La legge è uguale per tutti
LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla, OPINIONI

La Magistratura è un servizio non un potere dello Stato

di GIANCARLO ALTAVILLA – Negli Stati liberi e sovrani tutti sono assoggettati al controllo di produttività, perché non anche i magistrati?

Ho frequentato l’università negli anni in cui, tra le altre riforme dell’ordinamento giuridico, fu approvata quella del codice di procedura penale. Dal processo inquisitorio, nel quale le indagini e la raccolta delle prove erano appannaggio esclusivo della procura della Repubblica, si passava al rito accusatorio, nel quale le accuse del pubblico ministero devono trovare riscontro e prova nel dibattimento, davanti al giudice terzo.

Il nuovo diritto processuale introdusse l’udienza preliminare, prima e fondamentale fase del processo, nella quale le accuse dovevano essere sottoposte al vaglio di fondatezza, per decidere il prosieguo del giudizio ovvero il non luogo a procedere. Il rito accusatorio doveva garantire che le evidenze probatorie si acquisissero in aula (e non nelle segrete stanze dei giudici istruttori) in pieno contraddittorio con gli imputati; l’udienza preliminare doveva essere il filtro tra accuse strampalate e incolpazioni serie, per archiviare le prime e dare spedito corso all’accertamento e alla sanzione delle seconde.

Per dare forza numerica alla schiera degli operatori di giustizia, i tribunali penali e civili collegiali (composti di tre magistrati, utili ad un apprezzamento più prudente dei fatti di causa) furono trasformati in monocratici, così che (in vista di una triplicazione delle risorse giudicanti) quel che veniva giudicato in tre, divenne giudicabile da uno solo.

Le attese dello jus novorum erano quelle di sempre: tempi spediti e certi, giustizia efficiente.

È vero infatti che il ‘giudice unico’ avrebbe assottigliato le garanzie di comprensione, apprezzamento e terzietà del tribunale collegiale, ma il sacrificio di tali piccole cose sarebbe stato compensato dalla speditezza del rito.

Le cose sono andate assai diversamente.

Il processo penale è diventato effettivamente accusatorio, ma il tribunale monocratico non ha garantito una accelerazione dei tempi processuali e le udienze preliminare non hanno ‘filtrato’ alcunché, trasformandosi sovente in una mera formalità procedurale (inutile dal punto di vista della vera selezione delle accuse degne di ‘andare a giudizio’ e foriere di lungaggini nel passaggio dalle indagini al processo vero e proprio).

Tutto ciò è stato aggravato da una pre-giustizia di somma inciviltà, nella quale ai tempi lunghissimi dei giudizi penali si sono aggiunte le custodie cautelari frequentissime, le accuse ridondanti e infondate, le prescrizioni dei reati, le condanne che hanno sanzionato persone nel frattempo invecchiate, cambiate, lontane e lontanissime, nella coscienza e nei comportamenti, dai fatti per i quali si ritrovano puniti.

I processi penali hanno arrancato penosamente davanti ad una giustizia penale che si è divisa in due fasi, tra loro sistemiche e tuttavia distinte: quella affidata alle procure e quella esercitata dai tribunali. Le prime hanno esercitato un potere dall’effetto immediato: accuse, avvisi di garanzia, carcerazioni, misure inibitorie di varia natura; i secondi hanno giudicato la fondatezza di quanto sostenuto dalle procure in tempi lunghi, e sempre dopo che le misure penali assunte dai pubblici ministeri avevano consumato i loro effetti (sempre gravosi, spesso tragici).

Non ce l’ho con nessuno in particolare, ma sono sicuro che chiunque conosca la giustizia italiana non dissentirà dalle mie constatazioni.

E allora, si può pensare che il disastro di un sistema giudiziario sia solo una questione di norme processuali? Si può davvero ritenere che ritoccando qua e là un termine, la modalità di deposito di una memoria e giocando con le competenze tra tribunali e giudici di pace si possa risolvere qualcosa?

Spero che la riforma della giustizia penale che in questi giorni impegna il governo non mutui la regola aurea ed efficientista adottata nel processo amministrativo: per accelerare i tempi di decisione è stata stabilita la lunghezza massima dei ricorsi e delle memorie: tot pagine, tot righe, non una di più (e, per il caso di uno sforamento dei limiti defensionali, il tribunale ha il diritto di ignorare il plus juris); e, per un rigore processuale da brevetto, nei giudizi davanti ai TAR e al Consiglio di Stato, obbligo di usare il carattere times new roman con dimensione 14.

La riforma della giustizia è solo in (minima) parte una questione di regole rituali; essa deve essere anche e soprattutto la profonda e severa catarsi dei suoi operatori.

I magistrati d’Italia devono essere stretti alle loro competenze e ai loro doveri, anche di produttività, anche di efficienza.

L’indipendenza dei magistrati deve tornare ad essere una garanzia per i cittadini, non una guarentigia di casta che impedisce il controllo della quantità e della qualità del lavoro prestato.

Accuse sbagliate, detenzioni ingiuste, assenze ingiustificate, sequestri irrevocati, riscontri forniti nei tempi del bradipo in letargo, non possono essere fatti incensurabili di una falsa e inefficiente giustizia che risponde solo a sé stessa.

Riformiamo il ruolo istituzionale della giustizia, smettiamo di qualificarla quale ‘terzo potere dello stato’. Essa è un servizio, come quello sanitario, scolastico, universitario. E deve funzionare secondo le regole del rigore e della responsabilità dei suoi operatori.

Non c’è lavoratore che non risponda di quel che fa e come: chirurghi, ingegneri, avvocati, insegnanti, tutti sono gravati della responsabilità professionale.

Chissà, forse, se oltre a ritoccare il termine (che è perentorio sempre e solo per la difesa, non mai per la magistratura) di qualche adempimento, si desse luogo al controllo annuale di qualità del lavoro svolto (da affidare ad un organo terzo ‘non togato’), un po’ di rigore nel servizio giustizia si potrebbe ottenerlo.

Abbiamo accettato che gli Stati (liberi e sovrani) siano assoggettati al controllo delle società di rating, possibile che non si possa procedere al controllo della efficienza e della produttività dei servitori dello Stato per antonomasia? Non ci vuole molto, solo un po’ di coraggio.