Gianrico Carofiglio "La disciplina di Penelope"
LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla

L’ultimo giallo di Carofiglio, una morale della Giustizia

di GIANCARLO ALTAVILLA – La storia che racconta non è fantasia, ma cronaca, quando la giustizia del diritto si trasforma in quella morale.

I libri sono ponti fatti di parole. Uniscono, collegano, trasportano. Tutto rimane immobile nel breve gesto degli occhi che puntano lo sguardo sulle pagine, e tuttavia il ponte di carta porta lontano, a volte a ritrovarsi, altre a smarrirsi. Le parole dei libri sollecitano pensieri nuovi, scuotono emozioni sopite, a volte addirittura ignote. La copertina dei libri è come il sipario dei teatri: promette emozioni, cela meraviglie.

Nei libri, a volte, troviamo quel che ci aspettiamo, altre volte scopriamo mondi nuovi e ignoti, nei quali le pagine ci conducono senza avvertirci. Che ci smarrisca o ci scuota, un libro è sempre un’esperienza interiore, nella quale le parole, i fatti e le storie scritte, nel breve viaggio tra la pagina e gli occhi lettori, si trasformano in cosa nuova, quella intrisa del nostro sentire, del nostro capire, del nostro riflettere.

In questi giorni è in libreria ‘La disciplina di Penelope’, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. La Mondadori lo ascrive alla categoria dei ‘gialli’, promettendo una bella storia di mistero, colpe e catarsi finale; il tutto, ad opera di una giovane donna, fredda come il ghiaccio, morbida come la neve. In effetti, il romanzo, del giallo ha tutto: l’intrigo, il morto, l’indagine, la suspance, e la consolatoria ‘la soluzione del caso’.

Ma ha di più. Sullo sfondo c’è una vicenda che esula dal giallo e racconta un caso di giustizia irresponsabile, nella quale la cattiva azione giudiziaria è foriera di effetti ingiusti ai danni del malcapitato indagato. Il corpo di una donna viene trovato riverso in una zona periferica della città. È morta a seguito di un colpo di pistola sparatole alla nuca. La polizia, compiuti i rilievi di routine, concentra sul marito della donna le sue indagini, sul presupposto che, in mancanza di altre evidenze, l’assassino è sempre un familiare della vittima. Contro il marito non viene rinvenuta alcuna prova di colpevolezza (e nei confronti di altri non viene nemmeno ricercata). A suo carico vi è solo la scoperta di qualche litigio coniugale, in un caso conclusosi con una improvvida minaccia: ‘se continui così ti ammazzo’.

In mancanza di prove, il pubblico ministero conclude le indagini nei confronti del marito della donna assassinata, chiedendo al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione dell’accusa nei suoi confronti. E il GIP emette il decreto di archiviazione; tuttavia, in violazione del codice, scrive che in effetti le prove della colpevolezza dell’indagato non ci sono, ma i sospetti a suo carico sono inquietanti.

Quindi: la giustizia (quella del codice e della scienza penale) obbligavano il PM, prima, e il GIP poi, ad archiviare una indagine rimasta priva di riscontri; il giudice, dall’alto scranno della sua funzione, emette comunque un verdetto, non giuridico, ma psicologico, non penalistico ma emozionale, non esplicito ma sapientemente sottinteso.

Il marito della donna uccisa rimane sconvolto dalla conclusione dell’indagine: nessun colpevole dell’assassinio della moglie e, a suo carico, un gratuito giudizio di sottintesa colpevolezza.

Egli teme che quando la giovane figlia sarà cresciuta e vorrà leggere gli atti investigativi sulla morte della madre, scoprirà che il padre è stato l’unico indagato e che su di lui il GIP ha rinvenuto inquietanti sospetti. Il malcapitato si rivolge a Penelope, ex PM, la quale gli spiega che il GIP non poteva scrivere nel decreto che le prove non ci sono, ma i sospetti sì, e sono inquietanti. E la ex PM gli chiarisce anche che contro il decreto e contro il giudice che l’ha emesso non può fare assolutamente niente, né appello, né istanze, né altro. Così come non potrebbe far niente neanche contro i giornali che dessero pubblicità alla archiviazione con sospetto della indagine a suo carico, perché nel pubblicare la notizia non avrebbero fatto altro che dar voce al decreto del giudice.

La storia ha una conclusione che taccio, dicendo solo che il libro è godibile e avvincente, come tutti i romanzi di Carofiglio.

Le pagine della “Disciplina di Penelope” mi hanno condotto alla magistratura italiana, alla quale è stato affidato il più forte e incontrollato dei pubblici poteri: giudicare gli uomini e le loro azioni. È il più delicato dei compiti, quello di indagare, capire e giudicare; e dovrebbe essere svolto con cautela, attenzione e rispetto. Dovrebbe essere sottoposto al regime della responsabilità, perché chi giudica colpevolmente (ovvero sbagliando per negligenza, imprudenza o imperizia) deve risponderne, e personalmente, al Paese e a coloro che hanno subito gli effetti dell’ingiusto giudizio.

Direte, ma è un romanzo. Ed è vero, Carofiglio ha scritto un romanzo. Ma la storia che egli racconta, (senza nulla togliere al suo pregio narrativo) non è fantasia, ma cronaca. Mai ho dimenticato il giudizio reso da un modesto PM della mia città nei confronti del sindaco di un comune della provincia, indagato per abuso d’ufficio. La pubblica accusa chiese l’archiviazione perché il fatto illecito non sussisteva, e tuttavia scrisse che il comportamento dell’indagato era immorale; proprio così, immorale. La giustizia del diritto si trasformò in quella della morale, il PM, da servitore dello Stato, si vestì da sacerdote della (sua) etica: ciò, pronunciando una sentenza personale, tanto sciocca quanto ingiusta, al riparo da qualunque responsabilità.

Non c’era reato, non c’era pena; solo la mortificazione, inflitta senza appello per mano di un uomo piccolo dal potere troppo grande. Quella vicenda approdò negli uffici della corte dei conti e il solerte procuratore sapete cosa addusse a sostegno della sua tesi accusatoria? L’immoralità del sindaco, accertata in sede penale… Potrei continuare con la cronaca dei fatti di ingiustizia, ma non ho le doti narrative di Gianrico Carofiglio, quindi mi fermo qui, con un pensiero vago al vecchio Cicerone, che per sempre scrisse ‘quot homines, tot sententiae’.