Giancarlo Altavilla, avvocato (Pisa)
COMMENTI, FOCUS, LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla

Occorre la Riforma dello Stato

di GIANCARLO ALTAVILLA – Dalla crisi provocata dalla pandemia non si esce con DPCM solo apparentemente semplificatori e inapplicabili.

Italia federale, Italia europeista, Italia settima potenza mondiale.
Italia bel Paese: spiagge, moda, arte e paesaggio.
Poi, l’Italia nella pandemia.

Il sipario edonistico si è chiuso sotto il peso degli oltre centomila morti, delle migliaia di ditte chiuse, della povertà dilagante. La colpa è del virus, mica di altri. È il Covid-19 che ha spento le luci della giostra e fermato il mondo. Se non fosse per il coronavirus, tutto sarebbe perfetto e progressivamente consumistico come la modernità vuole.

La politica politicante, dopo aver garantito lo sviluppo e il benessere che tutti conosciamo, ora è già al lavoro per offrire gli strumenti che risolveranno la crisi della pandemia. A me, tra le tante verità proferite dai neo ministri alla corte del sommo presidente del consiglio, due mi sono restate impresse.

La prima, la necessità di sospendere l’efficacia del codice degli appalti pubblici, per dare libero ed efficiente agio all’azione di rilancio del Paese; la seconda, è anch’essa una necessità: ricondurre alla competenza dello Stato le funzioni (innanzitutto sanitarie) oggi affidate alle regioni, per la (riscoperta) maggiore efficienza dell’azione di governo unitaria e omogenea. Avete capito bene: per rilanciare il Paese, bisogna liberarsi dalle regole procedurali che governano gli appalti pubblici e, per evitare le contraddizioni e i particolarismi delle regioni, è giunto il momento di affidarsi allo Stato unitario, affinché detti le regole, valide e cogenti da Busto Arsizio fino a Taormina. Secondo me, questa non è la reazione decisionista di chi è chiamato a risolvere problemi imprevisti e gravosi, rintracciando soluzioni nuove. Questa è la prova della inadeguatezza dell’ordinamento.

Gli appalti pubblici sono lo strumento attraverso il quale le pubbliche amministrazioni acquistano prodotti, affidano lo svolgimento dei servizi e la realizzazione di opere. Viene appaltato ciò di cui la P.A. (quindi la comunità) ha bisogno; e che questo avvenga con tempestività, trasparenza, efficienza e convenienza finanziaria è un interesse fondamentale proprio di ogni affidamento, di ogni appalto. Allora, ritenere che sia la sospensione dell’efficacia del codice lo strumento per addivenire alla migliore assegnazione degli appalti vuol dire, per un verso, che il rispetto delle regole è inefficiente, per l’altro, che la normativa che disciplina gli appalti è sbagliata, dannosamente foriera di lentezze, inidonea a garantire il tempestivo perseguimento dell’interesse pubblico ad acquisire opere, servizi e prodotti.

Se è così (ed è così) chiediamoci: perché il codice degli appalti, di renziana paternità, detta disposizioni che contraddicono l’interesse all’efficienza e alla tempestività degli affidamenti? Com’è che il codice si applica a scapito di tutti (imprese, stazioni appaltanti e cittadini) e però se crolla un ponte e deve essere ricostruito in fretta o se si devono comprare banchi di scuola rotanti o mascherine e vaccini, o se si deve provare a rilanciare l’Italia in crisi, si mette tra parentesi e si disapplica? Negli stati di diritto le regole si rispettano; e se sono sbagliate, si cambiano.

Disporre moratorie legislative a favore di questo o quel commissario straordinario, per conferirgli i poteri in deroga alla legge per fare (bene non lo so ma) in fretta, come invece non è possibile nelle normali azioni amministrative, è sciocco, perché quel che si scopre sbagliato non deve essere derogato ma cambiato, per tutti e per sempre. Il codice degli appalti pubblici è un guazzabuglio di norme, i suoi bizantinismi non devono essere risparmiati solo ai commissari del governo, ma a tutti, e segnatamente agli imprenditori, i quali, se non sono scelti intuitu personae, sono condannati a subire le alchimie giuridiche di una normativa che solo nella abrogazione e riformulazione può trovare il suo senso. E non è diverso davanti alla constatazione di questi mesi che le regioni d’Italia sono troppe, e titolari di poteri buoni solo per chi li detiene ma forieri di farraginosità normative che confondono, rallentano e tradiscono i più elementari principi della buona amministrazione.

Non so quanti sappiano che in Italia (dopo la riforma scellerata del Titolo V della Costituzione, voluta dal PD) ci sono tante leggi urbanistiche quante sono le regioni, tante leggi sulla caccia, sul turismo, sul commercio, sulle cave, sui parchi, sulla protezione ambientale, quante sono le regioni. Sicuramente oggi molti hanno appurato che la sanità pubblica è a guida Stato-regioni, così che il governo di Roma dice, e le regioni contraddicono, il ministro dispone e i ‘governatori’ pure, in un affastellarsi di regole e prescrizioni tanto complicate quanto confuse.

Quanti sanno che la Corte Costituzionale trascorre quasi tutto il suo tempo a decidere se lo Stato ha invaso la competenza legislativa regionale, o viceversa? E sapete cosa accade nell’attesa del responso? Che quale sia la norma applicabile nessuno lo sa, e quindi si aspetta, fermi immobili con buona pace dell’efficientismo e della decenza.

La democrazia non è la proliferazione dei poteri, ma la libera accessibilità ad essi. L’Italia ha moltiplicato le istituzioni, gli uffici, le cariche e le presidenze, parcellizzando le funzioni e i poteri; e così ha grippato il motore, ha sabotato la macchina, rendendola lentissima e con consumi insostenibili. Davanti alla constatazione della inefficienza e della dannosità del regionalismo, non basta l’ennesimo DPCM che tamponi la falla (oggi sanitaria, domani chissà). Ci vuole la lucidità e il coraggio di elaborare una riforma dello Stato che, senza rinunciare al principio assoluto della democraticità, organizzi il Paese in modo sistemico, affinché le potestà (politiche e amministrative) siano tra loro complementari e non antagoniste, affinché il bene unitario della nazione e del suo popolo tutto, sia la sola ragione dei pubblici poteri.