dare diligente applicazione alle prescrizioni di quei virologi (ormai) a tutti noti. E quindi, mi lavo le mani più di prima, evito smancerie sociali (di dubbia opportunità anche prima), mi astengo (per quanto mi riguarda posso dire più che mai) dal frequentare luoghi affollati, sintesi di umana promiscuità. Ah, poi so che in caso di febbre devo starmene a casa e non fiondarmi negli ospedali in cerca di un tampone urgente.
Io faccio questo, sperando che basti. Oggi però, ai tempi del Coronavirus, ho fatto anche un’altra cosa, di testa mia. In verità, una cosa piccola e normale, però con esiti emotivi imprevisti. Di buon mattino, ho passeggiato per Pisa. Passo dopo passo ho percorso un buon pezzo dei Lungarni, ho solcato l’impiantito di alcune piazze e, passando per la ‘via degli studi’ (la bellissima santa Maria), ho raggiunto il Duomo. I luoghi bellissimi e noti erano solo miei. Le strade e le piazze erano deserte, solo qualche passante distratto e, dove ne è ammesso il transito, alcune, macchine, così sparute che sembravano vergognarsi di essere lì.
Niente turisti aggrappati ai loro zaini, nessun risciò a quattro ruote che, gravato di famigliole sorridenti (coi cani al seguito), corresse lungo le nobili vie della città antica, niente gruppi di visitatori ordinati in lunghe file serrate che, come un torpedone indefesso, solcassero le strade, segnandone per lunghi minuti barriere invalicabili e senza possibilità di breccia, niente venditori premurosi, prodighi di ombrelli usa e getta e di collanine porta fortuna, nessuna bancarella di souvenir, zeppa della faccia incredula di Ronaldo, mille e mille volte stampata sulle magliette della terra etrusca.
Nessuno. Solo la bellezza sgomenta di antichi palazzi non più abituati al suono discreto del ticchettio dello sparuto passante. Solo lunghi marciapiedi vuoti, che invitavano ad andare, a proseguire, guardando lo spettacolo inconsueto di quinte murarie libere dal frastuono. Ho camminato, e i miei passi mi hanno condotto in luoghi consueti vestiti di silenzio. Ho camminato, e il mio incedere si è confuso, ha perso il traguardo ed è diventato esso stesso meta.
Ho visto le case torri, custodi dei segni di chissà quante vite. Ho visto la pietra, forte e segnata dal tempo, delle facciate dei palazzi dell’università. Ho visto gli archi alti tra gli edifici che, quasi per segnare una tappa, ti invitano a proseguire il cammino. Ho incontrato altri camminatori, ne ho sentito il ticchettio sul marciapiede ed eravamo ombre nel vento che, in un saluto imbarazzato, si sono riconosciute. La mia passeggiata di stamattina è stata al tempo del Coronavirus, quello in cui non si esce di casa e non ci si abbraccia. Un tempo che è bene finisca al più presto, riconsegnando i malati ai loro cari, gli ospedali alla routine e tutti, proprio tutti, alla normalità.
Ma, nell’auspicio che la normalità del rumore e del traffico, del caffè al bar e delle colazioni di lavoro, torni a farci felici, ho voluto raccontare la mia piccola e provvisoria felicità di oggi, quella, come suol dirsi, delle piccole cose, come passeggiare in silenzio al tempo del Covid-19.
Giancarlo Altavilla è avvocato amministrativista, cassazionista, professore a contratto all’Università di Pisa
