SCHOLE’ una nuova rubrica di Massimo Gargiulo

Perché “Scholé”, le finestre perennemente fuori uso trasmettono un insegnamento più chiaro di tante spiegazioni

La parola greca che dà titolo a questa rubrica racchiude in sé alcuni significati possibili che giustificano il titolo stesso e dà indicazioni sui contenuti che vi si troveranno.

Il primo valore è quello di quiete e riposo, nel senso dell’intervallo dalle occupazioni che scandiscono le giornate. È in questo tempo che, secondo i Greci, potevano essere collocate attività che non erano in contrapposizione né con l’idea di rilassamento, né con quella di non dover sbrigare in esso alcun affare. La prima era l’occupazione intellettuale, sovente nella forma della disputa e del dialogo. Ebbene, voglio immaginare questo spazio di scrittura come tempo liberato a una breve discussione. Da quella idea, era facile il passaggio a indicare anche il luogo in cui le discussioni tra maestri e allievi si svolgevano.

Proprio il termine greco scholé, come noto, è quello da cui deriva il nostro “scuola”. E questa sarà l’oggetto principale, ma non l’unico, della rubrica. Il modo in cui si cercherà di farlo può essere condensato in un altro significato ancora del lemma greco, vale a dire “tregua”. La scuola è in effetti frequente terreno di scontro, anche perché un po’ chiunque si sente dotato delle armi necessarie per scendervi, anche solo per averla frequentata, magari qualche decennio fa. Ed è anche luogo di forti rivendicazioni, stereotipi, (presunti) privilegi, scioperi. In queste righe vorrei allora, senza abbandonare una visione politica e di riaffermazione dei diritti, farlo con la calma e lo sguardo in avanti tipico di una tregua, provando a far ricorso alla mia esperienza personale, quella di una persona cioè che vi lavora da quasi vent’anni, oltre che di interlocutori vari.

Ma scholé indica anche la faticosità del procedere dovuta all’indolenza, alla trascuratezza, a un ozio che non è più recupero del tempo dalle occupazioni per restituirlo ad altre più nobili, bensì abbandono. E purtroppo nella scuola c’è anche questo: da parte di chi governa e di chi la governa, e ahimé anche di qualcuno tra coloro che la vivono.

C’è un’immagine su tutte, tra quelle che da sempre mi accompagnano, che è, almeno nel mio immaginario, la più icastica rappresentazione di un simile abbandono, cioè le tapparelle. Le scuole pubbliche, con rare eccezioni a me ignote, hanno immancabilmente finestre e scuranti bloccati, veneziane oblique con i cordini annodati per cercare un compromesso accettabile per ogni stagione, buono per nessuna. Là dentro c’è un po’ tutto: il guasto perenne, quel po’ di buona volontà per limitare il danno, l’accettazione troppe volte passiva, lo sforzo enorme per limitarne l’effetto negativo. E non mi riferisco all’impossibilità di oscurare o illuminare, ma all’insegnamento della bruttezza di cui diceva il Pasolini delle Lettere luterane. Le finestre perennemente fuori uso trasmettono un insegnamento più chiaro di tante spiegazioni: ciò che è di tutti, ciò che appartiene alla comunità, è in uno stato di eterna, inevitabile decadenza. In questa rubrica si cercherà anche, nel possibile, di mostrare bellezza educante e immaginare il rifiuto dell’accettazione di un pubblico dismesso.

Per finire, un passo etimologico ancora all’indietro. Scholé condivide la propria radice col verbo echo, “avere”, perché è appunto tempo che si occupa e si impiega nello studio. Negli ultimi mesi non abbiamo avuto la scuola, ci è stata tolta da un virus ed è stata posta a distanza da noi. Una distanza tale da non toglierle totalmente la voce e lo sguardo, ma che non ha nulla a che vedere con quel tenere condiviso attraverso la discussione che è scritto nel suo nome. Occorre far di tutto per far sì che da subito oggetto e parola tornino a essere associati.

(foto: wokandapix -licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/laurea-diploma-educazione-1449488/ )