Giancarlo Altavilla, avvocato (Pisa)

Un amico perduto per colpa del Covid, le sue parole

di GIANCARLO ALTAVILLA – Avevo promesso e adempio alla mia obbligazione morale, quella di pubblicare le parole di un uomo che mi è stato amico

Avevo promesso e adempio alla mia obbligazione morale, quella di pubblicare le parole di un uomo che mi è stato amico, congedatosi dalla vita a causa o per colpa (mi pare che poco rilevi) del Covid 19, seconda ondata.
L’ho preso, non so come, né quando, ma l’ho preso, è entrato dentro di me. Lo sento, ne sento la progressiva invasione.


Lo sento nei polmoni, nella gola, in tutti gli arti del mio corpo, fiaccati, esausti.
Stavo bene e mi sono ammalato, così, senza una ragione.
Per qualche giorno ho sperato che fosse come dicono alcuni: una febbre più severa, un raffreddore più tenace e poi basta. Ma non è così.
Stolti i negazionisti per ignoranza, disonesti quelli per convenienza.
La verità è che questo virus penetra e invade il corpo e lo annienta, togliendogli la prima cosa di cui ha bisogno per essere vivo: l’aria, l’ossigeno, il respiro.
E se non riesci a respirare, non riesci ad avere altro obiettivo che non sia quello di inspirare aria. Niente pensieri, niente parole, niente fame e niente sete. L’aria dentro, questo è il solo bisogno.
Lo scrivo ora perché il virus dentro di me si è acquietato. Ma non mi faccio illusioni, so che al suo riposo seguirà la battaglia finale, e io sono così stanco che non la vincerò, non la combatterò nemmeno.
Andrà così, e così sia.
Intorno a me non ho le persone che amo, ma medici e infermieri. Ho imparato ad amare il loro sacrificio, la loro dedizione, la loro competenza.
Qui io non sono ciò che là fuori credono, il dottore, l’ingegnere, l’imprenditore. Che sia ricco non conta nulla, che avessi tante cose da fare non ha senso. Qui io sono un uomo, ed è bello che questo basti per essere accudito, aiutato, curato.
In questo breve tempo che mi resta, voglio rivolgermi a voi che rimanete. Senza enfasi, con gli occhi asciutti di chi non ha più né la forza, né il tempo per commuoversi, voglio farvi gli auguri di una vita lunga. Soprattutto voglio augurarvi una vita diversa.
Il l’ho capito nel letto asfittico in cui mi trovo, quant’è bella la vita.
Il sole al mattino, il rasoio che libera il viso, il caffè che ha tanto profumo, quanto sapore.
Il buongiorno di chi amiamo, quello di chi conosciamo da anni.
La fragranza delle pagine intonse del giornale, i passi frettolosi verso il lavoro.
Le chiacchiere, l’impegno nel far bene.
Il languore che prelude alla seconda colazione. Una telefonata che si doveva fare da mesi.
Io l’ho capito mentre il mio respiro arranca che quello che vorrò portarmi nel viaggio cui mi accingo è il sorriso di mia moglie, l’ultima carezza di mia madre, il pianto di mio figlio il primo giorno di scuola.
Voglio che nel mio viaggio per sempre ci sia l’amore che ho dato, l’affetto che ho ricevuto.
Ora so che era bellissimo sorridere, che era importante soffermarsi davanti al tramonto e respirare l’aria del primo mattino.
Io ora lo so che le parole che non ho pronunciato, gli abbracci che ho risparmiato, i sì che non ho detto, li lascerò qui, soli, ignoti per sempre.
La vita la capisci quando finisce, che peccato.
So che non mi ascolterete, ma voglio dirvelo lo stesso.
Abbiate tenerezza, abbiate leggerezza. Abbiate la forza della dolcezza e della tolleranza.
Date alla vostra vita il senso della meraviglia, quello della sorpresa.
Tutto è vano. Quel che vale è l’immaterialità di noi, i nostri sentimenti, la nostra cultura, la nostra consapevolezza di essere uomini, tutti uguali, nati per vivere e morire.
Io sono pronto, venga il mio ultimo respiro; e ho un rimpianto in meno se chi leggerà queste mie parole di consapevolezza, da domani proverà a vivere libero, da cittadino (per rispettare regole e leggi) e da uomo (per riconoscere quali sono le piccole grandi cose che danno il senso del vivere).

Questo dovevo.